di ROCCO PESARINI
Un libro che ne “contiene” molti con elementi, tutti ben sviluppati, di ognuno di essi.
Il bambino che disegnava le ombre – prima uscita letteraria di Oriana Ramunno, rionerese di nascita e ora bolognese di adozione, edito dalla Rizzoli – ha infatti insieme tutti gli elementi di: un giallo ben congegnato (ambientato ad Auschwitz, un luogo dove la Morte è già la “regola”); di un trattato sociologico (la nascita dei primi dubbi del popolo tedesco sulle atrocità e nefandezze dell’ideologia nazista e dei suoi alleati); nonché di un’accurata disamina psicologica (con una sapiente opera di tratteggio umano dei suoi diversi e svariati personaggi).

Un libro complesso, affascinante e scorrevolissimo nella lettura, mix di caratteristiche che evidenzia una maturità letteraria davvero notevole nella giovane scrittrice lucana.
Un libro dove luoghi atroci come Auschwitz e Birkenau appaiono essere, anche se per pochi momenti, solo per pochi istanti, dei luoghi quasi normali, dove l’umanità e le sue complesse e complicate dinamiche possono nascere e svilupparsi liberamente e naturalmente.
Un libro che ha un’idea geniale di fondo (un giallo ambientato ad Auschwitz) che me lo rende simile a La vita è bella, il magnifico film di Benigni dove l’orrore dei campi di sterminio viene ovattato da un padre al solo fine di non traumatizzare il povero figlioletto.
Insomma, in poche parole, un libro che dovete leggere.
E Oriana è stata ospite, e con lei il suo bel libro, del C.L.U.B. Edizione Speciale della mia associazione SonoricaMente, lunedì 27 dicembre presso la Libreria Mondadori di via Pretoria.

Un appuntamento letterario bello e partecipato, ottimamente condotto da Annalisa Paoliello e Carmen Cangi (tra l’altro vincitrice con il suo personale aforisma del gioco letterario legato all’evento) e che ha racchiuso momenti di confronto e discussione su tematiche così complesse e delicate di notevole spessore.
Leggendo il libro, due sensazioni emergono forti: caldo e freddo. Il caldo nel quale vivono i tedeschi e il freddo degli ebrei. Le due sensazioni persistono anche quando sulla stessa scena sono presenti personaggi di entrambi i gruppi. È voluta e studiata questa caratterizzazione dei due ambienti?
Ho voluto ambientare Il bambino che disegnava le ombre nei giorni di Natale. Il Natale è la festa del calore per eccellenza: il calore di un caminetto che arde, ma anche quello della famiglia che si riunisce intorno alla tavola, nella sicurezza di una casa e di una famiglia. Ad Auschwitz le SS festeggiano il Natale pur trovandosi all’inferno, perché per loro i luoghi caldi, sicuri, continuano a esistere anche nel luogo più osceno della terra. Non è così per i detenuti, privati del calore non solo della casa, ma anche della famiglia, divisa, smembrata, annientata. I detenuti vivono e muoiono al freddo, che è non solo fisico ma anche spirituale, perché sono stati denudati anche della propria umanità.
Il protagonista è affetto da una malattia invalidante che, se scoperta, avrebbe comportato per lui l’eliminazione da parte dei medici nazisti. Perché questa scelta?
Hugo Fischer, l’investigatore incaricato di far luce sulla morte del dottor Braun, nasconde una malattia che i nazisti stavano cercando di estirpare dal DNA ariano: la sclerosi multipla. Fisicamente Hugo rappresenta l’ariano perfetto. Occhi grigi, capelli castani, alto e magro. È dotato di grande acume ed è la stella nascente della criminologia tedesca. Eppure nasconde un segreto, una malattia che lo farebbe etichettare come “difettoso” e che lo escluderebbe immediatamente dallo status di ariano perfetto. Hugo rappresenta la contraddizione di quell’idea di razza ariana propugnata da Hitler. A fargli da contraltare c’è Gioele, bambino ebreo, anche lui distante dai canoni razziali imposti dal nazismo. Capelli scuri, occhi chiarissimi e dotato di grande intelligenza, anche lui ribalta gli stereotipi, a dimostrazione che sono solo stereotipi. Entrambi sono solo esseri umani.
Stai già lavorando al tuo prossimo libro?
Sto lavorando a una storia ambientata sull’Appennino emiliano, tra il 1900 e lo scoppio della prima guerra mondiale. Stavolta l’eroina sarà una donna, fragile e al tempo stesso forte, pronta a sfidare un mondo comandato dagli uomini. Non dico altro, ma spero che possiate presto leggere questo libro.