DORA ALBANESE: UNA SCRITTRICE SCHIETTA CONTRO L’AUTISMO DELLA LETTERATURA

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lucia lapenta

 

 

Noi siamo le parole che diciamo…e che scriviamo!

Ma, si scrive da donna o da scrittore? Esiste davvero un gap della letteratura al maschile da una al femminile, o è solo anche questa l’ennesima distinzione di genere?

Quando si affrontano questioni come queste, il miglior modo per approfondirle è parlare con chi se ne occupa da vicino. Con chi, giorno per giorno, sconfigge il timore della “pagina bianca” e mette nero su bianco il proprio mondo interiore, senza dissociarsi troppo dal mondo reale che lo circonda.

Spesso serve trovare una persona che sia stata vorace di libri, con una visione ben precisa del panorama letterario del presente e del passato, che abbia quella “carica” giusta per dire, senza tanti giri di parole, ciò che pensa. Meglio ancora se, della “differenza”, ne faccia, non solo argomento di discussione, ma anche di racconto.

Una scrittrice come Dora Albanese, materana del 1985 che vive e lavora a Roma, è sicuramente tra le persone giuste con cui parlare di miti, di pregiudizi culturali, di discriminazioni, di diversità letteraria. Precoce in tutto: ha coltivato l’amore per la lettura da piccola, tra le braccia del padre che, a fine giornata, seppure stanco dal lavoro di operaio, trovava sempre il tempo di dedicarle attenzione e invogliarla a sfogliare ogni genere di libro.

“Il primo romanzo di cui ho piena memoria – ricorda la giovane lucana, autrice del libro di racconti “Non dire madre”, uscito nel 2009 e del romanzo “La scordanza”, edito nel 2011 (testi in cui è prepotente il senso di ribellione e di fuga da un sistema culturale e sociale arcaico e che nutre le paure) – lo lessi a 14 anni. Non fu come si potrebbe pensare “Piccole donne” della Alcott, ma di  “Le notti bianche” di Fedor Dostoevskij: mi conquistò la storia di un “sognatore” che in una San Pietroburgo deserta incontra su uno dei ponti della città, nel periodo dell’anno in cui il sole tramonta dopo le 22, una giovane che gli apre il suo cuore, in un confronto carico di sentimentalismo che dura quattro notti. Ho affinato, poi, le tecniche di scrittura leggendo tanta letteratura classica, tanta poesia, tanta mitologia. I miei punti di riferimento principali sono stati Italo Calvino (morto nello stesso anno in cui è nata, ndr), D’Annunzio e Ungaretti che, più di tutti, è stato figlio-padre dei suoi lettori: per entrare completamente nello spirito di un’opera letteraria bisogna, prima ‘innamorarsi’ di chi scrive e, poi, dei protagonisti dei suoi racconti!”

Autori dal linguaggio raffinato, dall’impegno sociale, culturale e politico elevato sono stati, dunque, i pilastri per una donna del Sud che ama scrivere solo di cose vere, che abbiano un valore sociale e culturale importante. “Oggi – continua Albanese, diplomatasi all’Istituto magistrale di Matera e poi laureatasi in Antropologia culturale alla La Sapienza di Roma – non esiste più lo scrittore di nicchia, salvo alcune eccezioni come ad esempio Giovanni Arpinio dal quale spesso traggo ispirazione, con il suo romanticismo cinico e la calcolata nostalgia. Non c’è più un modo di scrivere aulico, né il fervore di una certa letteratura al femminile che fino agli anni 70-80 infiammava, perché era espressione di una forte esigenza interiore di rivendicazione di un ruolo, socialmente inaccettabile. Le scrittrici di allora dicevano cose che bruciavano, mentre oggi si sta facendo largo una letteratura piuttosto fictionaria che tende a teatralizzare la cultura e, tutto ciò, è davvero mortificante perché la letteratura deve, o rimanere nei libri, o scendere nelle piazze”.

La discrepanza tra il femminile in letteratura e lo scrittore è come uno strappo che, a lungo andare, lacera sia in termini fisici che psichici: “La divaricazione tra scrittore e scrittrice e tra letteratura al maschile e femminile è – conferma Dora Albanese che da scrittrici come la Ortese, la prima Ferrante e la Morante ha attinto a piene mani, imparando cosa, come, quanto e perché scrivere – reale e profonda. Lo squarcio che si genera per quella esigenza di dar voce all’invisibile, di ascoltare e dare forma al dolore è qualcosa che poi si paga con l’allontanamento, il disprezzo..”.

“La mia – evidenzia la scrittrice materana che è stata anche inviata per il programma La vita in diretta, ha prodotto due documentari per Rai Cinema (sotto la direzione di Franco Scaglia, anch’egli scrittore e intellettuale) uno su Praga e uno su Berlino, ha condotto una rubrica di antropologia su Rai Uno e un’altra per Uno Mattina in famiglia – è una scrittura che non gira intorno alle parole, ma le chiama esattamente con il loro nome. E’ una scrittura ‘ribelle’ e libera, un pò come quella di Goliarda Sapienza, ma anche una scrittura lenta, ponderata, che dà il giusto peso alle parole”.

Una scrittura che, pur essendo sofferta e sofferente, prova a lenire le ferite come ad esempio in “Opere e parole”, il progetto realizzato e inaugurato a fine settembre in due ospedali bergamaschi, in cui alcuni dipinti dell’Accademia Carrara, affissi sulle pareti dei reparti ospedalieri sono stati trasformati in racconti da ascoltare su Podcast: “Mi sento molto dentro a questo progetto – sottolinea Albanese che ha, insieme ad altre 11 narratori d’eccezione, firmato e dato la voce ad un racconto inedito – perché parlare ad una persona malata è sempre difficile. Ci si trova dinnanzi ad un’impotenza che è innanzitutto un’impotenza verbale che, tuttavia, può essere superata grazie alla bellezza dell’arte e alla potenza della scrittura.”

Da studiosa di antropologia, Dora Albanese sa bene quanto osservazione sul campo e scrittura siano strettamente intrecciate.

“Io faccio la scrittrice e – sottolinea la materana che è alle prese con la stesura del suo secondo romanzo, incentrato sul racconto di una bimba che negli anni ’60 scopre, insieme a sua madre di avere la lebbra – mi interessa solo ciò che esiste. In questa nuova esperienza letteraria sto provando a fare luce su una realtà poco conosciuta, il lebbrosario nella Colonia hanseniana di Gioia del Colle. La giovane protagonista del mio romanzo vi entrerà e incontrerà tante persone che, pur essendo guarite dal morbo, vi si sono rifugiate per sfuggire alla vergogna e alla paura del rifiuto da parte della società dei ‘normali’. In quello che è divenuto il loro guscio protettivo si intrecciano due storie: quella degli anziani ospiti della struttura e quella della ragazzina, in un caleidoscopio di emozioni. Ciò che mi interessa far uscire fuori è il concetto di mostruosità, non solo quello che la malattia ha lasciato sui corpi dei lebbrosi ormai guariti, ma anche quella che non si vede, nelle persone che stanno al di fuori della Colonia. Il lebbroso è l’emblema di quello che sta succedendo nella nostra società individualista che scarta ciò che ritiene difforme dalla normalità, mentre coltiva il mostro dentro di sé”.

Ancora una volta, tornando ad esplorare quel Sud tanto amato ma da cui fuggire per trovare la propria libertà, Dora Albanese si appresta a parlare nuovamente di sé, scrivendo delle tematiche che riguardano tutti, scardinando quell’autismo e quel solipsismo in cui molti scrittori odierni sono caduti e a farsi amare attraverso il suo stile di scrittura diretto, i suoi inizi tanto tremendi (alla Rainer Maria Rilke) quanto belli e i suoi finali, sempre aperti ed ispirati.

 

 

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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