FIGLIO DI CARNEVALE O DI QUARESIMA?

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LUCIO TUFANO

LUCIO TUFANO

SARAKE’, IL RACCONTO DI UNA MASCHERA (2)

Ma la stranezza eclatante fu quella del Sarakè che dovette subire le malevolenze e la intolleranza della vecchia Quaresima. Pare che questa, con i suoi poteri, gli avesse impartito un sortilegio, la perenne costituzione magrissima, scheletrica del suo organismo. Da altre fonti invece si ricava una diversa storia del Sarakè; si dice che tra Carnevale e Quaresima vi fosse stata una mezza relazione, ma di quelle relazioni frettolose, per cui Quaresima, rimasta incinta e partorito il bimbo, volle portarlo con sé, perché troppo le somigliava, anche se come temperamento era tutto suo padre, scherzoso e burlesco. Ma Carnevale alla fine riuscì a strapparglielo con il sostegno di due suoi compari, uno forestiero, Pulcinella e due paesani: Miseria e Mezzapruvincia, e a tenerlo con sé, assieme alle altre maschere. Ma Quaresima, volendo vendicarsi, un giorno mandò incontro al Sarakè, divenuto adulto, una signora avvolta in un ampio mantello scuro come la notte senza stelle e con il cappello a falde larghe che le copriva quasi tutto il volto.

Sarakè quindi s’imbatté in questa ombra-figura che lo fermò sfidandolo a contare le sue ossa per raffrontarle alle sue. Fu allora che, scoprendo, per gradi, la signora tutto il suo complesso telaio di ossa, Sarakè capì quale fosse in sostanza la parente di Quaresima, la lontana cugina Morte. Fu così che il Sarakè, per il tremore e per la tremarella, non riuscì a spiccicare una sola parola.

Intanto la signora iniziò ad ostentare le proprie tibie, scoprendo parti del suo scheletro dissecate e scintillanti, quante tibie e quanti femori, quante costole e quanto di sterno e di clavicole avesse sotto il capiente mantello, rispetto a quelli del Sarakè. Insomma la sfida su quanti arti superiori, e quanti inferiori corredavano la propria persona rispetto a quella del suo impacciato interlocutore, quante falange e falangette, carpi e metacarpi, tarsi e metatarsi.

Insomma quella strana sfida e anche affinità di ossame faceva del Sarakè un reale emblema, un nipote della terribile zia, inviata da Quaresima, per sapere come fosse cresciuto il giovane Sarakè. Tanto da suscitare l’ammirazione della signora che riconoscendo in lui un nipote, gli chiese se aveva mai visto dei cavalieri di sua conoscenza, quelli dell’Apocalisse dei poveri, senza destriero e senza la ribalda determinatezza dei mitici cavalieri; e gli propose se avesse voluto avere il ruolo di stalliere al servizio di uno degli spettrali cavalieri. Difatti la signora, più decisa e superba, dov’è riscontrare che il Sarakè aveva qualche osso in più.

Per esempio la sua faccia non era prognata né camuso il suo naso.

Il Sarakè, allibito e soggiogato, dov’è sottostare al confronto, anche perché la signora confidenzialmente lo invitò in trattoria a bere e a cenare.

Dopo la cena la signora gli disse che doveva partecipare ad una processione.

Alla fine la signora scomparve e Sarakè ebbe la sensazione di aver vinto quella stranissima competizione e di aver compiaciuto la “signora zia” per la sua mansueta collaborazione.

Ancora tremebondo per la inaudita apparizione, Sarakè si rese conto che quella (del 2 novembre) era proprio la notte dei morti. Non avrebbe mai potuto credere che la signora fosse stata evocata come ospite d’onore dalla moltitudine di morti che raccogliendo i loro scheletri escono sommessi e silenziosi dagli avelli per aggirasi in processione per le vie della città.

Uno strano odore di cera e di crisantemi impregnava l’aria che si respirava assieme all’aria fredda e al vento che spirava dai monti e soffiava nei vicoli e per le strade.

Nella notte le finestre dei vivi rimasero aperte con una candela accesa posta sul davanzale. Di lì si poteva assistere alla schiera mesta, silenziosa e rigida; sfilavano tutti, anche quelli ai quali era toccata una terribile morte, i “disgraziare” e i “morti accisi”, alcuni con “lu chiapp” (il nodo scorsoio) alla gola o la testa recisa tra le mani (a dimostrare l’avvenuta sorte dell’impiccagione o del taglione). Ancor prima di costoro era passata un’anima che aveva avvertito: “trasitenn wagliò, ca mò passano li disgraziare”. A quella notte terribile, successe il lamento e il grido lagnoso del mattino, quando i poveri, gli storpi e i malati supplicavano la carità per “li vivi e per li muort”[1].

Ma alla fine il Sarakè, stanco ed affamato, si rifugia a casa della amica Cucaredda che gli ha preparato un pentolone di cuccìa di grano, granone, ceci, fave e cicerchie. Sarakè si rifocilla e, da improvvisato attore della terribile notte e, anche spettatore, cessa di essere allibito e triste, per adempiere al suo ruolo di vivo e, malgrado tutto, di gioioso partecipe di qualche piacere della vita, a lui consentito. Poi, un po’ per la paura superata, un po’ per la fame soddisfatta, assieme a qualche altra compagna di vicolo, si mettono tutti a contare la cicirignola, una nenia un po’ triste e un po’ allegra, in contemplazione della luna piena e nella attesa della rigida notte.

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IL SECOLO DEL SARAKE’ E LA PELLE DEL SALTIMBANCO

 

[1] D. M. Giornale d’Italia. “Potenza d’una volta: Pregiudizi e leggende”, anno XII.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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