CRONACA D’ALTRI TEMPI

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Gerardo Acierno – Il racconto della domenica

                             

A Torretta se lo ricordano eccome, il casellante.

    Corradino il casellante. Se lo ricordano per una serie di fatti singolari e circostanze dolorose a lui ascrivibili. C’è chi racconta di Corradino quando scendeva in paese e si aggirava in modo strano per vicoli e altre strade: sembrava pensare a posti lontani. Andava ramingo con occhi piantati in terra e mano destra a frugare  nel sale e pepe dei suoi radi capelli. Nei giorni speciali del borgo (processioni, cortei, sfilate), si mescolava al popolo senza mai finire in prima fila. E mentre gli altri sgomitavano, si pestavano i calli, si davano spallate pur di affiancare l’onorevole, farsi notare dal vescovo o sussurrare qualcosa al sindaco, egli smaniava per occupare il ciglio strada, di conquistare il limite, il margine, il confine del cammino comune, insomma, non aspirava ad apparire. 

     Corradino – dicono ancora i paesani con tono compassionevole – era un uomo modesto, un cantoniere della ferrovia puntuale e preciso.

     Corradino curava con infinita passione il tratto di strada ferrata avuto in dotazione. Dal km 0 al km 4 della Torretta-Sellata. La galleria, il ponte a due campate tirato su a mattoni rossi, il semaforo, i pali del telegrafo, il casello con annesso orticello, due leve di ferro da usare per lo ‘scambio-binario’.

    A Torretta ricordano anche come Corradino si presentava al lavoro. Vestiva l’uniforme blu-scuro con colletto rigato di rosso, bande dello stesso colore ai pantaloni e il berretto a visiera con stemma ricamato d’argento contenente le iniziali ‘FCL’ – Ferrovia Calabro-Lucana -. Quando usciva dalla sala di servizio della stazione, martelletto in mano e bandiera sotto l’ascella per controllare merci e viaggiatori, sembrava una guardia sulle tracce dei malviventi: guardingo e solerte. 

     Prendeva servizio al mattino presto, spesso prima di giorno e comunque alla partenza della prima corsa della littorina per Potenza, affollata di manovali e muratori dallo sguardo perso nel vuoto; di petulanti donne di servizio e pochi studenti assonnati. A mezzogiorno, Corradino rientrava al casello per un boccone veloce.

     L’edificio aveva i muri tinteggiati di giallo e le imposte di verde smeraldo. L’edera ricopriva per intero la parete più in vista. Qui Corradino abitava con la moglie e il figlio. Due piani con quattro locali: uno era la cucina, l’altro un salotto che faceva da stanza per il ragazzo, il terzo la camera da letto e il quarto una sorta di ripostiglio nel quale erano accatastate casse e ceste ma trovava posto anche un divano-letto, utile per Nicola, il padre della donna, che, una volta al mese, scendeva da Monforte, popolosa frazione sulla montagna, a ritirare la pensione all’Ufficio Postale di Torretta  e  si fermava la notte da loro dopo aver trascorso il pomeriggio nella cantina di Natuccio. Il cesso era in un bugigattolo tirato su alla meglio sul pianerottolo delle scale che portavano in soffitta. Aveva il water e il lavabo. Senza vasca. Il bagno lo facevano nella tinozza, giù in cucina, dove il fuoco sempre acceso e la fiamma sempre alta riscaldavano corpo e spirito. Nell’anno in cui Corradino ebbe il casello, su Torretta e dintorni ancora ristagnava una diffusa povertà, diluita, però, da molte speranze e da provvedimenti governativi finalmente popolari e positivi.

      Alle spalle del fabbricato, tra il margine della massicciata sulla quale correvano i binari e il costone roccioso affacciato sulla vallata nella quale spadroneggiava il lago, Corradino aveva montato una baracca di zinco e mattoni. Dentro ci teneva l’attrezzatura necessaria per controllare il suo cantone di lavoro: la carriola, la lanterna a petrolio, vanga e piccone, la chiave a ‘T’ per stringere o svitare i bulloni, una sacchetta di sale da usare d’inverno sullo sterrato di casa quando ghiacciava. E la gabbia dei conigli, due polli, il banco sul quale a volte si dilettava a limare pezzi di ferro e a modellare sagome di zinco per costruire trenini e macchinine per i giochi del figlio.

    Per un trentennio la vita del casellante scivolò tra sobbalzi significativi, fermate improvvise e ripartenze cariche di speranze, discese pericolose e quiete risalite. Proprio come un viaggio in littorina su binario a scartamento ridotto. Il figlio, dopo essersi laureato in ingegneria a Napoli, fu assunto alla FIAT di Torino. La moglie continuò a stargli accanto con lo stesso amore e la stessa cura dei primi tempi, come hanno sempre fatto le donne di Torretta e il paese, dal suo canto, pur tra alti e bassi, una lite politica e un minimo di benessere, un anno buono un altro meno circa il raccolto e la vendemmia, cominciò a cambiare faccia.  A Potenza s’iniziò ad andare con l’autobus o con mezzi propri. Le automobili aumentarono per la gioia dei padroni del figlio di Corradino e i viaggiatori sul treno diminuirono in modo impressionante. Più il borgo cresceva, più i pendolari  della strada ferrata scomparivano. C’erano giorni che alla corsa delle undici prendeva il treno soltanto un vecchio avvocato che ancora portava avanti una causa sull’esproprio di un terreno quando si decise di riempire il vecchio lago per alimentare la centrale idroelettrica a sostegno delle fabbriche nascenti nella valle del Basento.

   Una sera di novembre, però, una dolce serata domenicale, arrivò Lui, il terremoto dell’80, e tutto mutò. Paese, città, regione, ferrovia, casello e Corradino compreso furono catapultati in un mondo nuovo, diverso, meno tollerante, cinico e veloce, spesso cupo, sempre più facile preda della corruzione e del cattivo vivere.

   Nei mesi che seguirono a quella tremenda domenica, sul bollettino paesano ciclostilato in parrocchia, un appassionato cronista scrisse che  “a causa delle onerose verifiche effettuate sulla linea ferroviaria per accertare i danni provocati da tale sconquasso, era necessario chiudere il tronco Potenza – Torretta – Sellata,” aggiungendo con un pizzico di cinica soddisfazione “tanto ormai questa linea non rendeva più”.

     Corradino non fu licenziato. Lo trasferirono ad un altro scalo della provincia ma gli chiesero di lasciare il casello. La società pensava di venderlo a un gruppo di imprenditori napoletani che intendevano realizzare con tutti i caselli ferroviari del tratto, punti di osservazione speciale sul territorio sottostante e sulla vallata occupata dal lago. A Corradino diedero un anno di tempo per sistemare le  cose. E Corradino le sistemò a dovere.

     Una notte – la moglie a casa dei suoi su a Monforte – Corradino uscì sullo sterrato del casello e guardò verso il cielo: gli parve striato da stelle cadenti. Anzi, pian piano, lo vide accendersi. Poi, si girò e fissò il casello; le finestre spalancate e l’uscio rischiarato dalla lampada appesa all’arco d’ingresso disegnavano un paradossale volto, una figura che sembrava indagare il suo, di sguardo, ormai diventato angoscia.

      Il casello se ne stava lì, innanzi a lui, con l’aria di chi ti voglia interrogare e voglia rubarti la memoria di cose mai sopite. Soli, lui e il casello, accuditi dal destino delle cose, privi di parola, si guardarono a lungo fino a quando la confusione di Corradino iniziò a farsi realtà. Luci e suoni, voci e ricordi riaffiorarono e di seguito precipitarono, si risollevarono e sembrarono spegnersi per riaccendersi un attimo dopo e iniziare a sentire la vita, tutta la sua vita ribollire nelle vene.

    Il fuoco, quello vero, quello fatto di scintille e di alte fiamme, iniziò il suo tragitto mortale dall’erba accumulata nella baracca per i conigli. Poi si fece strada, con facilità, sopra le traversine di legno impregnate di pece, accatastate poco lontano e attaccò con furia sempre crescente dapprima le persiane e poi le tende e infine tutto quanto ancora albergava nel vecchio casello.

    Quando dal paese videro le fiamme signoreggiare nella notte, fu gioco facile individuare la loro provenienza. Accorsero in tanti. Avvisarono i vigili del fuoco e i carabinieri. Si scomodarono persino il sindaco tutto comunista e il prete un po’ fascista. Corradino il casellante vagò tutta la notte nei boschi circostanti. Lo arrestarono all’alba, sugli argini del torrente che scorreva muto nella gravina.  Non disse una parola. La sua mano destra continuò a rovistare i suoi radi capelli.

     Lo ammanettarono e nessuno fiatò fino a quando la jeep dei carabinieri con Corradino a bordo non scomparve oltre la curva che imboccava la provinciale, direzione Potenza. Da poco asfaltata, quella strada, mai così lucida come quella mattina, sembrava offrirsi ai pendolari di Torretta e alle loro veloci automobili come la Salomè danzante davanti a Erode Antipa.

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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