“Mi serve il tuo sguardo su andare e tornare, la storia delle radici buone salvate, il rapporto con il cemento”. Così mi ha scritto Ida e io, quasi in trance, ho scritto.
Sono solo delle riflessioni che provo a mettere in fila. Non valgono per tutti, sono le mie e sono il frutto dei posti, delle persone e delle esperienze che io ho scelto o mi sono capitate.
A vent’anni la vita vista dal sud ti sembra accada da un’altra parte, è tutto poco quello a cui hai accesso, non riesci a capire cosa vuoi ma sai che lì parti con un pezzo in meno, ti sta stretto tutto, hai bisogno che il mondo sconfinato ti si pari davanti e che tu possa scegliere, sbagliare, raggiungere obiettivi da solo senza cadere nei meandri dei clientelismi sporchi, con le tue sole gambe. Senza calci nel culo e senza dire “grazie”. La mia città, esteticamente imperfetta, era il posto da cui fuggire perché ai miei occhi di ventenne era l’emblema di tutto questo: della mancanza, del vuoto di idee e slanci, dei clientelismi, dei figli di. E in effetti, ne ho avuto conferma, nel mondo sconfinato esistono tanti posti estremamente più belli e accoglienti e comodi in cui vivere.
Allora fai la tua valigia (la prima che ho riempito per partire e tenuto sull’armadio della mia stanza senese era verde, come i fiori dipinti sul soffitto tra le travi millenarie) e vai: testardo, fiero, sprovveduto. E solo.
È così che fai esperienze pazzesche e mediocri, ti ridefinisci in base a quello che studi, agli amici che scegli, al lavoro che trovi, all’uomo che ami.
E poi, però, dopo un bel pezzo di strada, torni e miracolosamente riesci a unire i puntini, a mettere insieme il vecchio e il nuovo. Scegli cosa tenere e cosa buttare per sempre.
In una parola scegli cosa essere spesso emancipandoti da parte delle cose da cui vieni, almeno in apparenza.
Perché un gradino di consapevolezza ancora più avanti ti accorgi, inesorabilmente, che è quello da cui vieni che ti ha reso quello che sei, il cortocircuito è tutto lì.
E allora torni ad accarezzare luoghi e cuori con un consapevolezza e un amore che hai maturato nel tempo e forse non capisci neanche bene, all’inizio, di avere dentro perché è di una forza a volte straziante. E non parlo solo dei legami di sangue, della famiglia, dei genitori che invecchiano, delle sorelle con cui non puoi condividere il quotidiano, dei bimbi dei tuoi amici che non vedi crescere.
Nella mia idea di consapevolezza finiscono, nell’ordine: la geografia dei posti in cui nasci, le città e i paesi, i riti, la musica, le tradizioni, il dialetto, il cibo, il modo in cui un uomo ti seduce, il punto di vista sulle cose.
La sensibilità che hai, il modo che hai di darti agli altri, l’etica nel lavoro.
Insomma, tutto quello che ci rende persone.
La mia città, esteticamente opinabile, e la mia terra in generale, sono diventate dentro di me, nel tempo, un rifugio, un posto di cui conosco a memoria angoli, edifici, affacci, temperature, colori. La mia certezza solida di avere un posto in cui tornare, sempre.
Un posto dove la piscina nel parco – malandata, con le piastrelle anni settanta e con la vetrata esposta a nord-ovest da cui entra una luce indescrivibile a dicembre, di prima mattina – mi ha regalato negli anni un silenzio irreale e un magico arrestarsi di ogni pensiero.
Un luogo dell’anima, una cura.
O il balcone di casa dei miei nonni a ferragosto in cui mi sento ogni volta me stessa al grado zero, senza maschere nè orpelli. La bambina che scende da sola a comprare le caramelle e la donna che prende aerei e treni, coordina progetti e ha sempre il telefono che squilla.
Tutto nello stesso momento.
Le mie radici stanno nel brutto oggettivo di alcuni spaccati come nella meraviglia che si apre agli occhi se sai scegliere da dove guardare anche in città come Potenza, flagellata dalla speculazione, dai terremoti, dall’incuria e dal non amore di chi la vive.
Questo non potrò rinnegarlo mai.
Quello che ho scoperto ad un certo punto è che l’origine è la meta. E se per anni sono stata in cammino su strade diverse conoscendo mondo, intelligenze, talenti capaci di raccontare la vita giocando con le parole o per immagini, ho sempre ritrovato il mio personale pezzo di corrispondenza solo al sud, nei paesi dei miei genitori, isolati, piccolissimi, con le nuvole cariche di pioggia certe mattine di novembre, sulle spiagge larghe dove leggo al sole da 25 anni, dalla finestra della mia stanza di ragazzina da cui vedo un parcheggio (per niente bello né romantico).
È tutto questo a ricordarmi da dove vengo.
Ed è tutto qui il mio percorso, molto personale e per niente speciale, che trasforma il brutto oggettivo di una piccola città di provincia in un posto che ti sta a cuore e che ti permette di unire finalmente tutti i puntini.
Con gli anni e con qualche strumento culturale in più fai anche pace col pensiero del non ritorno. Riesci a guardare le cose con occhi disincantati e tutto diventa un esercizio di onestà e coraggio verso la vita in generale e soprattutto con sè stessi, con quello che hai scelto di essere e piano piano sei diventato e pure con i luoghi che non diventeranno esteticamente più belli se non lo sono, ma possono assumere significati nuovi.
