FORSE RENZI SE NE VA, DI CERTO IL PD ORMAI E’ MORTO

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Marco Di Geronimo

Forse se ne va per davvero. Circolano con maggiore insistenza le voci di una scissione renziana. Pare che la nuova creatura «liberal» emetterà i suoi primi vagiti alla prossima Leopolda. Il che spiega perché l’ex premier sta accendendo tante luci sulla sua kermesse fiorentina.

«Il piano è nel cassetto da anni» scrive Wanda Marra sul Fatto Quotidiano. Addirittura la penna alla corte di Travaglio riferisce di bozze del simbolo in giro per gli ambienti più vicini al Matteo toscano, e perfino di un sondaggio sui suoi potenziali elettori. «3%» riporta la Marra. Ma forse Renzi «preferisce guidare un partito del 3% che fare il secondo, terzo o quarto in uno del 15%».

Il Fatto continua la sua analisi spiegando che forse ci sarebbero transfughi di Forza Italia disponibili ad aderire all’impresa. Brunetta e «soprattutto Paolo Romani» (in rotta col Cav quando l’ha ritirato dalla corsa per la Presidenza di Palazzo Madama) salirebbero a bordo. Nascerebbe quindi un partito dei moderati, pronto a unificare i due elettorati (assurdamente) divisi di PD e FI. E se le premesse sono ridotte, forse le prospettive per un partito del genere potrebbero aprirsi in futuro. Specie se un giorno gli elettori di centrodestra migrati nella Lega decidessero di fare ancora le valigie.

DS e Margherita: la strategia «a due punte» che l’emergere di Zingaretti farebbe profilare. E la Marra suggerisce addirittura che Paolo Gentiloni (spalleggiato da un Carlo Calenda, neoiscritto al PD autoincoronatosi Messia) stia meditando su un ulteriore partito europeista. E questo spiega il freno tirato con cui il progetto renziano sta procedendo. La maggioranza interna è ormai spaccata e i rapporti di forza negli organi centrali non rispecchiano i flussi interni al partito.

In particolare Guerini e Delrio sembrano più vicini a Franceschini che a Renzi. Il fronte del Giglio Magico potrebbe presentare spaccature, perlomeno di forma se non di sostanza. E nel frattempo pare che Renzi stia gironzolando per Paesi stranieri alla ricerca di soldini (Qatar e Kazakistan, riporta il Fatto). D’altronde ci pensano i pompieri del renzismo a calmare le acque, sulle colonne che il Foglio garantisce loro. Ricci, Bazoli, da Empoli si dicono contrari all’idea, che invece è accolta da Giorgio Gari. «Lo spazio e il bisogno c’è, specie se il PD andrà verso Zingaretti», noto Attila, a quanto pare.

La retorica attorno al quale questa nuova creatura nascerà è nota. I renziani vogliono giocare la loro partita lungo «le nuove linee di divisione imposte dal conflitto col governo giallo-verde: apertura/chiusura, Europa/antiEuropa, speranza/paura, democrazia/autoritarismo, crescita/decrescita», e forse anche altre, tipo bellezza/schifezza, scienza-infusa/ignoranza, rose-e-fiori/apocalisse. Quindi da Empoli espone con chiarezza che è evidente che il PD non ha perso «perché non sufficientemente ‘di sinistra’» (le virgolette alte sono sue), bensì perché non sufficientemente renziano, petaloso e reazionario.

Comunque vadano le cose, è chiaro che non c’è più margine per la convivenza interna al Partito democratico. La minoranza PD non ha intenzione di andarsene, perché non ha dove andare. Anche perché Liberi e Uguali probabilmente non diventerà un partito, visto che il dibattito interno sta degenerando a livelli che definire infantili sarebbe elogiativo. La maggioranza attende perciò di decidere cosa fare, tenuto conto che il Partito è sull’orlo della bancarotta finanziaria (i dipendenti sono in cassa integrazione) e che c’è un prezzo (elettorale) da pagare in caso di scissione.

La svolta al centro potrà consumarsi solo se si riuscirà a federare anime molto diverse e conflittuali. Non solo dal punto di vista filosofico (a quanto pare non è più un problema presentarsi assieme per radicali e democristiani, figuriamoci per azzurri e dem) quanto dal punto di vista politico (come far convivere Renzi, Gentiloni e Franceschini?). Il nuovo partito liberal-reazionario dovrà avere un bacino elettorale disposto a votarlo. Nessuno vuole scindersi per morire nel vuoto cosmico della galassia moderata. Vuoto cosmico che ha inghiottito tutte le precedenti scissioni da FI e dal PDL.

In conclusione, c’è un dato di fatto inoppugnabile: la fusione a freddo è fallita. Adesso che ormai nessuno finge più che questo partito abbia un senso, possiamo ribadire la debacle del Lingotto. Il rifiuto delle correnti democristiane di convertirsi all’orizzonte socialdemocratico, e il rifiuto delle correnti socialiste di aderire alla visione liberal non sono stati cancellati dal democratismo e dal progressismo. Primarie e alleanze a geometria variabile hanno spompato un partito-zombie, che adesso arranca nel panorama politico e lo paralizza. Ma se finalmente collasserà, aprendo le sue dighe di voti e innaffiando nuove alternative, è possibile che una svolta seria si realizzi. Magari cancellando una retorica (quella euroliberal) priva di senso e dando spazio a un Corbyn italiano.

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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