C’ERA UNA VOLTA A…. POTENZA : IL GHIGNO BEFFARDO DI CARNEVALE

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LUCIO TUFANO

Presso i contadini il rito del Carnevale rappresenta un’occasione da celebrare con una frugale “crapula”, dando una buona sistemata alla dispensa. La carne, cucinata in tutti i modi, specie quella del maiale che era stata curata con sale e fumo di camino, le salsicce con ricchi pezzi di lardo, i maccheroni e le grosse polpette al sugo, gli arrosti alla brace, i pentoloni di ver­dure cotte, rape, cavolfiori, “cavoletti“, le trippe col piccante, costituivano la mobilitazione delle papille gustative e della strenua alleanza di stomaco e pancia, rispetto al consueto pasto giorna­liero, da consumare la sera, intorno ad un rozzo e modesto desco con la famiglia. Maschere improvvise, popolari, facce intrise di nerofumo, tarantelle da organetto, “zumbi” e pernacchie, bevute al fiasco e risate, grida allegre e espressioni di sfottò, ciprie e coriandoli buttati in faccia alla gente, strisce e “lingue di Menelik“, ritagli di cartone colorato posti sulle facce a mò di copri­capo, vecchi indumenti, pezze e occhiali, baffi finti … componevano l’assordante frastuono di via Pretoria.

Chi era bracciale restava tale: anche se non accadde mai che il martedì dell’ultima festa godereccia, portando per le strade di Potenza il “fantoccio” del Carnevale processato e bruciato in piazza, qualcuno avesse pensato o tentato di effigiarlo con le vesti di altrettanti padroni.

Forse è anche per questo – scrive Rutigliano[2] – che da Potenza non è mai emersa una “maschera”, non è mai risultato un “costume carnevalesco” com’è accaduto in altre regioni.

Ebbene sì, non è mai venuta fuori una sagoma utile, capace d’impressionare il carattere nostrano, la bizzarrìa del folklore e la risata, ma solo per ragioni di conformismo e di pigrizia. Infatti bastava pescare in quelle formidabili pattuglie delle cantine. Comparse, quelle del sotto­mondo urbano, una volta sottoproletari delle contrade, ambigue maschere tra campagna e vi­coli, senza volto e senza “fuoco”, oggetti e strumenti del sottosviluppo, della disoccupazione cronica e perenne, della ingiustizia sociale pianificata e assurta a sistema per iniqua distribuzio­ne di risorse. Questi officiavano i miseri culti del Carnevale povero, il “pezzente”, come simbo­lo e come alimento (salame fatto con i residui di carne), giullari per modo di dire, buffi o sgua­iati, spezzoni del tragicomico popolare che si sporgevano all’aperto dai loro scuri abituri per bocconi d’aria, di cibo o di foglie, qualche pane o “caccavo” di calda minestra.

Questo popolo dal genere locale, dalle gutturali crepate, dalle labiali a sonetto nasale, pronto all’imprecazione e all’ingiuria, dalle imprevedibili sortite, ribelle a qualsiasi soggezione pretesca o autorevole, all’estenuante ricerca di zeppole e vino, di cotiche e bollito di vaccina o di maiale, sprofondava in una promiscua ebbrezza di sterili quinte senza distinzione tra l’attore e lo spettatore, ma in preda alla catarsi onirica della pietanza come delirio di sopravvivenza e redenzione.

Brachettedda, Panariedd, Cicuorie, Calandriedd, Peppelecca, Paccatedda, Lu Muzz ed altri, pat­tuglie numerose, le cui origini e storie hanno radici profonde nella fiaba contadina dei pagliai e delle aie.

Pavulucce managrossa, che non riusciva mai a coprire la grossa mano quando per il fred­do rimaneva esposta alle intemperie, fuori del cappotto, una mano inutile perché inerte e della quale Pavulucce si vergognava, facendo fare tutto all’altra mano.

Mezzapruvincia, un nome ereditato dalle carte catastali e dalle diseredate contrade delle zone depresse, forse in omaggio all’accorpamento voluto da Murat.

Tanti, tanti altri, soggetti noti all’anagrafe non ufficiale.

Si svolgevano invece le danze dei signori negli ambienti militari, presso la Caserma del reggimento con un intrecciarsi, un confondersi di leggiadre silhouttes femminili, svelte e disin­volte, nel corso delle epoche patriottiche del 1911 e del 1918, con le guerre di Libia e con quel­la mondiale dove i balli venivano segnati nel carnet delle signore e i colonnelli dirigevano le quadriglie.

«Nel Carnevale del 1910[3], preceduto dalla fanfara, apparve sotto la neve, lungo le strade, un pitto­resco corteo di carrozze scoperte, con l’auriga in cilindro e guanti bianchi. Su di esse troneggiavano perso­naggi mostruosi creati dalla fantasia e dall’estro di due “mastri” d’arte, i fratelli Alfredo ed Ernesto Perugi, che con cartapesta, stoppa e colori avevano costruito una quindicina di mascheroni per il terrore dei piccoli e le risate dei grandi.

Pervenute al “Mercato”, la non ancora lastricata piazza Mario Pagano, le carrozze si disposero in cerchio e alla folla curiosa e attonita venne offerto uno spettacolo imprevisto e assai attraente.

Su una logora stuoia Luigino Trillo, un Ercole al quale difettava solo una statura adeguata, a tor­so nudo affrontò un gigante, Mario Vannucci, in un’entusiasmante gara di ginnastica e di scherma.

Incappati dalle pesanti e scomode armature, presero ad esibirsi in lunga serie di elegantissimi servi­zi di atletica leggera, salti acrobatici, capriole, lazzi e sberleffi. Chi erano? Gerardo e Sirio Spera, Vincenzo Ricciuti e Vincenzo Riviello, le due più temute lame di tutta la regione, elegante spadaccino l’uno, imbatti­bile sciabolatore l’altro, Davide Fornario, Ignazio D’Ecclesis, Ugo ed Emilio Massimilla, Alfonso ed Um­berto Buoncristiano, Gennarino Grippo, Peppino Gambardella, Mario Papa, i fratelli Grignetti, Mimì Bavusi, Alfredo Viviani, Italo ed Umberto Postiglione, Angiolino Viggiani, Amedeo Renza col «pu-ti-pu» e Michele Stolfi, in abito di broccato, che cesellava e sospirava «si sta voce te sceta int’a nuttata», riscuotendo deliranti trionfi di fischi e pernacchie; ma gli ultimi «numeri» rappresentarono il non plus ultra della comi­cità e del buon gusto e Michele ed Alfredo Marone ed Alfredo Ricasoli giocarono nelle perti di «macchiette» come dei consumatissimi attori.

Ma i «signorini» rimasero impalati dietro le vetrate del Caffè Pergola a godersi la pantomima con una cert’aria di commiserazione che faceva dispetto; essi, i «vitaiuoli», clienti di Arpino, che gestiva allora il Lucano, ristorante e caffè-chantant del palazzo Viggiani, pressappoco dov’era la Banca d’Italia, c’erano Angiolino Tufaroli, zì Manuele Andretta, Vincenzo Doti, Sabatino ed Eduardo Angrisani, Eugenio Ren­za, Eduardo Amorosino, Giulio De Rosa, Emmanuele Ciranna, don Ciccio Martorano, Alberto e Paolo Emilio De Stefano, don Michele Magaldi, Pasquale Crisci, Carluccio Montemurro. Ed altri, i coetanei, puri rappresentanti della gioventù dorata erano pur nell’angolo, immusoniti e distratti: Vittorio Cutinelli Alfredo e Alberto Lichinchi, Peppino Abruzzese, Mimì D’Elia, Alberto Amorosino, alias «Ribes», Alfredo e Alberto Diamante, Gigino Leggieri, Luigino Montemurro, Ciccillo Capussella, Peppino Martorano, tut­ti incollettati e incravattati fino all’inverosimile, chè di ginnastica sapevano solo il salto delle «tonze» nei vi­coli senza «basole». Ma quando due pagliaccetti affrontarono il gruppo degli ospiti di don Michele Pergola, soldoni, nichelli, lire e doppie lire piovvero in generosa misura; e quando gli atleti mascherati ripassarono innanzi il caffè Riposto e il caffè Simone, fu abbandonata l’aria sostenuta e tutti si spellavano le mani per­ché la romanzista Stolfi elargisse un suo lungo sorriso.

Così nell’inverno del millenovecentodieci si racimolavano i soldi per il Ricreatorio popolare. Altri tempi!»

Al di là dei balli borghesi al circolo Lucano, della scorpacciata di “maccheroni a ferretto” della gente più povera, delle sparute frotte di pacchianelle tormentate dal “pulvino” di neve, di vento e di freddo gelido, delle rappresentazioni al Teatro Stabile con i piccoli mascherati da cavalieri, paggetti, guerrieri, soldati romani, pierrot ed arlecchini, delle serate di festival con riffa, con i palchi del piano-platea pieni di merce, requisiti dai commercianti della città, gli agrari e i mas­sari, i contadini benestanti, celebravano un carnevale diverso.

Il mito possibile della cuccagna sembrava a volte realizzarsi, e l’abbondanza del mangia­re e del bere, la libertà nel vestirsi e nel gesticolare, il conforto di cibi grassi, non solo di carni ma anche di baccalà, calamari e acciughe, riempiva le giornate di neve e di freddo nei tepori del fuoco e delle lunghe, gustose sorsate di vino rosso e moscato frizzante.

Fuori nei vicoli sibilava il vento gelido di febbraio, despota delle piazze e delle strade, che scuoteva le imposte delle finestre, tappava l’acqua delle fontane, appendeva stalattiti di ghiaccio ai cornicioni delle case.

In questo era il ghigno beffardo di Carnevale: fame, coriandoli e neve.

[1]Pietro Camporesi, La maschera di Bertoldo, editrice Garzanti, 1993.

[2]Carlo Rutigliano. Potenza e la Basilicata tra l’800 e il 1930. d’Elia Editori SpA. Potenza, 1977.

[3]Popolo di Lucania. 10 febbraio 1952. diretto da Enrico Ajello (Tip. Armento).

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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