Evoluzione della società tramutolese nel XVI secolo

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VINCENZO PETROCELLI

Durante l’estate dell’anno 1592, a Tramutola, scoppiò una febbre maligna(1) in forma epidemica che colpì moltissime persone dei 4000 abitanti circa, che poteva contare a quel tempo la nostra cittadina. Questa febbre maligna determinò una crisi economica che produsse un immiserimento della popolazione, aggravata dalla pestilenza del 1594. A tutti questi eventi negativi, occorre aggiungere gli aggravi del Regio Fisco, dovendosi allora pagare 42 carlini per focatico e 5 carlini per il sale, più due grani per la pesatura.

Il clero, del quale facevano parte anche molti chierici(2) ed oblati(3), vide crescere notevolmente il suo numero. Aumentò spaventosamente il numero dei “bracciali” e dei poveri. Diventò trascurabile il numero degli addetti all’industria meccanica (molini, gualchiere e frantoi) e manifatturiere (lana, canapa, lino). Anche il numero dei commercianti diventò irrilevante, essendo il commercio alimentato dalle fonti della pastorizia e dalle colture agricole e per il fatto non trascurabile che il commercio si svolgeva a “schiena di giumenta”(4) e su vie dirute e rotte d’inverno e sempre malsicure per la continua presenza di masnadieri.

Vi erano ancora vari maestri d’ascia, muratori, fabbro-ferrai, ramai, sarti, calzolai che spesso esercitavano più mestieri e si dedicavano anche all’agricoltura.

Gli effetti che si cumularono dipesero dalle condizioni di vera e propria miseria fisiologica in cui vennero a trovarsi i tramutolesi, alla fine del XVI secolo.

L’acuto storico Giacomo Racioppi(5), ritiene che le cause della povertà, in Basilicata, sono attribuibili a molteplici fattori. Alla natura del suolo, alla mancanza di colture succedanee, alle carestie e pestilenze e all’industria armentizia carente, nonché la lontananza della Val d’Agri dai porti e mancanza di strade carreggiabili. La Val d’Agri era raggiungibile da Napoli con buone e comode strade d’estate e d’inverno a piedi, a cavallo, lettiga, calesse e carrozza, sino a Eboli. Oltre Eboli, il cammino era molto disagevole perché le strade erano sbrecciate, cretose e strette. A queste condizioni si aggiungeva un commercio carente e frenato dai regolamenti municipali, dalle leggi generali del vice-regno, dall’annona e dal sistema feudale.

La Badia di Cava in questo periodo attua una feudalità intenta solo a realizzare maggiori profitti ed è incurante delle condizioni della popolazione. Il 27 maggio 1596, l’abate Cavense Ambrogio Rastellini (maggio 1593-1597) nominò per l’agosto seguente i “portulani” e i “baglivi”. Questi, una volta nominati, emanano i bandi(6) per la pulizia e l’igiene delle strade, la conservazione dei limiti e siepi della proprietà, per l’uso e la custodia dei corsi d’acqua, per le cautele da osservarsi a tempo della macerazione dei lini. L’uso dell’acqua dei molini che dal pomeriggio del sabato a tutta la domenica poteva essere utilizzata liberamente per l’irrigazione, perché diversamente, togliendo l’acqua, negli altri giorni della settimana, alla macinatura, doveva pagarsi il corrispettivo alla corte baronale.

L’abate con queste nomine consentiva l’amministrazione limitata della bassa giustizia, al parlamento dei capi-famiglia, che causò non poche liti, per le prepotenze inflitte dal Vicario abbaziale alla popolazione di Tramutola(7).

Spinti dagli stessi interessi economici, artigiani, proprietari terrieri e commercianti, decidono di aiutarsi reciprocamente. Durante il XVI secolo questi cittadini furono affiancati dal Vicario abbaziale, nel governo dell’Università, poi man mano che cresceva la loro potenza economica e le loro ricchezze, riuscirono a liberarsi e a governarsi da soli. Germoglia così, a Tramutola, una nuova istituzione politica, dell’universitas(8), che aveva il potere di badare alla riscossione delle imposte per il R. Fisco e all’amministrazione dei beni demaniali e patrimoniali dell’università stessa. A poco a poco, con una evoluzione graduale da associazione privata, l’universitas, divenne una istituzione pubblica tanto che tale termine giunse a significare “governo cittadino”. Gli atti che saranno prodotti da questo governo, testimoniano una rilevante maturità giuridica amministrativa dei ceti e gruppi dirigenti Tramutolesi, dalla fine del secolo XVI in poi.

Nel 1598, dato lo sviluppo del paese, dagli abitanti si chiede al nuovo abate, Ilario di Busseto (1598-1600), l’erezione di una seconda parrocchia. Vengono inviati come visitatori apostolici prima due abati e poi il vescovo di Tricarico. Tutti convengono sull’utilità della nuova parrocchia, ma non la vedono come necessità impellente, per cui la decisione viene rinviata a miglior tempo(9). E, per appianare i contrasti tra il Vicario e la popolazione tramutolese, si fanno sempre più frequenti le visite degli abati del Monastero di Cava.

Nell’anno 1603, poiché il Governatore criminale si immischiava negli affari prettamente civili e pretendeva sorvegliare il mercato, l’univesitas sporse reclamo presso la Corte Baronale e l’abate ricorse a Napoli presso il Regio Collaterale Consiglio, il quale ingiunse al Governatore di non oltrepassare i limiti delle sue attribuzioni e nello stesso tempo esortò l’abate a non colpire di pene spirituali, quali la scomunica, quei suoi sudditi che avessero mancato in cose prettamente civili. I tramutolesi fecero nascere una grande lite, perché anche per piccole cose, i monaci cavensi cassinesi, solevano scomunicare quei poveri vassalli. Così nel paese e, particolarmente nel parlamento dei capi-famiglia, s’incominciò molto a ridire sul governo abbaziale, specialmente per quanto riguardava il diritto dei molini e dei forni, che anche nel passato furono causa di liti e di discordia. Nello stesso anno 1603, il parlamento dell’università, deliberò la costruzione di un forno per l’uso del paese. L’abate reclamò a Napoli, alla Regia camera della Sommaria, e nonostante l’università avesse bene argomentato le ragioni del parlamento, furono costretti a demolirlo e i cittadini non poterono più cuocervi il pane.

Nell’anno 1610, Scipione Savone di Salerno, fece dono all’università di Tramutola, di un molino diruto presso il fiume Caolo, già appartenente al conte di Marsico e principe di Salerno della famiglia Sanseverino. L’università lo fece riattare e mettere in attività a disposizione degli abitanti di Tramutola.

L’abate Alessandro Ridolfi (1611-1613) allora mise causa a Napoli e la Regia Camera della Sommaria il 2 marzo 1611, rinnovò tutte le sentenze per i forni e molini emanate nel 1552, 1592, 1603, 1604 e ordinò fossero rispettati i diritti dell’abate. Il Monastero di Cava, poi, prese in fitto il molino di Caolo, dall’università di Tramutola, in territorio marsicano.

La stessa lite si ripeté nell’anno 1626, abate Giuseppe Volpicella (1622-1627), con lo stesso esito negativo per Tramutola.

Una nuova presenza religiosa in Tramutola si ha con l’arrivo dei francescani, su richiesta fatta da un pubblico parlamento del 16 maggio 1613. Dopo aver chiarito competenze tra vescovo e abate, con bolla del 23 marzo 1615 del vescovo di Marsico Timeo Caselli, si concede ai frati dell’Osservanza un terreno di pertinenza nel territorio di Marsico per la costruzione del convento, che sorge a circa due chilometri di distanza dal paese, nei pressi della chiesa della Madonna del Carmine, che dà poi il titolo al convento(10).

Intanto andavano maturando gravi avvenimenti che dovevano avere una grande ripercussione nell’ordinamento interno del nostro paese.

 

(1) cfr. mio articolo sul blog: Il flagello della peste a Tramutola e la devozione a San Rocco.

(2) Il chierico, tra i suoi doveri, ha l’obbligo dell’abito ecclesiastico ed ha il compito di celebrare le funzioni sacre e di guidare pastoralmente i fedeli. E’ votato al servizio divino.

(3) Gli oblati benedettini (sacerdoti o laici) sono coloro che desiderano seguire la Regola benedettina.

(4) Il mulo rimase per secoli il principale mezzo di trasporto capace di discendere nei torrenti come sulle cime dei monti per sentieri stretti.

(5) Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata per Giacomo Racioppi – Roma Ermanno Loescher & C°. Via del Corso, 307 – 1889 ANTONIO CAPUANO EDITRICE

(6) cfr. di Vincenzo Petrocelli IL PALAZZO ABBAZIALE finito di stampare nel mese di luglio 2007 – Tipolitografia Centro Grafico di Rocco Castrignano Anzi.

(7) cfr. Capitolo 13  – Tramutola Feudo del Barone Abate di Cava – “Le prepotenze del Vicario Abbaziale a Tramutola”.

(8) Secondo lo storico Tommaso Cappuccino durante il dominio di Federico II si usava il termine “comune”, mentre Carlo I d’Angiò lo mutò in universitas (da universi cives, “unione di tutti i cittadini”), ordinando la distruzione dei sigilli. Esse sopravvissero sino all’abolizione del feudalesimo avvenuta con decreto del 2 agosto 1806, ad opera di Giuseppe Bonaparte.

(9)  cfr. capitolo 3 –  Tramutola Feudo del Barone Abate di Cava –  “La Chiesa della SS.ma Trinità”

(10) cfr. Vincenzo Petrocelli “TRAMUTOLA Il Monastero di S. Maria del Carmine” RCE edizioni srl finito di stampare novembre 2003.

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