FOLK SIPARIO: LE MASCHERE CONTADINE DENTRO LA CITTA’

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LUCIO TUFANO

Attorno alle chiese, nella festa del patrono, sono in velluto nero ed in marrone, brulicano tra le bancarelle, nell’odore inebriante degli incensi e delle tele, dello stallatico.

I contadini venuti dalle campagne col formaggio nei fazzoletti, portano i cavalli e le donne alle cantine per la sosta di mezzogiorno. Sono uguali e diversi: il vecchio, il nano, il mongolo, il normanno, l’albino, il nero, il biondo austriaco, lo storpio, il gigante, l’eunuco, il borioso… e dai ruoli così vari: il mietitore, il gualano, il massaro. Appartengono ad un mondo diverso, antico e misterioso, sono i contadini, un popolo scomparso.

Sono rimaste le giubbe militari con i bottoni di metallo lì da rigattiere, i calzoni stretti alle gambe, e le fasce verdi, i berretti a busta con visiera, dalle varie fogge, perfino da ammiraglio o alla alpina.

Ma chi sono? Da dove vengono questi fantocci, questo popolo dalla lingua incomprensibile? Sono quelli della campagna. Ad essi non giunge posta perché vivono nella terra ed hanno nomi di terra: Mangiaterra, Senzaterra, Terramia, Bancanterra, Terranera, Treterre, nomi di querce, di felci, di contrade, tutti i nomi delle mappe catastali, nomi di briganti coi quali furono legati da parentele generazionali. Contadini, pastori, braccianti promossi sul campo; sono le case baronali, i cascinali, le cappelle o le panelle, le scrofe o i galli, il paese o il glorioso forese, la guardia piemontese che danno il nome ai villaggi, agli individui e alle famiglie. Nelle fiere delle mucche e dei carrubi, dei fischietti e dei sonetti, dei zanghi e degli organetti, vagano in festa con le bottiglie in mano e poche idee nella testa.

Li seguono le donne con il gozzo, cariatidi che reggono l’oro rosso degli orecchi e le pettinature, strappano le cavalcature. Sono i contadini che non sanno delle nazioni e dei municipi, dei titoli e delle bandiere, dei cognomi. Sono i componenti delle età del pane, consumatori di beni necessari, i sacri oggetti della liturgia terrestre. Sono nelle riserve recintati, nei grandi stazzi antisemiti, nei parchi, nei musei. Sono la schiatta, la stirpe, le tribù, i patriarchi duri e oscuri, i totem dell’era granaria, utilizzatori di granaglie, mimetizzati dalle stoppie e dalle paglie delle trascorse mietiture.

Questi furono i curvi e grossi, bassi e allampanati, scheletrici e melensi contadini che venivano dalla polvere delle aie, dagli ovili e dalle stalle, dai pagliai con i muli e le giumente, con gli asini e i maiali fin dentro gli argini della città in quegli antri ove venivano e parlavano come antichi spiriti della terra. Venivano da fuora, dai campi, dal sudore delle zappe, dai soffi di favonio che asciugano le spighe del grano, dalle infestanti erbe, dalle stabbiature e dai fienili, dai formicai, dalle tignole, dalle annate ricorrenti e dai proverbi, come presenze antropomorfe del grottesco, del laido, dell’escrementizio e della fertilità. È da costoro che discesero i sottoproletari della città.

Le guerre, il prodotto autarchico la scarsa quantità di derrate nella diffusissima utenza popolare, l’antica sobrietà agraria delle cucine a legna e a carboni, le focagne con il paiolo, le osterie confortate dal bagliore nebbioso dell’inferno di fuoco e fumo, quasi irrespirabili cantine con arrosti e trippe bollite, cipolle patate e peperoni. Acre odore di condimenti, muso, orecchie, teste e collo, cotiche e zappoli, ossi di prosciutto e verze, complicato cammino gastroduodenale per l’euforia di chi li divora con gli ingredienti di fame e freddo.

Un processo connesso al divenire fisiologico, allo scorrere viscerale, al ciclo sazietà-svuotamento, all’ebbrezza di vino, alla fruizione del fuococottura, «la voracità degli ingordi: panzone – buenn – bverone – treccule – pappagorgia – buccoi – rascacascia, chiamati all’eccesso da un misterioso istinto di morte».

Nella storia delle pance vuote, che in riscontro comportavano fervida fantasia e sensibilità ultra terrigna si annoverano i segnalatori, i vogatori della notte, gli gnomi di terra, i comprimari e le comparse, i grassi buontemponi e gli scheletrici maltemponi, poetastri deliranti e digiunanti, i geni di terra mangiacavoli e sivoni, mangia cicerchie e trangugiatori di grosse pignatte di fasuli.

L’invenzione gergale e dialettale dei Paolucce Managrossa, Pagliare, Scarrozza, Maccatur, venivano in voga emergendo dalle campagne e dentro i vicoli, vasi comunicanti tra città e campagna. Perciò Potenza fu nel corso dei suoi anni “arcaici”, fino al primo ’900 anche una città carnevalesca, pur nel suo stato di penuria e di economia povera, abitata da contadini e mulattieri, da artigiani, da sottoproletari beoni e raminghi, da squallidi inservienti, subordinati applicati e calligrafi, tranvieri e facchini. Frequente l’impiego di costoro nelle cantine, il loro sollazzarsi con i compagni, il turpiloquio irriverente e comicissimo, di quel frasario volgare e perfino geniale della ontrance espressiva di battute e rime baciate, girandola di parolacce e di risate, acrobazie di gutturali, labiali, pernacchie di frizzi e fischi, esercizi di botte e risposte, di scorregge e “schioccate”, di risate, di numeri urlati alla morra, di sarabande, raucismi e di sghignazzi. Vi erano pattuglie di gobbi sornioni, di nani e “bozoni”, di padroni e sottopadroni, di ciabattini, carbonai, carrettieri, ortolani, scopatori e balordi; queste le facce della piazza e del mercato, le voci e i corpi della vita bassa e quotidiana, della festa popolare, del sottomondo, il popolo delle gozzoviglie e delle cantine tra sanapurciedd, furnari, zingari e gualani. Torme di zucconi, dei senza testa, dei pecorai, dei cusci e dei p’llicc, dei minghioni e minghiarelli, dei sarchiaponi dalla irresistibile ilarità ed ebbri di comicità fisiologica inesauribile e delirante, originata dalla scatologia contadina e popolaresca, frugalissima e rigeneratrice della fame, appena soddisfatta, dell’istinto e del bisogno corporale.

Si scolavano nelle oscure bettole o nelle cucine dei ciddàri – i gufineri –cascate di cavoli fumanti in caldai e scafaree, intasati di fette di pane di crusca, di orzo e di granoni, stozze di pane nero condite di diavolicchi forti e aglio, di zuppe di cipolle e di radici, di cardi e funghi, di trippe al sugo nelle crete bistrate di graffi e rosicchiate agli spigoli. Sulle tavole untuose e rudimentali, lupini a manate in salamoia per la sete di vino aspro e di sottapera, taralli e pignate di carni in gelatina e cotiche. Tutti lì ad imprecare, ad eruttare ed a fumare le pipe rozze e mozze di canna di granoni.

Negli angusti trapezi urbani del buio e della luce, attraverso inverni tediosi, lunghi e glaciali, la vicenda del sapore esalava dai vicoli semicupi, dai sottani, dalle stamberghe e dalle cantine appena rischiarate da tremolanti lucerne.

Ci sono stati personaggi, piccoli attori, che non hanno recitato la grande parte. Come i portoni, le maschere e le visiere, entrano nelle trame, perché vi si trovano con la loro minuta vicenda personale. Senza regia e senza trucco, hanno fatto parte di una grande compagnia cui non si è mai consentito l’uso del sipario, inseriti a loro insaputa – imprevedibile sketch – dal prologo all’epilogo, nelle scenografie spontanee o predisposte dal reale.

Una microantologia è ad essi dedicata e tratta dall’associated comprimari corporation. I diritti non sono stati riservati. Clown o guitti, attori drammatici e lirici eroi della canicola e delle giornate tediose, abitatori delle grigie ragnatele di vicoli e di palazzi, di botteghe semibuie, di corridoi e di stanze d’archivio, personaggi a sghimbescio, figure e controfigure, individui e gruppi, formazioni, pattuglioni, soldati nelle vesti di vigliacchi e poeti idioti, filosofi incolti, padroni senza patrimonio e servi senza padroni, folli e ingenui, figure ambigue, oneste, di uomini catturati dalle epoche, dagli ambienti, che hanno la stupidità delle domande e la protervia delle risposte formulate sulla faccia, inghiottiti nel ruolo impartito dallo spartito, gerarchi della realtà e del sogno, graduati della vita, generali mancati, sindaci sbandati e senza mandato.

I microcitemici, i talassemici della società; para-attori che vivono la propria vita e il proprio corpo per parti separate: spezzoni ed arti in continenti diversi, frammenti fossili, anfibi per scavi e reperti. Hanno un vestito vagante e rigonfio e le braccia piene di nulla. Sono gli uomini massa le sculture di pietra rimaste incompiute, senza l’ali di un potere che li redima.

Dalle radici del popolo, dalle sue ingordigie, dalle più grossolane orge, dal gesto strafottente ed eversivo, o dal vile incedere randagio, dall’umile prostrarsi, ecco il mutevole teatro, la farsa di stracci, la mimica di bocca e di occhi, di ossa e deretani, le iperboli del grottesco nella quotidianità.

Entrano nei paragrafi dell’urbana ironia degli artigiani e dei barbieri che hanno intravisto gli scollati, dinoccolati, circolare dentro il confine tra città e campagna, legati al gesto glottologico, gravi e austeri. Ironia micidiale che riserva colpe e paradossi alle bizzarre clownerie.

Groviglio di ossa, spaventa passanti e acchiappamosche, manichini di tibie, berretto, laceri di giacche, maglietta e pantalone, simboli della fame nostra. Rigoletti in pattuglia: maschere nostre cui è mancato il tuffo nel cerone, l’ingresso nel sipario assistito, nel tepore del termosifone. Hanno l’irrefrenabile sete di vino di botte. È la voglia buffa o trista di racchiudere la vita in un nomignolo, la volontà sovrana del popolo di scegliersi i capi, i giullari, il boia, gli aguzzini, di darsi un blasone, una corona battuta dai Cichidd, i fabbri portasavzesi, di farsi i generali, le dinastie, i propri fanti, i diavoli e i santi.

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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