Che Facebook abbia pochissima attenzione riguardo i suoi noti problemi è cosa risaputa ed emblematica: diffusione di bufale virali, diffamazione a mezzo stampa, insulti senza filtro, stalking, sono solo alcune delle nobili attività permesse da questo ormai diffusissimo mezzo di informazione. Che viene ormai accusato in molte parti del mondo di influenzare in maniera preoccupante e incontrollata l’opinione pubblica, determinando o influenzando addirittura i risultati elettorali, restando comunque in certa misura responsabile del preoccupante e dilagante populismo demagogico, latore potenzialmente di altri subdoli e pericolosi ventenni.
La prova provata di quanto Facebook, a fronte dei 20 miliardi di dollari di fatturato annuo, con record di utili macinati ogni anno in ogni angolo della Terra raggiunta dalla connessione internet, abbia così poca attenzione ai contenuti di ciò che viaggia sulle sue piattaforme, l’ho avuta l’altro giorno.
Un utente di facebook ha pensato bene di notificarmi in privato a mezzo del sistema di messaggistica Messenger un suo nobile pensiero in risposta a un mio commento pubblico su un post riguardante alcune iniziative di dubbio gusto in corso nella città di Matera:
Non si rende conto probabilmente, l’infelice, di aver appena messo nero su bianco la prova di un reato, riconducibile probabilmente alla fattispecie dell’articolo 612 del codice penale (minaccia). E la leggerezza con la quale gente normale commette quotidianamente reati come questo e quelli sopra riportati, facendosi unico debole scudo della propria ignoranza, non trova alcuna rete di protezione nel sistema. Nessuna spia insomma si accende sul cruscotto di chi sta, forse inconsapevolmente o forse sprovvedutamente, scrivendo la propria inevitabile condanna premendo il tasto invio sulla tastiera. E forse è troppo difficile da implementare. La spia dovrebbe accendersi nel cervello.
Ma bisogna pur sempre averne uno.
Invece di chiamare l’avvocato, decido quindi di utilizzare lo stesso mezzo per rendere pubblico l’accaduto, pareggiandone i conti, e nella totale trasparenza che da sempre contraddistingue la mia “militanza” facebookiana: questo sono io, questo è quello che penso io, questo è quello che mi sta accadendo. La spia che non si è accesa in automatico nè sul cruscotto nè nel cervello dell’audace collega, l’accendo io. Accompagnando lo screenshot con un sapido commento.
Fatto. Messaggio inviato. Il vostro ruggito da tastiera mi fa il solletico, mi fa sorridere, e io me ne faccio pubblicamente beffe. Per me dovrebbe finire qui.
E invece no. Perchè qualcuno segnala a Facebook il mio post, per violazione della privacy: pubblicare un messaggio privato è assai maleducato, e Zuckerberg deve tenerci molto all’educazione. Anche se questo messaggio contiene insulti e minacce, e la traccia di un possibile reato penale. No: sono una brutta persona. Anche facebook lo sa, e subito tira fuori il cartellino rosso: vengo espulso per 24 ore dal sistema. Cancellando non solo il mio post, ma anche la chat che contiene la prova della minaccia, quindi del reato commesso. E aprendo però tutto un altro scenario.
Il locale e soggettivo diverbio tra il malcapitato e il sottoscritto, diventa casus belli universale: può Facebook farsi moralmente, ma forse anche penalmente, complice di un evidente reato? Può essere il suo sistema così superficiale nell’ignorare il contenuto di quello che viene fatto, classificandolo in automatico secondo algoritmi e schemi prefissati, del tutto incapaci di leggere la realtà? Può il suo tribunale interno, senza avvisi di garanzia e senza appelli possibili, giustificare il carnefice e perseguitare la vittima? Può giudicare la legittima difesa più grave dell’offesa?
In passato mi era peraltro spesso capitato di segnalare gruppi o pagine in cui venivano PUBBLICAMENTE riportate frasi o immagini razziste, o inneggianti all’odio e alla violenza. Nonostante l’evidenza, che aveva anche mosso campagne nazionali, facebook mi aveva risposto: spiacenti, non abbiamo rilevato violazioni. E che cacchio! Ma siete cecati?!?! Invitandomi, al limite, se proprio il contenuto mi disturbava tanto, a evitare le notifiche dei contenuti. Come dire: mettiti due fette di prosciutto sugli occhi e tutto è andrà a posto. Il prosciutto, è la risposta.
Quello che è il reality show autogestito della nostra vita, è distante anni luce dalle nostre vite e dalla realtà. Vicina unicamente al suo fatturato a dieci zeri.
Di questo dovremmo preoccuparci, questo dovremmo tenere presente, ogni volta che consegniamo alla piattaforma biancoblù un pezzetto dei nostri pensieri, o che leggiamo e condividiamo uno qualunque dei suoi contenuti, che la società americana si limita solo a veicolare dalla testa di chi li partorisce fino ai nostri occhi.
Il filtro che su Facebook manca, o che funziona in maniera così fallace, dovremmo farlo noi.



