LE CONCUBINE DEL DIAVOLO E LA LORO ANIMALITA’

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LUCIO TUFANO

lucio-tufano    È il cosi detto “sesso debole” che torna malvagio? Le titolari delle imprese di brigantaggio, anche più rapaci degli uomini?

Era solo la dedizione al primo uomo o anche l’ambizione che faceva di quelle donne le più crudeli ed efferate, per emergere o per solo compiacergli, rinunciando perfino alla maternità?

Eppure la Storia ci racconta di donne che, escluse dalle decisioni e dai diritti politici, hanno dominato con il corpo e con il carattere influenzando il potere, da Mirra scellerata ad Erodiade che istigò il patrigno Erode Antipa a fare uccidere Giovanni Battista.

È Lady Macbeth che istiga la ferocia del marito: la lucida stratega dell’agguato ordito al re Duncano. E dietro il terribile Attila non ci fu una donna che al fianco del “Flagello di dio”, si rivelò esperta nelle devastazioni e nel gioco degli scacchi? È il lato oscuro della femminilità che dalla mitologia, da Circe a Medea, le nefaste maghe dai sortilegi più sottili, avrebbero ucciso i loro figli se avessero visto insidiato il loro potere?

Ecco le brigantesse, il loro selvaggio ruolo, le loro primordiali esigenze, il loro corpo.

Occorre sfidare le ripugnanze della storia per andare oltre l’igienica proiezione immaginaria o virtuale; occorre accingersi a raccontare ed affrontare le cose innominabili …, ecco perché smaria-rosa-marinelli-druda-di-angelantonio-masiniparliamo di ciò di cui altri magari non hanno ancora parlato o scritto.

Forse neppure chi ha scritto e pubblicato storie anagrafiche ed episodi di scaramucce e processi in modo rude e primordiale. È l’era della puzza, delle epidemie e dello sporco, delle parti del corpo più a buon mercato, anzi gratuite e senza ipocrisia del perbenismo, la condanna della pornocrazia, del chi si arrangia, del “culo e camicia”, amici non sempre indissolubili, della scorreggia non repressa, del rutto  e dello stupro ripetuto, ossessivo, lecito e consenziente; è l’era della prepotenza agraria alla quale si oppone la reazione altrettanto violenta e prepotente del proletario, onde spetta al capobrigante, finalmente, consumare la nemesi dello ius primae noctis nei fienili, nelle stalle, nell’aperta campagna o preso le concimaie dall’odore afrodisiaco, nelle aie e nei pagliai. Un istituto che si è tramandato dai nobili ai cafoni, ai danni della donna, a seconda dell’auctoritas e del potere detenuto dai maschi. Brigantesse? Animalesse senza bagno e senza fissa dimora, senza doccia, né bidet, senza sapone, arbitre del torrente e dei rovi, esposte ad ogni tipo di intemperie. Orinano in piedi, mangiano in piedi, anzi divorano, a cavallo. Indossano il reggiseno? Usano biancheria? forse! Quando riescono a far bottino di tutto ciò che trovano per rapina nella casa del massaro o dell’agrario. Esse si sporcano; fugacemente adempiono ai loro bisogni ed hanno, come tutte le giovani donne il loro mestruo. Hanno i volti scolpiti dal freddo e dal sole, le logore vesti frustate dal vento e dalla pioggia.

Sono figlie e madri dell’infamia, non hanno religione, né morale, sono le concubine del diavolo.

Da una sorta di voluptas dolenti la femmina dura e ribelle cade in assoluta balia del suo stupratore e ne diventa la compagna fedele ed innamorata.

Ma quello che le rende creature umane è riportato nella relazione dell’in-chiesta parlamentare e nei dibattimenti dei processi sommari. Il brigante è sublimato da un’aureola di eroismo, non è più l’assassino, il fuorilegge che uccide e saccheggia, ma è il proprio uomo, quello che si ama e che rende giustizia, che difende i poveri e che dà “ai poveri togliendo ai ricchi”. È quest’illusione, quasi foscoliana, dell’uomo “bello di fama e di sventura”, vittima di offese e di dolori mai leniti.

Tempi e giorni pervasi di sensualità, di bestialità, di un mondo rovesciato, di una vita trascorsa all’aperto, dall’aria più rarefatta, monda di impurità, carica di ossigeno, tra le piante che operano la loro fusione di traspirazione di notte e clorofilliana di giorno.

Un rapporto costante, diretto, immediato con i sensi dell’animale, dell’ambiente, del caldo e del freddo, dell’olfatto e del tatto, del rumore e del silenzio da decifrare e da sondare, un’osmosi tra natura e vitalità, una vigoria del partecipare come essere, componente del tutto, come entità in simbiosi con le foreste ed il territorio.

Il naturismo del brigante e della sua donna? Forse un ritorno disperato all’Eden biblico, alla fiaba dell’abbondanza e della crapula, della cuccagna come fatto illusorio, fugace, onirico così come le trafelate scorribande, le sortite furtive ai casali.

È la seconda metà dell’Ottocento; nella società industriale le donne sono già mobilitate nelle fabbriche e nelle lotte politiche. La scrittrice George Sand cavalca in costume da maschio, allora motivo di scandalo, fumando grossi sigari, separata dal marito e con spregiudicate relazioni d’amore con uomini famosi del suo tempo, come De Musset, Chopin, ed altri, con la popolarità di donna libera ed evoluta. È l’epoca di Flora Triston, dalla travagliata vita coniugale, perseguitata dal marito dopo la separazione e che enuncia, in analogia con l’oppressione della classe operaia: «la moglie proletaria oppressa dallo stesso proletario». È l’epoca delle prime rivendicazioni della donna borghese nelle città d’Europa, anche degli obiettivi del femminismo operaio, ma i temi dell’amore, del corpo e del sesso, l’indiscreto della vita privata sono ancora tabù, anche se si avverte la loro drammaticità.

Ma le brigantesse d’istinto, di amore viscerale e di odio, sono creature selvatiche della vendetta e del riscatto. Forti, belle e selvagge, con il coltello ed il fucile, la bandoliera ed il cordame, il basto delle cavalcature, sono le confidenti più sicure – scrive franca Maria Trapani – le messaggere più mimetizzate, le più fedeli custodi dei segreti, feroci e coraggiose più degli uomini, le più eccitate.

Donne che agitano le falci, che approntano la stoppa per i fucili, che urlano e gesticolano per aizzare la folla, che fomentano i parenti ad aggredire i liberali, che fanno scempio dei corpi dei garibaldini e delle guardie civiche, che imbestialite, inzuppano il pane nel sangue della vittima e se ne cibano. Neppure le erinni della mitologia classica, le furie indemoniate, furono capaci di tanto.

Quelle donne ci fanno pensare alle tragedie medievali, a quelle di Valpurga, alle streghe ed alle baccanti. Perciò ci riportano a quella rassegna delle femmine-mostro presenti negli incubi degli uomini: la Gorgone, le arpie, le parche, le sirene, le divinità inferiche e quelle temperamentali di Odisseo e degli Atridi.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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