Devozione, miti e riti nel culto dei Santi

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Quando la leggenda si è sostituita alla storia ha ricostruito la vita dei santi con schemi identici tra loro come nel caso dei santi martiri

VITO TELESCA

Processioni, sacrifici, manifestazioni di pubblica devozione, riti che ogni anno si rinnovano nei nostri paesi e tramandati da secoli. La devozione popolare nelle nostre comunità non fa quasi più notizia. Tutto è diventato scontato e “ordinario” che nessuno più si chiede il “perché” e da “quanto tempo” quella devozione avviene. Devozione e fede poi non sono proprio la stessa cosa. Per il catechismo della chiesa cattolica per devozione si intende «la ricerca di Dio da parte degli uomini […] espressa in molteplici modi» attraverso credenze e comportamenti e rituali religiosi (preghiere, sacrifici, usi, culti, meditazioni) (n. 28). La devozione con il medioevo è divenuta una prassi di comunità che, anche se intrisa di fede, ha perso quel carattere intimo e personale che la fede dovrebbe richiedere. La devozione popolare non è quindi confondibile con la prassi liturgica e biblico-evangelica, ma da queste prende alcuni tratti e suggerimenti. Quindi quello che è giusto per la devozione popolare non è detto che lo sia altrettanto per la dottrina ufficiale della Chiesa, ma da quest’ultima spesso è, non solo accettata, ma assecondata e spesso assorbita come legittima. Nella nostra tradizione storica tra le prime manifestazioni cultuali ritroviamo i riti a favore dei defunti. Ad esempio tre giorni dopo la sepoltura, oppure un anno dopo, sin dal II secolo d.C., si diffuse la consuetudine del refrigerium; il rito consisteva in un pasto funebre collegato alla morte, cioè cristianamente al riposo eterno, nell’anniversario dei defunti (dies natalis) o dei santi.

s_benedetto

Obiettivo del rito era di alleviare dalle pene l’anima del morto. Lo stesso Paolino da Nola scrisse nel suo Carme che il popolo pensava che in quel modo i defunti godessero realmente quando i commensali bevevano il vino durante la cena (Carme 27, 563-567). Fa parte altresì di questo “ramo” della nostra spiritualità il culto e la devozione verso i santi. Inutile elencare l’immensa nomenclatura sacra della tradizione italiana. Essa si giova tra l’altro di tre tipologie di santi: i santi italo-greci (per lo più martiri), i santi di origine latina (intorno all’anno mille e con lo scisma soprattutto) e i santi di età moderna e contemporanea. Se per questi ultimi le agiografie ad essi riferite sono molto precise e puntuali in ogni sfumatura (basti pensare a San Pio, a Don Bosco o a Santa Rita da Cascia per andar più indietro nel tempo), per le prime due categorie il problema delle fonti è un dilemma sempre più pressante. Ovviamente più si va a ritroso nel tempo più la loro storia diventa appannata e incerta.

don bosco

Diventa leggenda. Il culto dei santi “latini” prese il sopravvento soprattutto con l’avvento degli ordini mendicanti e troviamo agiografie coeve o almeno dirette (discepoli, confratelli, ecc…) che ne hanno descritto i passi principali sin da subito,  trasmettendoci importantissimi riferimenti storici legati alla vita dei protagonisti (luoghi, personaggi e usanze descritte perfettamente). Basti pensare alle tante “vite” scritte intorno alla figura di Francesco d’Assisi (e con esso Santa Chiara). Altre agiografie sono scritte anni dopo ma sembrano riprendere fedelmente la vita del santo, tanto da sembrare coeve, come ad esempio la vita di San Benedetto da Norcia, scritta da San Gregorio Magno tra il 590 e il 594, quasi mezzo secolo dopo la morte del fondatore dei benedettini.

san giorgio martire

Nonostante la presenza di queste fonti “certe” anche qui si cade spesso nella tentazione della leggenda . Dare al santo, specialmente nella prima parte della sua esistenza terrena, un’immagine magnifica e premonitrice, era diventata una sorta di prerogativa stabile di tutte le agiografie. Ed è così che troviamo alcune figure stereotipate legate ad un soggetto ricco (1), che poi effettua un sogno  premonitore (2) che da il via ad una conversione (3) e, a volte, ad una scelta spirituale drastica (i voti, l’eremitismo, la missione). Spesso tale scelta è accompagnata dalla cessione dei propri beni materiali a favore dei poveri. Poi c’è la sua vita in santità e i miracoli (5) e la santificazione (6). Questo schema (raggruppato teoricamente in sei punti) lo ritroviamo sempre più rimarcato nei santi di natura bizantina e nei martiri, dove le fonti sono quasi inesistenti.

san francesco

Qui si aggiunge però la persecuzione (spesso anticipata da una “denuncia”) e condita da un episodio clamoroso e miracoloso, e la conseguente martirizzazione (passio) e successiva devozione. Quest’ultimo passaggio è tutt’altro che trascurabile perché la devozione, sorta dopo il martirio del santo, diventa parte integrante della sua vita spirituale e del suo “successo” e che comprende l’annosa questione delle reliquie. È giusto fare dei riferimenti precisi per meglio essere compresi. San Giorgio Martire, Sant’Agata da Catania, Santa Lucia da Siracusa, San Pantaleone, San Vito Martire, solo per citarne alcuni. Analizzando quest’ultimo Santo, figlio di una famiglia benestante (1), si converte da subito al cristianesimo (3) ed effettua miracolose guarigioni. Viene “tradito” da suo padre che lo denuncia a Valeriano che prova a convincerlo ad abiurare. Risultati vani tutti i tentativi di corromperlo, in un sogno (2) appare un Angelo che consiglia al giovane di lasciare la sua casa per scampare dal pericolo di una persecuzione. Con una piccola imbarcazione lascia l’isola che si perde nel mediterraneo, rimanendo senza viveri per giorni. Miracolosamente un’aquila porta  acqua e cibo per sfamarlo, finché sbarca  alla foce del Sele nel Cilento, inoltrandosi poi in Lucania. Qui poco dopo viene  nuovamente rintracciato dai centurioni e condotto a Roma da Diocleziano che lo implora  di salvare suo figlio malato di epilessia. Vito guarisce  il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordina  di torturarlo, perché si rifiuta  di sacrificare agli dei. La sua passio procede per sommi capi come quella dei suoi “colleghi” martiri. Viene  dapprima immerso in un calderone di pece bollente che non riesce  a scalfirlo minimamente. Poi viene  gettato in un’arena tra belve che invece di assalirlo si avvicinano  docilmente e gli leccano  i piedi.

Sant’Agata,_

La stessa identica situazione la troviamo in Santa Lucia, Sant’Agata, San Giorgio e, come abbiamo avuto modo di conoscere la settimana scorsa, anche in San Laverio da Grumentum. Anche lui rimaneva illeso dalle persecuzioni. Lo schema della leggenda dei santi resta sempre lo stesso e la devozione popolare affida ad ogni santo un significato diverso. Cambia il soggetto ma non  il resto. Dove non arrivano le fonti storiche, ecco in soccorso (parziale e tutt’altro che scientifico) le “vite” e le leggende, scritte molti anni dopo trascrivendo la tradizione orale sul santo. Queste danno in pasto alla devozione popolare una figura talmente forte e mistica da oltrepassare i secoli e la storia, regalando quell’alone enigmatico che mette in moto riti, iconografie, costumi e suggestioni soggettive, alcune talmente forti da far gridare al “miracolo”. Su queste devozioni sono fondate buona parte delle nostre tradizioni cittadine custodite gelosamente da ogni paese della nostra splendida nazione.

 

 

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