L’Europa sta cambiando, e non in meglio.
Non mi arrischierò a fare analisi delle politiche monetarie e finanziarie, e sulle cause geopolitiche di quanto sta accadendo. Mi limito a mettere insieme un po’ di fatti, e a trarne qualche timida conclusione.
Dicembre 2015: alle elezioni amministrative in Francia “il partito nazionalista, populista, ultra xenofobo di Marine Le Pen ottiene 6,7 milioni di preferenze (al primo turno erano 6 milioni) e triplica il numero di consiglieri regionali (pur non conquistando alcuna regione)“. (fonte)
Marzo 2016: alle elezioni amministrative in Germania “solo ‘Alternative für Deutschland’, il nuovo partito antieuro e d’estrema destra ha riscosso in tutti e tre i lander dove si votava un notevole successo. Un’avanzata fulminante e inesorabile dell’estrema destra nel panorama politico tedesco dove, per la prima volta dal dopoguerra, emerge una forza populista che, puntando tutto sullo stop alla migrazione e all’asilo, macina consensi al sud, al centro e soprattutto all’est del Paese“. (fonte)
18 Giugno 2016: alle elezioni amministrative in Italia chi festeggia è il M5S, i cui orientamenti in materia di immigrazione e antieuropeismo sono abbastanza ondivaghi, ma certo si caratterizza per un marcato populismo e per la costante identificazione di un nemico, che è di volta in volta l’Europa, lo strapotere bancario, l’esistenza di misteriosi e non meglio identificati complotti internazionali contro i cittadini. Certo “il M5S strappa 19 ballottaggi su 20. Virginia Raggi è la prima donna sindaco in Campidoglio con più del doppio delle preferenze (67,15%) rispetto al dem Roberto Giachetti (32,85%), mentre Chiara Appendino (54,56%) ribalta il risultato del primo turno e batte Piero Fassino (45,44%)“. (fonte)
24 Giugno 2016: nel referendum in Gran Bretagna per decidere se restare nell’UE o uscirne, vince a sorpresa la seconda ipotesi.
Una analisi del voto mostra che “a decidere del futuro dei nipoti sono stati i nonni“, ma anche che “il futuro lo hanno deciso almeno in egual misura quei nipoti che non si sono scomodati per informarsi e andare a votare. Se alcuni della fascia 18-24 che non ha votato avesse votato Remain, forse sarebbe bastato per la vittoria finale.” Decisivo, oltre al voto delle persone oltre i 65 anni, anche il voto delle classi meno agiate, con una diretta relazione fra questa situazione e le politiche dell’accoglienza. “Troppi migranti”, era il ritornello nelle interviste pre referendum.
Dopo 70 anni di più o meno pacifica convivenza, dunque, gli europei si svegliano sospettosi, populisti, chiusi rispetto alla possibilità di ospitare rifugiati, più disposti a seguire movimenti che parlano agli istinti piuttosto che alla razionalità. Una marea montante di omofobia, xenofobia, negazione della storia e della millenaria tradizione di civiltà dell’accoglienza e della ricchezza derivante dalle contaminazioni umane e culturali. Questo è tanto più sconcertante nell’Europa mediterranea, che è nata proprio da una commistione secolare di popoli e razze: popolazioni autoctone si sono mischiate ad arabi, svevi, normanni, spagnoli e francesi per centinaia di generazioni, dando luogo a forme artistiche, culturali e perfino gastronomiche che sono il trionfo della contaminazione. Sentir parlare adesso anche al sud Italia – ad esempio – di chiusura verso i migranti stringe il cuore, e dá la misura precisa del fallimento della istituzione scolastica, ma anche del ruolo pedagogico e formativo che un tempo avevano i grandi partiti di governo.
In una situazione del genere, che ci riguarda tutti, non si può dare più nulla per scontato, e tutto può accadere. I partiti emergenti sembrano molto più interessati a distruggere, senza rendersi conto che quanto più si distrugge, tanto più sarà difficile (ri)costruire, e regnare sulle macerie è facile ma non apporta alcun vantaggio concreto per il bene dei “cittadini”, sempre menzionati come fine ultimo delle politiche agite. I movimenti politici da tempo non perseguono più, a nessun livello, visioni di futuro, né sono più rappresentativi di specifiche classi sociali o di specifici bisogni collettivi. Sono diventati solo luogo di scontro fra posizioni esasperate, personalismi di ogni genere, e radicalismi senza un domani.
Io però, e tanti come me, e forse anche tanti che appartengono ad una o due generazioni dopo la mia, non intendiamo arrenderci senza lottare. Valga per tutti il pacato grido di battaglia lanciato dal mio amico e maestro Alberto Cottica, che scrive, trovandomi totalmente d’accordo:
“Oggi è un giorno triste. Ma non è finita qui. In condizioni molto peggiori delle nostre, Spinelli, Rossi e Hirschmann hanno continuato a lavorare per un Europa libera, pacifica, unita. E così farò io, per amore, e per l’interesse della mia famiglia italo-svedese, della mia residenza belga, dei miei soci romeni, tedeschi, americani, islandesi, inglesi e scozzesi. Continuiamo a costruire. La strada è questa.”
