DESTINAZIONE BOGOTÁ

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Giampiero D'EcclesiisGIAMPIERO D’ECCLESIIS

 

Peripezie di viaggio.

Ogni viaggio comincia con un nuovo sole, il mio di stamattina era splendido, limpido e splendente in un cielo azzurro come cristallo, sono ospite a casa di amici e la mia giornata inizia col caffè e una fetta di crostata con la marmellata di cotogne.

Non è l’unica dolcezza del mattino ma è la sola di cui mi vada di condividere il ricordo.

Quando hai cose da fare, bagagli da preparare non ti puoi soffermare, anche davanti ad un sole splendente, anche davanti a un panorama che ti mette in pace e così preparo le mie cose, saluto e sono in auto per tornare a casa.

Mia madre prepara il caffè, hanno un potere sovrannaturale le madri, tutte, ma quelle napoletane in particolare, il potere di arrivare con il caffè al momento giusto. Lo prendo e fumo al balcone la mia sigaretta migliore, in pace, sereno, pregustandomi i momenti di preludio all’azione.

Mi arriva una telefonata, la voce mi scalda ancora un po’ poi a ciascuno il suo.

Doccia, barba, altro caffè e sono vestito, è il momento della valigia.

Allora. Docente in un corso per tecnici in Colombia con annessi impegni tecnici ulteriori.

Scarto immediatamente l’ipotesi abito, non lo sopporto, non è il mio stile e non è comodo, scelgo jeans, magliette a manica lunga, metto dentro anche una maglietta a mezze maniche che non si sa mai. Giacca? Giaccone? Sahariana. Dopo tutto sono o non sono un Giovacchino?

Elenco dei documenti: passaporto, biglietti, prenotazioni, scheda dell’agenzia di sicurezza, scheda della compagnia di assicurazione, lettere, contro lettere, anti zanzare. Direi che è tutto.

Ultimo dubbio. Scarpette comode o stivali stile Marlboro Man?

Mi dico, beh tutto sommato stai andando in sud America, non me lo vedo Simon Bolivar con le scarpette di decathlon, metto gli stivali.

Sahariana, maglietta, stivali, jeans, sciarpetta blu (per non deludere i miei estimatori).  Tutto sommano mi vado a genio, chiudo la valigia, saluto mia madre, faccio spallucce al suo inevitabile “state accuorte!” e vado.

Passo per il pranzo a casa mia (fate finta di non accorgervi della evidente confusione domiciliaria, spiegare non aggiungerebbe niente al racconto e, dopo tutto, sono affari miei), sacramento con la porta, qualcuno ha lasciato la chiave nella serratura poi il mio angelo mi viene ad aprire la porta.

  • Ciao Papá?

E vola via nella sua stanza a cinguettare con il telefonino.

I miei figli sono già in piena sessione di gioco, li invito ad uscire con me per una passeggiata e, miracolo, aderiscono senza battere ciglio. Pochi minuti di attesa e siamo a passeggio per la città.

Oh Papà ma quando torni?

A fine settimana

Un po’ di sfottimento sul viaggio e sugli alberghi di lusso, qualche battuta apotropaica sul viaggio in aereo, filiamo per le strade a passeggio con tranquilla velocità.

Avevo bisogno di fare due passi con i miei figli, al ritorno a casa sono oramai in modalità Giovacchino.

Mangio poco, veloce, e faccio una mezz’ora di sonno poi mi avvio alla preparazione, saluti, e sono in auto, passaggio veloce dall’ufficio per la timbratura di partenza e sono in stazione, il tempo del caffè e il mio treno, puntualissimo, fa il suo ingresso in stazione.

Salgo il gradino del treno e faccio il primo passo significativo in un viaggio che mi porterà a quasi 10000 chilometri da casa, oltre il grande oceano, nella terra delle cordigliere e dei vulcani, delle grandi foreste e dei corsi d’acqua maestosi.

L’Intercity delle 15:58 è un signor treno, fila veloce ed è puntuale, mi consegnerebbe alla capitale alle 20:40 se non fosse che il nostro ufficio viaggi ha riservato per me un posto sul Freccia Rossa da Napoli, arriverò, mercé un piccolo scambio di treno a Napoli, circa un’ora prima a Roma.

Che dire? Mi sento coccolato da mamma ANAS e mi godo il viaggio.

Mi alzo e vado in bagno, lo faccio con riluttanza aspettandomi il solito cesso maleodorante, senza carta e rumoroso e invece…

Puff! La porta del bagno si apre con un sibilo e la prima cosa che mi colpisce è l’odore, delicato, un profumo di lavanda inaspettato, il bagno è uno specchio, pulitissimo e in ordine, c’è la carta, il sapone, cavolo un treno decente, non c’è che dire.

Torno rinfrancato al mio posto mentre a destra dal finestrino la sagoma familiare del Vesuvio mi appare limpidissima in questa bella giornata di autunno, oramai sono arrivato a Napoli.

Caffè, giro veloce nella libreria Feltrinelli e siamo già pronti, il Freccia rossa mi aspetta e monto su, il venditore di calzini sfila veloce e viene intercettato rapidamente accompagnato all’uscita, non è più tempo di Michele Abbagnano e i treni di Cafè espresso sono oramai lontani.

Di fronte a me il viaggiatore è ineffabile, mi guarda con quegli occhi nocciola e quelle orecchie a penzoloni, dopo un po’ la proprietaria prende in braccio il cane e il sedile di fronte a me resta vuoto. Il cocker mi lancia un ultimo sguardo di commiserazione poi con uno sbuffo di felicità immerge il muso sotto il seno della sua padrona, chiude gli occhi e si gode la grattatina sulla schiena che gli viene riservata.

Provo un fremito di invidia poi volto lo sguardo e mi immergo nel panorama napoletano mentre il sole oramai è quasi tramontato.

Il trenino per l’aeroporto è rapido ed efficiente mi smarrisco per un attimo tra i vari corridoi dell’aeroporto poi, finalmente riesco ad imbroccare la strada per raggiungere il mio Hotel.

Hotel Hilton.

Nella hall mi affaccio curioso. Dannazione Paris non c’è, devono essersi dimenticati di avvisarla, lascio da parte il disappunto e vado al banco della reception, intorno a me una folla variopinta di hostess, viaggiatori, commessi in un affollato andirivieni di persone.

Raggiungo la camera, confortevole, faccio una cena veloce come sempre succede quando da soli ci si approccia alla tavola. Mi tiene compagnia Ida via chat, scambiamo qualche battuta scherzosa e si fa presto ora di andare a letto.

Guardò lo smartphone in attesa di qualcosa che era previsto e non succede, mando un messaggio a mio figlio per avvisare che sono in albergo e che è tutto a posto e cerco di dormire.

Dormo poco e male, ma era prevedibile, mi alzo, colazione veloce e sono al check in, rapido, efficiente, poca attesa e sono sull’aereo.

Mi raggiunge il segno che aspettavo la sera prima, troppo tardi.

In aereo mi tocca un posto a metà della fusoliera, poco dopo le ali, dietro di me un bimbetto sudamericano frigna e parlotta in spagnolo, sull’aereo una netta predominanza di facce orientali, il sole lentamente sorge e illumina la pista.

Il cielo è appena velato e il panorama del mio Paese visto dall’alto è sempre entusiasmante, mi si attivano tutte le funzioni superiori “geologiche” è i miei occhi individuano valli, faglie, strutture, processi in corso, è una capacità che i non-geologi non possono capire ma i colleghi che mi leggono sanno perfettamente a cosa mi riferisco, osservazione e riconoscimento, capacità geografica di orientarsi sulla base di un panorama geologico che parla un linguaggio di cui solo noi siamo i possessori.

I signori seduti alla fila avanti alla mia, due specie di bisonti, reclinano il sedile riducendo lo spazio già esiguo del mio aereo verso Parigi, non protesto ma sacramento a mezza voce, la gentile hostess che somiglia un po’ alla signorina che interpretava la Marchesini alcuni anni fa capisce a volo, si avvicina ai due bisonti con un aria angelica e un sorriso accattivante e gli intima facendo segno verso gli schienali “Up !” accompagnandolo con un sorriso e un successivo, ma solo dopo una pausa, “Pleeeeease”, i due bisonti obbediscono istantaneamente, lei passa oltre, mi sorride e mi fa un occhiolino.

Non so perché mi viene in mente Fred Buscaglione che canta “Perché Sugar tiene ‘O fascino latin!”.

Dopo questa potente iniezione ricostituente al mio ego maschile (non cominciamo con le solite battute! Che vi sento: sorriso malevole e commento –come se ce ne fosse bisogno) mi rilasso un po’, ho solo un po’ di voglia di fumare, penso con raccapriccio che da Parigi a Bogotá mi attendono oltre 8 ore di volo e penso – se non mi fanno fumare sono cazzi! -, attendo di arrivare a Parigi per sfumazzare impunemente da qualche parte.

Arrivò a Parigi giusto in tempo per vedere il mio aereo partire per Bogotá ma senza di me, il ritardo accumulata da Alitalia è stato fatale, Air France parte e ci lascia a Parigi in braghe di tela.

Il mio collega é incazzato come una iena, io invece sono serafico e mi godo l’avventura.

Il banco di Air France è pieno di gente che, mestamente si adatta a partire per Bogotá domani, io non posso e faccio presente che domattina devo essere in Colombia.

Nicholas, l’impiegato di Air France, un bel ragazzone di colore con un viso simpatico, si mette al lavoro, dopo una buona mezz’ora di smaronamenti e di telefonate, voilà la solution!

Partenza per Miami (USA) alle 14, arrivo a Miami alle 17 locali, ripartenza per Bogotá e arrivo previsto per mezzanotte.

Quanti stramaledette migliaia di chilometri dovrò fare non me lo chiedo neanche, faccio il nuovo check in, imbarco e mi ritrovo seduto di fianco ad una coppietta sbaciucchiosa, penso americana, almeno ho il posto sul finestrino, vista motore ma anche oceano.

Me la prendo con filosofia, alla fine il viaggio è anche questo, andare incontro ai contrattempi come nuove possibilità.

Si, sono d’accordo con voi, sono decisamente in modalità Giovacchino.

Ore 14, si parte, il volo Air France per Miami parte in perfetto orario, abbastanza comodo, la routine a bordo è noiosa, guardò il primo film e alle 17:39 (ora italiana) quando finisce il film do’ un’occhiata alla mappa, l’aereo sta sorvolando l’Oceano Atlantico ed è grossomodo all’altezza della dorsale medio atlantica, il geologo che è in me si risveglia e ad occhi chiusi mi perdo in fondali marini tenebrosi tra grandi camini vulcanici solforosi e strani organismi che prosperano in quelle condizioni aliene.

Mi strappo dalle fantasticherie geologiche e mi alzo, ho bisogno di sgranchire un po’ le mie gambe e quindi, alé, in piedi.

Un aereo intercontinentale in viaggio è davvero un bazar, c’è una signora che allatta, il bimbetto che viene cambiato, due signore che pregano, chi scrive al computer, chi legge, chi vede film, il tutto coniugato in una insalata mista di tipi e di razze assolutamente interessante.

Mi piace passeggiare per il corridoio e cercare di spiare le voci, le lingue, le facce, immergendomi come nel vicolo della casba di Algeri in un multicolore universo umano.

Penso a casa.

Immagino sarà tutto a posto ma finché non arrivò non posso verificare niente, poi penso che sia normale fare questo tipo di pensieri e cerco di distrarmi.

Sul fianco del grande motore che vedo dal mio finestrino campeggia un ippocampo alato, sembra uno stemma medioevale, mi sorprendo a pensare a che cazzo di freddo deve fare a cavalcioni di quel grosso motore. Rido un po’ di me stesso per questa stupidaggine, sotto di me, sotto un velo di nuvole come un drappo di raso trasparente l’Oceano mi riflette il sole che è ancora bello alto all’orizzonte.

Diciamo la verità però, un viaggio intercontinentale in aereo è una suprema rottura, mi mancano ancora due ore per arrivare a Miami, sono le 21:25 e una volta atterrato mi toccherà di aspettare fino a mezzanotte (ora italiana) per arrivare, fresco come una rosa a Bogotá alle 4.00 del mattino di domani, sempre ragionando all’Italiana, perché invece a Bogotá sarà circa mezzanotte, potrò cenare e andare a letto mentre tutti voi che mi leggete sarete prossimi ad iniziare la giornata.

Nel frattempo il mio aereo vola all’altezza di New York in pieno Oceano Atlantico e a me, francamente, manca dannatamente la parmigiana di melanzane di mia madre.

A Miami alle 20:30 locali comincio a sentire veramente la stanchezza, sono ancora a 4 ore circa dal mio obiettivo, sono seccato, le schifezze dei Wi-Fi americani non funzionano per niente, fate pure la critica a casa nostra ma a Roma il Wi-Fi funziona come Dio comanda.

Sono costretto a cambiare un po’ di euro in dollari, ho fame e voglio mangiare qualcosa, mi rifugio nella confortevole e nota ospitalità di Mc Donald, mangio, mi sazio e mi dispongo con santa rassegnazione ad aspettare il volo.

È finalmente si parte per l’ultimo tratto, a mezzanotte locali, dopo quasi 24 ore di viaggio sono arrivato, mi schianto sul letto.

Domani è un altro giorno.

 

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Sull' Autore

Giampiero D'Ecclesiis (Miles Algo) è un geologo. Forse anche per questo riesce ad amare la profondità dei luoghi e della terra. Poeta e scrittore pubblica i suoi racconti e le sue poesie in anteprima sulla pagina Facebook e sul suo blog. Nel 2008 presenta un libro di sue poesie dal titolo “Fantasmi Riflessi” cui segue, nel 2009, il suo primo lavoro narrativo “Vota Antonio, Viaggio semiserio in una campagna elettorale del 2009” (Arduino Sacco Editore). Nel 2012 per la collana “Scritture in metamorfosi” curata dall’Associazione culturale LucaniArt, pubblica una silloge di poesie dal titolo “Graffi nell’anima”. Con il suo racconto “150° Unità d’Italia – 20 luglio 1915, Isonzo” vince il primo premio della sezione Narrativa adulti del 1° Concorso letterario Nazionale “Premio Carolina D'Araio” e, sempre nella stessa occasione, con la poesia “Salendo al paese” il terzo premio della sezione Poesia adulti. Pubblica “Due avventure di Giovacchino Zaccana viaggiatore” in una raccolta di racconti editi dalla casa editrice Pagine nella collana “Nuovi autori contemporanei”. Nel 2014 pubblica il libro “Ipnotiche oscillazioni ed altre storie” Edizioni Universosud cui segue, nel 2015 sempre con la Casa Editrice UniversoSud, il libro di racconti “Giovacchino Zaccana – Appunti disordinati di viaggio”. Collabora con giornali e con riviste on line pubblicando poesie, brevi racconti e riflessioni di natura sociale e culturale. Ha un rapporto critico con il mondo che lo circonda. E’ curioso, irriverente. Odia ed ama la politica. Preferisce quella di prossimità. E’ capace di animare eventi complessi quando la letteratura, la musica, il teatro e la poesia possono restituire una occasione anche ai luoghi che vive. Così ha fatto rendendosi ‘testimonial’ del bisogno di spazi verdi fruibili nella sua amata Potenza, di luoghi da sottrarre all’amianto, all’incuria e all’abbandono.

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