Che ruolo ha Pietrapertosa nella sinistra del Duemila?

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marco di geronimo

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Sembra strano eppure i paesi e le periferie non votano più a sinistra. Né lo fanno i più poveri o i più sfruttati. Ma in realtà è tutto molto logico: la sinistra di oggi parla un linguaggio sconosciuto alle persone più semplici.

Tanti studiosi hanno analizzato l’emorragia di consensi dei grandi partiti socialisti occidentali. E sulla parabola delle sinistre italiane ci sono tante pubblicazioni da riempire biblioteche intere. Ma quel che conta non è come si è compiuto il disastro di ieri. Bensì perché oggi non si riesce a ripararlo.

Le sinistre moderne devono trovare risposte a domande troppo grandi per loro. I dirigenti di tutti i partiti appaiono impreparati e senza visione. I loro movimenti non hanno un pensiero sul capitalismo e una strategia per coordinare le classi basse e le classi medie (la grande sfida di questo secolo). E si concentrano su tanti temi, giustissimi per carità, che però non appassionano i loro elettori naturali.

Siamo al paradosso: la sinistra fa incetta di voti ai Parioli e non ha seguaci in periferia. Sfonda in città e annaspa in campagna. I partiti che hanno ereditato le tradizioni del socialismo operaio e contadino hanno difficoltà a mietere consensi, perfino nelle fasce studentesche.

La tesi principale è che i partiti di sinistra abbiano abbandonato le posizioni politiche con le quali proteggevano periferie e paesini. Questi luoghi si sono sentiti abbandonati e hanno smesso di votare i discendenti dei socialismi italiani. E tutt’ora non si fidano di partiti che non fanno i loro interessi.

Vero. Ma c’è qualcosa di più. La verità è che si è costruito un muro: un muro di incomunicabilità. I partiti di sinistra hanno smantellato i loro apparati, hanno dismesso i loro rapporti coi territori, e si sono chiusi in torri d’avorio. E la loro impreparazione intellettuale ha impedito d’usare una lingua comprensibile ai loro elettori.

È difficile che un ragazzo di paese possa sentirsi parte del messaggio cosmopolita del centrosinistra moderno. È difficile che possa emozionarsi alle numerose aperture alla comunità LGBT, al femminismo occidentale, all’ecologismo e così via. Sono temi che sfuggono alla sua vita quotidiana. Sono temi che gli paiono vuoti e non corrispondenti a realtà. Che gli ricordano quanto sia escluso dal resto del mondo, e gli fanno percepire una distanza abissale da chi ha avuto la fortuna di nascere in un posto “più giusto”.

Eppure il “paesano”, noi lucani lo sappiamo bene, è forse la creatura più antropologicamente di sinistra che esista. Chi vive nel paese appartiene a una comunità, si sente parte di rapporti umani ancora solidi. Coi coetanei sviluppa un senso di amicizia e fratellanza che non si trova tra i ragazzi di città. Fin da piccolo impara il valore dell’inclusione di ogni ragazzo del paese (anche per quei bambini che in alcune città si bullizza senza pietà).

Il paesano apprende da subito i rapporti di potere che regolano la comunità. Comprende il rancore profondo e immobile che cova sotto una storia di soprusi della famiglia locale sul resto della cittadella. Escluso dalla banda larga (e dunque dal mondo di oggi), cresce più lontano e più piano dei coetanei di città. Forse fa meno esperienza e ragiona più all’antica, ma subisce meno la liquefazione sociale e morale che la tivvù e i social network impongono ai nostri rapporti sociali, alle feste e agli incontri pubblici.

No, quest’articolo non è un elogio del paesino. Però vuole esprimere un monito serio. Che ruolo può avere quella grande fascia di ragazzi, cresciuti ai margini della modernità, che dovrebbero votare per noi a occhi chiusi, nella sinistra del Duemila? Cosa c’entrano con i nostri discorsi colorati, di cui capiscono (e condividono) poco e nulla?

La sinistra ha un enorme problema di comprensione delle dinamiche periferiche e delle aree interne. Non sa come ragionano i figli e i nipoti di quei contadini e di quegli operai che costruirono la sua fortuna.

Non è possibile rinunciare alle lotte contro le offese al colore della pelle, al genere e all’amore. Eppure non è possibile ignorare che la maggioranza non si muove per mera simpatia delle minoranze. Non è possibile neanche rinunciare alla lotta contro l’ingiustizia economica e sociale, che corrode chi nasce nel paesino sperduto o nella periferia dimenticata da Dio.

E chi nasce lì ha difficoltà a comprendere i dilemmi di chi è nato altrove. E viceversa. Il bacino elettorale della sinistra è diviso in mille rivoli che si contrappongono a vicenda. Che spesso si odiano a vicenda. Ma che occorre trovare il modo di ritornare a far parlare tra loro. Occorre far marciare uniti il ragazzo di paese e quello di città.

Ciò è tanto più difficile in quanto prevale in ogni dove l’idea che chi non appoggia o non capisce certe battaglie è un ignorante che va ignorato. Invece di praticare l’accoglienza e l’integrazione, l’educazione di chi non ha avuto la fortuna di confrontarsi con altri tipi di società e di pensiero, spesso le sinistre respingono gli elettori più sfortunati. Ma così escludono i paesi e le periferie dal loro raggio d’azione. Li escludono dai loro programmi e dai loro eventi. Li escludono dalla loro visione del mondo e finiscono per dimenticare come sono fatti. E di che cosa hanno bisogno.

Qual è il ruolo di Pietrapertosa, o di qualunque altro meraviglioso paesino della nostra Italia, nella sinistra di oggi? Nessuno. La sinistra vive in città, preferibilmente in centro.

Ma la giustizia sociale è un valore immortale che non può restare a lungo senza voce né bandiera. Forse paesi e periferie dovranno rivolgersi ancora a lungo a Papi stranieri, elezione dopo elezione. E però prima o poi qualcuno dovrà rappresentare, a sinistra, queste sacche di disagio. Ed è inevitabile che le traduca in un peso politico enorme: i serbatoi di voti in paese e periferia sono molto larghi e assai omogenei.

Si diceva che il terzo stato non conta nulla e chiede solo di contare qualcosa. Allo stesso modo chi è nato nei posti più sfortunati chiede da decenni un’attenzione che non riceve. Ma che prima o poi dovremo dargli. Perché se lo merita. E perché dovrebbe essere la nostra vocazione, costruirgliene una.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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