Debito pubblico, evasione fiscale e corruzione

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Riccardo Achilli

Qualche giorno fa, durante un dibattito televisivo, Bersani ha destato scalpore, rimettendo al centro l’annosa questione dell’evasione fiscale, sottolineando come solo il 6% dei contribuenti italiani dichiari più di 50.000 euro all’anno e sostanzialmente imputando all’evasione fiscale e più in generale all’ampiezza dell’economia irregolare italiana uno dei motivi della debolezza negoziale italiana sul tavolo delle trattative per il piano europeo di aiuti economici da coronavirus.

Come spesso avviene con Bersani, la questione è posta in maniera troppo grezza sotto il profilo analitico. Bersani dimentica (e qui risiede una delle principali debolezze elettorali della sinistra attuale, incapace di rappresentare interessi oggettivamente deboli, quindi tradendo la sua missione) che l’evasione fiscale non è un mondo omogeneo di predoni ed opportunisti, che in un Paese che, in certi periodi storici, è arrivato ad una pressione fiscale pari al 45-46% del Pil, esiste una piccola evasione di sopravvivenza da parte di segmenti sociali spesso ai limiti della povertà (micro imprese, artigiani, piccoli commercianti di paese e di aree periferiche, partite IVA a basso reddito, lavoratori in nero per necessità, perché sottopagati, ma anche tanti millennials alle prese con lavoretti della new economy). Categorie rispetto alle quali non è sufficiente, seppur doveroso, il richiamo a contratti di lavoro dignitosi o a politiche di sostegno della domanda, ma occorre anche offrire una riduzione della pressione fiscale, partendo dalla fascia alta dell’evasione, quella delle grandi imprese e delle multinazionali, e combattendo anche in sede di politica estera contro l’elusione offerta da paradisi fiscali (come è possibile tollerare in sede europea lo smaccato dumping fiscale praticato, ai danni dei bilanci degli altri Stati membri, da Lussemburgo ed Olanda?) Va infatti ricordato che, secondo la Cgia di Mestre, l’evasione fiscale delle grandi imprese è di 16 volte superiore a quella delle piccole e dei lavoratori autonomi (circa un milione all’anno per ogni grande impresa, a fronte di meno di 64.000 euro per le piccole). E’ sui grandi evasori che occorre agire, prima di vessare il salumiere con accertamenti presuntivi, controlli e verifiche a go-go.

E’ però chiaro che, al netto di tali differenze, lo stato pessimo dei nostri conti pubblici, in confronto con quello di altri grandi Stati europei, dipende essenzialmente da due fattori: l’altissima evasione fiscale ed il costo della corruzione pubblica. Non dipende, come pensa una certa corrente da liberismo straccione italico (quella che chiede meno Stato ma poi, quando ci sono le crisi, si precipita ad esigere sussidi pubblici) da una spesa pubblica fuori controllo (è invece leggermente al di sotto dei parametri europei) o da tonnellate di dipendenti pubblici (il rapporto fra dipendenti pubblici e popolazione è al di sotto della media della Germania e della Francia). L’evasione fiscale italiana vale, a seconda delle stime che si usano, che possono includere o meno anche una parte di elusione, fra i 110 ed i 190 miliardi (questa ultima è la cifra attestata dal Parlamento Europeo in uno studio del 2019). Quella tedesca, nella misura più alta, e sempre secondo il Parlamento Europeo, vale 127 miliardi. C’è un differenziale di maggior evasione fiscale, a carico del nostro Paese, per 63 miliardi. Esattamente la cifra che spendiamo, annualmente, per pagare gli interessi sul debito pubblico. Se noi avessimo l’evasione fiscale dei tedeschi, sterilizzeremmo completamente il pagamento del servizio del debito e, poiché siamo in avanzo primario (ovvero la differenza fra gettito fiscale e spesa pubblica al netto degli interessi sul debito è positiva) saremmo da anni su un percorso di discesa del debito pubblico senza bisogno di fare l’austerità sanguinosa che siamo costretti a fare, con il conseguente degrado della capacità di offrire servizi pubblici essenziali, come ad esempio l’attuale epidemia ha mostrato rispetto al servizio sanitario nazionale. E non si vengano ad avanzare giustificazioni dell’evasione sulla scorta di considerazioni relative alla capacità di sostenere, sia pur illegalmente, un circuito di consumi o una occupazione, per quanto in nero e senza diritti. Stiamo dicendo che va colpita prioritariamente l’evasione della grande impresa, che i soldi evasi non li spende nel circuito economico italiano, portandoli in qualche conto nero paradiso fiscale, o quella del professionista benestante, che lavora per sé e non crea occupazione.

Discorso analogo vale per la corruzione. Uno studio dei Verdi tedeschi del 2018 stima che, in termini di maggiore spesa pubblica sugli appalti, di minor gettito fiscale sui redditi illegalmente percepiti a titolo corruttivo, di scoraggiamento nell’attrazione di investimenti esteri e di maggiori costi per tenere in piedi un apparato repressivo e giudiziario, la corruzione costi, all’Italia, 237 miliardi all’anno. Una cifra stratosferica, in assoluto e anche se comparata con la Germania (104 miliardi) o la Francia (120 miliardi). Anche qui, le tradizionali giustificazioni microeconomiche, per le quali la corruzione favorisce forme di sviluppo produttivo “al margine” (consentendo di creare mercati per imprese che in condizioni di normale state of play non sarebbero competitive) o circolazione, sia pur illegale, di ricchezza, che stimola il soggetto pubblico ad investire maggiormente, si sono dimostrate valide soltanto per Paesi nelle prime fasi, o al massimo nelle fasi intermedie, del loro sviluppo capitalistico, in cui la corruzione può fungere da meccanismo di “accumulazione originaria” di capitale produttivo endogeno, in presenza di una arretratezza nella competitività strutturale rispetto ad altri Paesi. Per Paesi avanzati, come il nostro, la corruzione è solo un costo.

Perché evadiamo di più e subiamo di più la corruzione? Sgombriamo il campo da pseudoanalisi sociologiche o antropologiche, gli italiani non sono strutturalmente meno onesti degli svedesi. Queste sono tutte cazzate. Ci sono motivi strutturali (ad esempio il minor grado di sviluppo di alcune aree, segnatamente del Mezzogiorno, che nelle pieghe del sottosviluppo ospitano attività illegali o sommerse tipicamente legate a contesti territoriali non in grado di promuovere percorsi di sviluppo virtuosi) ma, e questo purtroppo lo dobbiamo dire, ci sono motivi di scelta politica. Ampi settori politici tutelano o giustificano l’evasione fiscale, non solo quella del poveraccio che deve tirare a campare, ma quella della grande impresa, del primario ospedaliero, dell’avvocato di grido. Altri settori politici coprono l’atteggiamento piratesco di grandi imprese che sfruttano il nostro lavoro qualificato con gli stabilimenti costruiti anche con ingenti investimenti pubblici, e poi vanno a farsi la sede legale in Olanda. La corruzione, anche in questo caso, è il frutto avvelenato di scelte politiche: la scelta di tenere il sistema giudiziario in condizioni degne di un Paese africano, dove, fra ritardi pluriennali nelle sentenze, produttività miserevole degli uffici e mancanza cronica di risorse, la giustizia non arriva, o arriva quando il danno corruttivo è divenuto enorme ed irreparabile per le casse dello Stato. La scelta di alcune aree politiche di convivere in maniera simbiotica con organizzazioni criminali di stampo mafioso, che alimentano serbatoi di consenso elettorale e producono aree di malversazione, soprattutto nel settore degli appalti pubblici.

Se oggi il nostro debito pubblico veleggia verso il 160% del Pil, non è soltanto colpa delle pur pessime regole europee che impediscono di fare politiche industriali e di bilancio efficaci, non è soltanto colpa del coronavirus. E’ colpa di scelte politiche avallate dall’elettorato. E’ (anche e non soltanto) colpa nostra.

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Sull' Autore

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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