C’era una volta “Piazza Crispi” e lo ” Struscio”

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Giovanni Benedetto

Piazza Crispi ha avuto il suo periodo di importanza negli anni cinquanta, sessanta, quando la piazzetta era adibita a terminal dei ” Postali” della Sita che raggiungevano da tutta la provincia il capoluogo. Alcuni, dalla lontana Terranova del Pollino che attraversava tutta la statale appenninica 92, e fermava a Senise, Sant’Arcangelo , Gallicchio, Laurenzana e sopratutto ad alcuni incroci, punto di raccolta dei viaggiatori dei paesi vicini alla Statale. Il viaggio durava tutta la notte e di mattina tardi si affrontava il viaggio di ritorno. Erano viaggi un po avventurosi soprattutto per chi soffriva di mal di macchina: molti tratti non erano asfaltati, tutti pieni di curve e di pendenze. Le altre statali non erano migliori, si diversificavano per la lunghezza dei tragitti. Per raggiungere il centro della città si attraversava a piedi il tratto di salita di via Manhes, si passava per la piazzetta dei “Poveri”, mercato ortofrutticolo, e si entrava in via Pretoria dalla porta di San Giovanni. In quel periodo ” Via Pretoria” era la mèta di tutto di quel flusso di viaggiatori che si aggiungeva a quello locale,  per motivi amministrativi, commerciali, economici o lavorativi.
In via Pretoria, o in qualche vicolo, erano concentrate tutte le sedi degli uffici statali, scuole, banche, studi professionali e i negozi tutti affilati lungo la via dello struscio.
Chi aveva la fortuna di essere proprietario o gestore di una semplice vetrina si era assicurato il pane a vita.
La periferia di Potenza: San Rocco, Santa Maria, Chianchetta e la costruenda viale Dante erano dei dormitori, quasi tutte case popolari, costruite per ricevere gli immigrati della provincia che il boom economico richiedeva.
La città per come era disegnata e per come si espandeva era fatta su misura per privilegiare l’angusto e scomodo centro, c’erano anche due cliniche convenzionate: Gavioli e Luccioni, gli uffici statali concentrati di fronte la sede del Banco di Napoli e la sede del Tribunale a fianco di quella della prefettura.
Negli anni 70, quando già i tempi e le esigenze della città stavano cambiando, si aggiunsero al Centro anche i due  edifici della regione: la sede del consiglio regionale e quella della giunta!
In questi anni è sorto il problema dello spopolamento di via Pretoria, negli anno 70 c’era il problema inverso: il sovrapopolamento e l’inaccessibilita’ al centro della città.
Già il piano e il regolamento urbanistico del dopoguerra avrebbe dovuto ridisegnare di sana pianta la città antica, nata nei secoli addietro sulla sommità della montagna per motivi di difesa, sicurezza e prevenzione da malattie.
Non sono un esperto, scrivo da semplice cittadino, so però che gran parte delle città si sono sviluppate intorno ai letti dei fiumi che l’attraversano.
A Potenza  al contrario il centro era la meta naturale della borghesia e quella ambìta di tutti quelli che , con i soldi, praticavano la scalata sociale, così che le imprese, stimolate dalla richiesta,  hanno  edificato, per buona parte della seconda metà del secolo scorso,  a ridosso del centro storico lungo le scarpate riempiendo quest’ultime di colate di calcestruzzo con palazzoni tutti esposti ai sette venti senza rispetto del rapporto volumetria e spazi comuni.
Creando danni estetici e funzionali alla città.
Non ci vuole un esperto per osservare che nel centro della città hanno sottratto sempre più spazio al verde , a vantaggio di nuovi palazzi.
Mentre con l’inurbamento la città cresceva, gli spazi pubblici diminuivano, come se si fosse aperta una voragine e li avesse inghiottiti, e la gente viveva nei palazzoni stipata, costringendo i ragazzini a trovare spazi di fortuna per i loro passatempi.
Hanno risanato vico Addone con palazzoni abitati da centinaia di famiglie, hanno abbattuto le case basse di piazza Prefettura per costruire il palazzone dell’assicurazione INA, hanno abbattuto delle casupole per costruire il palazzo di vetro della Cassa di risparmio di Calabria che male si concilia al contesto di un centro storico. Solo lo svuotamento dei sottani dei vicoli, dove vivevano tante famiglie numerose, ha salvato le vecchie abitazioni trasformando solo gli interrati in depositi. Si sono ricordati appena di lasciare piazza prefettura ai parcheggi di auto private ma hanno dimenticato di creare un terminal per i bus del servizio urbano adattando poi piazza del Sedile, dove gli autobus urbani avevano difficoltà a muoversi.
Fu così che gli amministratori dell’epoca, insieme alle forze politiche, finirono col  dare al cuore pulsante della città una striminzita e inadatta gabbia toracica.
Il terremoto è stata l’ occasione per gli amministratori di ripensare al ruolo del centro storico: cosa fare? ricostruirlo o abbandonarlo?
Si sono create due scuole di pensiero, alla fine ha prevalso l’idea di ricostruirlo e renderlo più bello e attraente al costo di ingenti finanziamenti pubblici.
È diventato più bello, con angoli accoglienti e anche più raggiungibile con i collegamenti verticali. Ma con la bellezza riacquistata non ha trovato la funzionalità preesistente, perchè in attesa che il centro si ricostruisse, le imprese si sono mosse per offrire case più sicure, villette a schiera, palazzi di tre piani , ai quattro angoli della città, unitamente agli uffici presi in affitto da banche assicurazioni, Intendenze, biblioteche, amministrazioni varie. Così che quando il centro storico si è detto pronto, l’utenza se ne era già allontanata definitivamente. 
Più o meno questa è la storia delle dinamiche sociali intorno all’edilizia del centro storico. Che è comune a tante altre città, ma che qui ha avuto uno spessore tale da poter essere presa a modello per situaizoni analoghe. Nel terremoto delle Marche e dell’alto Lazio oggi sta succedendo la stessa cosa: la gente, di fronte alle lungaggini della ricostruzione si orienta verso nuove soluzioni, creandosi altre possibilità di vita in altri luoghi. Ecco perchè oggi la città di Potenza si trova ad essere oltre che luogo di esperienza anche tentativo di creatività ed immaginazione, affrontando il tema di come ridare vita ad un tessuto urbano che è pregiato ma che non è più vivo, è ricordo, museo. Vedremo quello che la nuova Amministrazione riuscirà a fare. Di positivo è che associazioni, operatori culturali, semplici cittadini ne parlano più di ieri: un humus culturale e di partecipazione dal quale può nascere qualcosa. 

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Sull' Autore

Giovanni Benedetto

Mi sono occupato per 40 anni prima in Rai e poi in Rai way dell' esercizio degli impianti alta frequenza della Rai in Basilicata. Per vent'anni in qualità di quadro tecnico sono stato responsabile del reparto di manutenzione degli impianti alta frequenza: ripetitori, trasmettitori tv e mf, ponti radio e tutti gli impianti tecnologici connessi. Ho presieduto tutta la fase della swich-off analogico- digitale della rete di diffusiva della Basilicata. Nel 90 per tre mesi come tecnico della Rai Basilicata ho lavorato al centro , ibc, di Saxa Rubra, per inoltrare i segnali televisivi e radiofonici provenienti dai dodici stadi accreditati ai mondiali 90, attraverso i ponti radio e i satelliti in tutto il mondo. Ho scritto articoli diffusi dai quotidiani la nuova e il quotidiano, inerenti la storia della ricezione dei segnali televisivi in Basilicata dal 1954 ad oggi e la storia della sede Rai di Basilicata nata nel 1959. Collaboro col periodico di attualità e cultura, " il messo" con sede redazionale ad Albano di Lucania e diretto da Gianni Molinari Scrivo sul periodico " Armonia" edito dall'associazione Rai Senior, un bimestrale nazionale destinato a tutti i dipendenti della Rai.

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