DOPO L’ULTIMA CURVA

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ida leone dopo ultima curvadi IDA LEONE

La casa è piccola, però ci sta tutto.
E a me non serve molto.
Se ci penso, ho molto più di quello che desideravo solo un anno fa.
Ho scelto una piccola città a mezza montagna. Non avevo particolari preferenze, ho aperto un atlante stradale e ho cominciato a scorrere col dito lungo una linea arancione tortuosa, un’autostrada, credo. Simulavo un viaggio. Mi sono vista, con la mia utilitaria, scendere lungo quella strada. Ho visto il paesaggio farsi sempre più montuoso, e meno abitato. Mi allontanavo dal mare. Non mi dispiaceva, volevo cambiare aria, e mi è sempre piaciuta la montagna.

C’è un punto dove quella linea arancione faceva un’ansa. Mi sono fatta portare, gli occhi chiusi, ed il dito si è fermato lì. Beh, perché no? Ho riaperto gli occhi, e ho cominciato ad esplorare i dintorni, sulla carta. Nomi di paesini che non avevo mai sentito, se non forse di sfuggita. Nomi di posti che non arrivano mai agli onori della cronaca. Nomi di posti che se ti fai i fatti tuoi nessuno verrà a cercarti.
Perfetto, ho pensato.
Proprio quello che mi serve.

Due giorni dopo mi ero presa una settimana di ferie e scendevo lungo quella autostrada, sul serio, stavolta. Un amico mi aveva regalato il suo navigatore satellitare, lui ne aveva uno nuovo, un mostro di tecnologia grosso quanto il parabrezza, a momenti. Non so, io non amo molto i navigatori. Mi pare che a concentrarsi troppo su quell’affare si perda l’abitudine ad alzare la testa e guardare i cartelli, ragionare, ricordarsi punti di riferimento, orientarsi. E soprattutto si perda l’abitudine ad abbassare il finestrino e chiedere, scambiando due chiacchiere con chi ti dà le informazioni. Io preferisco i vecchietti, sono più disponibili, forse per alleviare la solitudine di una giornata, a fermarsi e spiegare, con ricchezza di particolari. E sorriderti, perché tu stai sorridendo a loro. Un navigatore non sorriderà mai. Ad ogni modo, per quel mio viaggio mi tornava comodo. Mi ha guidato per oltre 500 chilometri, poi mi ha segnalato l’uscita giusta, la strada giusta da prendere.
Poi l’ho spento.
Volevo vedere, annusare l’aria, sentire le vibrazioni.

Due mesi prima di quel viaggio, una sera di fine estate, ero seduta sul mio terrazzino a godermi l’aria fresca della sera, e ad un tratto avevo sentito qualcosa. Una vibrazione impercettibile, un’ala di farfalla che mi aveva sfiorato in un punto sotto l’ombelico. Una sensazione meravigliosa, che mi aveva fatto battere il cuore senza che sapessi perché. E senza sapere perché, mi ero messa a fare due conti.

Oh mio Dio.
Ok, niente panico.

Avevo aspettato, mi ero spiata, avevo fatto e rifatto i conti, fatto e rifatto ipotesi, mi ero fatta venire i nervi, avevo cercato di farmeli passare perchè tutti dicono che bisogna stare calmi. Avevo cominciato a pensare come l’avrebbero presa i colleghi, se era il caso di fare le valigie per il Canada o pensare piuttosto ad una lettera scarlatta da ricamarsi sui vestiti. L’ho detto alle mie amiche di sempre, che suggerivano – guarda un po’ – di stare calma. Figuriamoci io, che sono l’impazienza fatta persona, se potevo aspettare così, senza fare niente. Cassetti, ho buttato tutto per aria, ho trovato quello che cercavo per poi constatare che era scaduto da sei mesi. Farmacia, ho fatto la richiesta sottovoce ad una assonnatissima farmacista del turno di notte, tanto per complicarmi un po’ la vita, che sicuramente avrà pensato “Ma non puoi aspettare domani? non è mica una bombola di ossigeno, quella che mi hai chiesto!” Sono tornata a casa, ho letto per benino tutte le istruzioni come un mantra portafortuna, anche se ’sti affari funzionano tutti esattamente allo stesso modo e non c’è pericolo di sbagliare. Ho riletto soprattutto la parte dove erano descritte le percentuali di attendibilità. Sono andata in bagno, chiudendo la porta con un sospiro. Ho fatto tutte le operazioni sporcandomi ovviamente le mani di pipì e solo dopo venti secondi ho realizzato che avevo smesso di respirare e stavo diventando paonazza. Ho fissato con un misto di sgomento e incontenibile gioia la finestrella del tester, che incorniciava una inequivocabile striscia rosa, netta, pulita, marcata.

Ero incinta.

Il cartello che indicava il paesino che avevo già notato sulla mappa stradale mi ha fatto inerpicare su per la montagna. L’aria era tersa, e profumata, era l’autunno scorso. Lungo la strada c’erano enormi castagni che avevano lasciato cadere a terra i loro frutti, i ricci verdastri e spaccati, che lasciavano intravedere le castagne, lucide, scure. Mi sono fermata in una piazzola, ne ho raccolte un po’. Ho raccolto anche lavanda, rami secchi, pietre, ho riempito la macchina di un profumo secco e delizioso di terra e legno, fiori, natura. Ho pensato che avrei voluto che anche a casa mia ci fosse sempre quell’odore.

Dopo l’ultima curva, c’è il paese.

Un gregge di pecore mi attraversava la strada: placide, tranquille, anche se erano incalzate da un cane pastore, si tenevano strette le une alle altre, addossate. Mi è venuto da ridere, e quasi subito anche le lacrime agli occhi. Il pastore mi ha salutato portandosi una mano alla coppola, un lungo bastone fra le mani. L’ho salutato anche io, ciao ciao con la manina, come si fa coi bimbi piccoli. Mi sono fermata in piazza. C’è sempre una piazza, in questi paesini, con un bar, la chiesa, il municipio, la casa del farmacista. Il passeggio. Quella piazza era più bella che mai, in quel giorno di fine Ottobre, i tavolini del bar erano all’aperto, esposti al sole tiepido. Una bella signora con i fianchi larghi fasciati dal grembiule è venuta a chiedermi cosa volessi. Ho preso una spremuta d’arancio, e le ho chiesto se c’era una agenzia immobiliare, in paese. “Volete comprare una casa? “Comprare, no, purtroppo” ho riso io “Però la affitterei. Piccola, solo per me. Ho intenzione di trasferirmi. Credo” “Io ce l’ho, la casa giusta per voi” La voce veniva dalle mie spalle. Era un signore di mezza età, giacca gessata e cravatta, un garofano bianco all’occhiello. Un gentiluomo d’altri tempi.

La signora del bar fece le presentazioni: era il macellaio del paese. La casa ce l’aveva davvero, cominciò a descriverla, pareva che descrivesse la casa di zucchero di Hansel e Gretel. Dopo mezz’ora si era radunata intorno al mio tavolino una piccola folla. Tutti avevano qualcuno, un parente, un amico, che affittava una casa, di cui tesseva le lodi. Ognuno denigrava bonariamente la proposta degli altri.
“La casa di zì Nicola è proprio quella che serve alla signora”
“Non se l’era giocata alle carte, zì Nicola? Signò, non lo date retta: la mia è proprio qua dietro, se volete l’andiamo a vedere pure subito”
“Ma che capisci tu di case? La tua si regge in piedi per miracolo”
“Il miracolo lo faccio io ogni giorno a sopportarti”

La signora del bar moderava la discussione, mi guardava di sfuggita e faceva appena si con la testa se la proposta era papabile, no se non ne valeva la pena. Io annotavo. Alla fine della mia spremuta e di due ore di appassionate concioni edilizie, avevo una lista di dieci case da andare a visitare. Mi fermai nella minuscola pensione del paese, per qualche giorno, un posto piccolo come la casa dei sette nani ma pulitissimo, le copertine e fiori sui lettini gemelli della mia stanza. Il proprietario mi faceva trovare ogni mattina i cornetti caldi e il giornale, e si fermava a chiacchierare con me qualche minuto prima di riprendere la routine quotidiana. Oltre ad essere il proprietario della pensioncina, era il postino del paese.

Le visitai tutte, le case, una per una. In ognuna mi fermavo nelle stanze, chiudevo gli occhi e restavo lì qualche minuto. Valutavo l’esposizione, la solidità degli infissi, gli impianti. Sembravo un geometra del catasto, e non mi ero mai divertita tanto in vita mia. Alla fine scelsi quella di proprietà del medico di base del paese. Era appena ai margini del centro, il portoncino dava su un vicolo pieno di odori ma i balconcini di ferro battuto dall’altro lato si affacciavano sulla valle, vedevo un fiume luccicare in fondo, intorno solo montagne, poche case sparse, il cielo. Dentro, due stanze, una cucina luminosa e ampia, un bagno dall’apparenza severa e un po’ antica, ma con tutti i confort della modernità.

Dopo aver realizzato che ero incinta, il primo impulso fu quello di correre da Antonio a dirglielo. Niente telefono, cose così non si dicono a telefono. Si dicono guardando il padre in faccia, perché la faccia che fa sarà indimenticabile per il resto dei tuoi giorni, è un momento, anzi è IL momento, ed è assurdo pensare che la notizia gli arrivi dalle orecchie. Deve arrivargli dall’aria, dai tuoi occhi, dalle tue mani, deve sentire il tuo corpo mentre lo abbracci, e glielo dici. Ero già fuori dalla porta, il cappotto in una mano, le chiavi nell’altra, stavo tirando la porta. Mi sono fermata.

Antonio. L’uomo perennemente in fuga da sé stesso. L’uomo che ha sempre oscillato fra tutte le varie possibilità di relazione, senza sceglierne mai una. L’uomo fidanzato con una problematica marunnella addolorata, con la quale non ha niente in comune, una pastorella delle banlieu senza arte né parte che peró lo fa sentire eroe, salvatore, punto di riferimento. E che quindi non lascerá, perché sentirsi importanti é umano. Io invece sono quella intelligente, brillante, coraggiosa, colta, spiritosa, autonoma, quella che si raspa le corna da sola, qualunque sia il problema. Quella che guida di notte da sola su strade che non conosce. Che succederà, quando glielo dirai? Avrà paura? Si preoccuperà? E di cosa? Di te? Di lui? Del suo futuro? Del tuo?
E la domanda più dolorosa di tutte: c’è davvero posto, per te e il tuo bambino, nella sua vita? Tutti avrebbero saputo. Non ne potevo avere la certezza, ma così a istinto sentivo che non l’avrebbero presa bene. Una strada già spianata si fa tortuosa in un attimo, se una persona mostra anche solo una pecca, piccola ed insignificante. Beh, questa poi tanto piccola non è. La chiacchiera, le maldicenze. Un disastro, per il suo bisogno di affermazione sociale. Però possiamo decidere insieme cosa fare, no? Ripresi in mano cappotto, chiavi, porta.

Mi fermai di nuovo. E se invece lo volesse, questo bambino? Che diritto ho di negargli la possibilità di essere padre? Se un giorno lo venisse a sapere, che reazione potrebbe avere? In tutta la serata che è seguita, ho ripreso in mano quel cappotto e quelle chiavi venti volte. Non sono mai uscita di casa, però.

Quella sera a telefono, quando poi mi ha chiamato lui, preoccupato per non avere avuto mie notizie, ho inventato che avevo l’influenza. Ero a letto, in effetti. A decidere della mia vita. Ho fatto un patto con me stessa. Prendi un po’ di tempo, mi sono detta. Cose come queste non si decidono a caldo. Intanto, pensa a te. E al bambino. Il giorno dopo ho prenotato una visita ginecologica, che ha confermato la gravidanza, e ha confermato che tutto era a posto. Ho fatto le analisi che dovevo fare, ho eliminato superalcolici e salumi dalla mia allegra dieta da single, ho cominciato a spostarmi a piedi più spesso. E ho pensato, pensato, pensato. Tracciato righe su un foglio, mettendo da un parte i pro, dall’altra i contro. Fatto lunghe discussioni con me stessa, davanti al camino.

E una notte, ho aperto gli occhi e ho pensato che non potevo fare questo innanzitutto a me. Io mi sarei tenuta il bambino, a lui sarebbe rimasta la sua mezza vita con la pastorella, nella quale non c’era mai stato un vero posto per me. Non l’avrebbe saputo mai. Era meglio così.

Ho pianto, un po’. Va bene, un po’ più di un po’. Poi ho messo le mani sulla pancia e ho smesso di piangere. Posso fartelo, figlio? Posso farti crescere senza un padre? Posso decidere per te? Mi odierai? E tu, Antonio, mi odierai? Riuscirò a sopportare di essere odiata da te? Il giorno dopo, mettevo il dito sulla mappa stradale, ad occhi chiusi. Mi serviva un posto dove sparire. Detti le dimissioni all’improvviso. Mi inventai con tutti un nuovo lavoro, più prestigioso, più importante, a Milano. Mi sembrava un luogo sufficientemente lontano, e grande, da togliere a tutti qualunque velleità di venirmi a cercare. Mi presi la mia liquidazione e la misi da parte. Speravo di riuscire a partire prima che lui lo sapesse, ma le voci correvano, in città.

Entrò a casa mia spalancando la porta quasi senza bussare, come un tornado, facendo volare i fogli del calendario dell’ingresso. Era furioso, ma in fondo agli occhi gli si leggeva un fondo di autentica sofferenza. Fu uno strazio. Alle sue ripetute richieste di sapere perché volevo andarmene, e perché così all’improvviso, e dove andavo; alle sue ossessionanti richieste di sapere dove andavo a lavorare, per sapere se era un posto affidabile, sicuro, come avevo avuto l’offerta di lavoro, perché non gli avevo detto niente, mai, fui più volte tentata di dirgli tutto, invece. Mi mordevo le labbra, con in testa il dubbio atroce, di fronte alla sua faccia smarrita e inconsapevole, che forse un po’ mi amava davvero, che mi stavo sbagliando, che la notizia di essere padre non sarebbe poi stata così catastrofica. Ma era proprio questo, che volevo? Averlo con una pressione che significava quasi ricatto? E fra vent’anni, quando il nostro bambino (“nostro” era una parola che mi riempiva il cuore di spine solo a pensarci) fosse diventato grande, che ne sarebbe stato di noi?

Nei 15 giorni successivi preparai lentamente ma inesorabilmente la mia partenza. Una festicciola fra amici, con lui aggrondato in disparte che non riusciva a venire verso di me, ma nemmeno ad andarsene. Ancora una volta. Se mai avessi voluto un movente per fare quello che stavo facendo, mi bastava questo. Una relazione sotterranea e clandestina, alle sue regole, con i suoi tempi, più o meno, poteva andare bene. Attraversare la stanza e dirmi alla luce del sole: “non te ne andare, perché ti amo” era troppo, invece. Beh, pazienza. Le amiche mi hanno aiutato a mettere via le cose fragili nei pacchi, avvolte in carta di giornale, selezionare quello che non potevo portare con me. Scelsi una cosa mia per ognuna di loro, e gliela lasciai. Promisi loro che appena mi fossi sistemata avrei dato mie notizie. Riuscimmo a non piangere, quando furono sulla porta, ma non so bene come abbiamo fatto. Il mio piccolino si mosse, impercettibilmente, e io mi sentii padrona del mondo.

Ho spedito tutto con una ditta di traslochi, e a mettere tutto a posto mi hanno aiutato la signora del bar, il postino – albergatore, il padrone di casa, i miei nuovi vicini. La mia nuova vita è piuttosto vuota, e loro mi aiutano a riempirla. Antonio non l’ho neppure salutato. Un bacio veloce, come faceva sempre lui, uscendo dalla mia macchina. Un abbraccio rigido, come se avesse paura che qualcuno lo rompesse.

Esaurito il mettere a posto (i libri, le mie spezie, i miei mobili colorati) da qualche giorno girovago senza sapere bene cosa fare. Ogni tanto mi coglie il dubbio di aver fatto l’ennesima colossale cazzata. Poi mi siedo sul mio terrazzino a valle, respiro l’aria fresca della montagna, mi poggio le mani sulla pancia, e so che sará una femmina.

E sorrido.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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