Chi odia le Partite iva?

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Non so se si possa parlare di un sentimento così forte e avverso ma certamente non si può dire che le partite iva, in Italia, siano simpatiche al Governo.

Per lo meno questa è la sensazione che si avverte da nord a sud del paese incontrando piccoli imprenditori, professionisti, freelance, artigiani commercianti ecc., messi in ginocchio da adempimenti, tasse e coacervi di norme stringenti, impossibili da poter ottemperare senza incappare in errori o omissioni. Sviste dalle conseguenze sanzionatorie abnormi che, nel 30% dei casi, si tramutano in sanzioni economiche. Qualora l’avversione del governo nei confronti delle partite IVA si volesse dimostrare nei fatti, basterà leggere, tra le righe tutti i provvedimenti riservati al tessuto produttivo medio piccolo italiano. Ogni provvedimento è accompagnato da una serie di premesse agli articoli di legge sotto le voci ”visto…”, “considerato…”, “ritenuto…” “obbliga…” che dimostrano chiaramente il sentimento di scarsa fiducia, diciamo così, che i legiferatori nutrono nei confronti delle partite iva, soprattutto sull’affidabilità fiscale. Soggetti riconosciuti legalmente ma equiparati ai tanti evasori che pure lavorano sfacciatamente in nero non avendo alcuna identità fiscale o iscrizione a registri vari, per niente compresi nei provvedimenti restrittivi cui le partite iva sono costrette a ottemperare ogni giorno della propria esistenza. Ma tant’è, l’evasione, è sempre più associata a chi, invece, adempie a tutte le regole del commercio e dei servizi.

Un non senso per un paese normale il cui tessuto produttivo è formato di piccole e medie imprese che, viceversa, andrebbero spronate con iniezioni di fiducia e agevolazioni reali per produrre maggior reddito investendo più risorse nelle rispettive attività per resistere alla concorrenza dei grandi gruppi industriali e dei colossi del web. Moloch che con le proprie politiche espansive -attuate a costo zero per via degli strumenti gratuiti che il web offre a disposizione – mettono in ginocchio chiunque si trovi a competere con quelle offerte con armi spuntate dallo stesso Stato che dovrebbe, invece, proteggerli.

Un’attenzione quella rivolta alle partite iva che mina il rapporto di fiducia che in un paese normale dovrebbe essere massimo nei confronti di chi investe il proprio tempo senza calcolarlo nel produrre reddito e gettito fiscale che fino ad oggi ha contribuito, in parte – per esempio – anche a disinnescare le clausole di salvaguardia che sarebbero costate milioni per le tasche dei consumatori. Nel solo triennio appena concluso, 3 milioni di partite Iva hanno già cessato la propria attività, mentre, negli ultimi cinque anni, il reddito medio di chi coraggiosamente continua a credere nel futuro di questo paese è calato di 7mila euro. Una pattuglia di lavoratori meno uguali degli altri che conta, oggi, una platea di 5,3 milioni di unità rispetto agli 8,6 milioni di cinque anni fa. Il 23% degli occupati cui lo Stato nega qualsiasi diritto riservando loro, viceversa, umiliazioni e obblighi più disparati. Obblighi fiscali, finanziari, burocratici e ispettivi che costringeranno nei prossimi anni – secondo il dossier di Federcontribuenti – un ulteriore “numero considerevole di cessazioni di attività”, in special modo tra persone fisiche, freelance, professionisti e piccoli imprenditori artigiani e commercianti che contano il 71% della forza produttiva italiana. Un percorso involutivo che lascia indifferenti anche i burocrati Europei piuttosto inclini a legiferare a vantaggio dei grandi gruppi industriali e commerciali che trarranno beneficio dall’impoverimento delle popolazioni così da attuare indisturbatamente politiche espansive di sottomissione funzionali ai loro scopi. Tutto in regime di esclusiva planetaria.

Stando a quanto riportato dal rapporto di Federcontribuenti, il 25% delle partite IVA, vive al di sotto della soglia di povertà calcolata dall’Istat. Per un guadagno netto di 15 mila euro annui (a cui però bisognerebbe sottrarre ulteriori costi di carburante e spese extra di mantenimento degli strumenti di lavoro che non mancano mai durante l’arco dell’anno), bisogna fatturare circa 45-50 mila euro. Pagando tutte le imposte senza permessi né ferie pagate, senza il diritto ad ammalarsi e con l’incertezza futura e la constante gogna di essere considerati evasori, risulterà impossibile continuare a resistere. Si aggiungano i provvedimenti contenuti nella nuova finanziaria alla voce “provvedimenti ispettivi” (oggi sono circa 100 da 15 diversi Enti), pagati dalle stesse tasse dei contribuenti a partita iva e il quadro diventa ancora più drammatico. C’è poco da schierarsi pro o contro il lavoro autonomo perché, quando la maggior parte delle partite iva cesserà la propria attività, lo Stato famelico, per mantenere i suoi apparati burocratici, sottrarrà dalle buste paga dei lavoratori dipendenti le somme perse dal mancato gettito fiscale aumentando le tasse pagate dai lavoratori dipendenti direttamente in busta paga. Come dire se Sparta piange Atene non ha proprio nulla da ridere.

Giuseppe Digilio

 

 

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