Il Museo Archeologico Provinciale di Potenza del Rione S.Maria- 7^ Parte-

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VITTORIO BASENTINI

Il Museo Archeologico Provinciale di Potenza nacque ufficialmente nel 1901 grazie alla lungimiranza di un poliedrico intellettuale, il Dottor Michele Lacava.

Ispettore degli scavi di Metaponto a partire dal 1876, avvertì la necessità di proteggere i beni archeologici del territorio da eventi dispersivi quali il trasferimento al Museo di Napoli, di Reggio Calabria, al British Museum e al Museo di Monaco di Baviera dall’incontrollato collezionismo dei privati.

L’inaugurazione avvenne nel 1907 presso il Convento di San Francesco e Vittorio Di Cicco, già collaboratore di Lacava, ne diviene direttore.

Egli arricchì il patrimonio museale con i reperti provenienti dagli scavi di Garaguso e Latronico e realizzò un allestimento organico.

Nel 1912 un incendio distrusse alcuni importanti ritrovamenti e rese necessario il trasferimento a palazzo Arrigucci e, successivamente, nel 1921, nella struttura del Rione Santa Maria, pensata originariamente per accogliere le degenti definite “semiagitate”.

Museo archeologico-ex progetto Ophelia- Ingresso Via Lazio-.

La struttura, infatti, faceva parte del progetto del complesso manicomiale Ophelia, redatto dall’ing. Giuseppe Quaroni e dall’arch. Marcello Piacentini, mai realizzato.

Il Museo trovò qui una sede stabile per riprendere le attività.

Nel 1928 Concetto Valente ne assunse la direzione e dà un taglio più scientifico alle raccolte attraverso il riordino e la catalogazione del materiale secondo un criterio crono-tipologico.

Il suo lavoro rese il museo uno dei più prestigiosi del Meridione.

Ancora un evento catastrofico: il bombardamento del 1943 distrusse il Museo.

Ricostruito, Il Museo venne riaperto al pubblico solo nel 1956.

Il nuovo Direttore, il Dott. Francesco Ranaldi, ebbe il compito di farlo rifiorire dopo la guerra.

Pertanto, avviò importanti campagne di scavo nel potentino, individuò la necropoli di Serra del Carpine a Cancellara, il complesso pittorico di Tuppo dei Sassi a Filiano e intraprese gli scavi nel bacino di Atella con il prof. Edoardo Borzatti von Löwenstern dell’Università di Firenze.

Intanto, l’arch. napoletano Giovanni De Franciscis, vincitore del concorso bandito dalla Provincia, ebbe l’incarico nel 1962 di progettare una nuova struttura museale ad hoc, nelle immediate vicinanze della prima struttura, sempre in Via Lazio al Rione S.Maria di Potenza; struttura, il cui progetto venne completato nel 1970, con lavori eseguiti dall’Impresa Pizzo di Roma e che dopo circa venti lunghi anni venne inaugurata ed aperta al pubblico nel maggio del 1980.

L’inaugurazione della struttura subì degli slittamenti a causa di inenarrabili vicissitudini storiche e burocratiche,  la medesima struttura ,inoltre, risultò modificata rispetto al progetto originario in seguito alla chiusura dello spazio porticato al piano terreno voluta dalla Soprintendenza ancora in fase di ultimazione dei lavori, quale ampliamento degli spazi espositivi.

Anno infausto: il sisma del 23 novembre pur non danneggiando l’edificio, ne cambiò la destinazione d’uso, i reperti lasciarono spazio agli Uffici dell’Amministrazione Provinciale.

L’ultima riapertura al pubblico avvenne nel 1997 e da allora il museo è diventato il fulcro della Rete della Cultura, un sistema museale che comprende anche la Pinacoteca Provinciale e il Covo degli Arditi.

Percorsi visitabili

I materiali del Museo Archeologico Provinciale si articolano su due piani, raggruppati con metodi cronologici e topografici.

Al piano terra, nella mostra “Antichidentità”, è collocata la sezione pre-protostorica che include i reperti provenienti dagli scavi del Bacino di Atella, dalle grotte di Latronico, da Oliveto Lucano.

L’esposizione,inaugurata il 27 novembre del 2009, è un tributo ai direttori storici del museo.

Lungo la scalinata che conduce al primo piano si trovano le sculture di Giuseppe Antonello Leone, facenti parte della mostra “Il riposo delle pietre erranti”.

Al primo piano sono esposti i materiali riferibili alle tre grandi forme di popolamento in Basilicata (Enotri, Greci, Lucani) a partire dall’VIII secolo a. C. e reperti inerenti al processo di romanizzazione avvenuto nel periodo compreso tra il IV secolo a. C. fino alla prima età imperiale.[7].

“Antichidentità”

Reperti archeologici nella sala delle collezioni magnogreche

La mostra documentaria “Antichidentità” ricostruisce la storia di due entità strettamente legate tra loro: il museo e la Biblioteca Provinciale.

L’allestimento si articola in tre sezioni, dedicate ai tre direttori “storici” del Museo: la prima a Vittorio Di Cicco, direttore del museo dal 1901 e il 1926, sotto la cui guida si scoprirono il busto di Kouros ed il Tempietto del Garaguso, simbolo del Museo, e che si impegnò per la istituzione della biblioteca del Museo;la seconda a Concetto Valente, direttore dal 1928 al 1954 che arricchì le collezioni artistiche museali, inoltre creò una Wunderkammer (stanza delle meraviglie) ricca di monete, pittura, architettura; la terza a Francesco Rinaldi, direttore dal 1954 al 1988 che fu anche pittore con uno stile espressionista e dalle tinte forti.

A lui viene anche intitolata la località Tuppo dei sassi di Filiano dove ritrovò alcune pitture rupestri nel 1966,e si devono i ritrovamenti a Serra di Vaglio e l’individuazione del bacino di Atella.

Archeologia

Questa sezione si compone di tre diverse collezioni: collezione pre-protostorica, collezione di archeologia di periodo indigeno, collezione di archeologia di periodo magno-greco e collezione di archeologia di periodo lucano.

Giuseppe Antonello Leone Pietre

Una sezione apposita è stata creata negli ultimi anni per l’artista Giuseppe Antonello Leone, che “è surrealista perché la vita cosciente lo porta ad essere surreale, al di sopra della realtà per poterla decifrare.

Anche i sassi che raccoglie, esamina e rielabora, sono una sorta di spazzatura di Dio, pietre erranti alla ricerca di un destino migliore.

La parola stessa che egli usa per definire il suo lavoro leggero, risignificazione, è chiave per capire il percorso che compie, un percorso di riscatto estetico ironico, che è nella realtà profonda, drammaticamente etico”.

Concludiamo la nostra disamina osservando che il Nuovo Museo Provinciale costituisce una delle poche strutture dedicate ai fini culturali di cui fu dotata la Città di Potenza, oggetto proprio in quei decenni  (1960-1970 e 1970-1980) di un caotico sviluppo edilizio.

 

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