NICOLA SILEO
Una generazione di falliti, di inutili soggetti da strapazzo, senza nessun movimento culturale in cui incanalarsi, senza un modello da seguire, senza futuro. Tutto ciò veniva detto negli anni ’50 dei “beatniks” dei sobborghi di New York, poeti e narratori nati a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, che proponevano versi e romanzi crudi e difficili, ermetici e psichedelici, facendo ricorso alle loro strampalate esperienze di vita. Cambiano i tempi, ma la storia fa il suo corso e ci ritroviamo, oggi, nella stessa situazione. La mia è una generazione di falliti, secondo quello che dicono un po’ tutti: senza modelli, senza lavoro, senza futuro. Noi pre-nativi digitali ci troviamo nell’angusto preludio alla fine dell’hangover del XX secolo. Tutto è destinato a finire e non c’è niente di più giusto. Siamo agli sgoccioli di un’epoca molto intensa, all’ingresso di un tunnel che ci porterà letteralmente in un altro mondo. I miei figli saranno “nativi digitali” e chissà se anche la loro sarà additata come una generazione di falliti o peggio ancora di figli di una generazione fallita. C’è da fare un’altra precisazione: la mia non è soltanto una generazione di mezzo. C’è da aggiungere la nostra lucanità, il nostro vivere “l’hinterland del mondo”, il nostro essere considerati l’ultima ruota del carro non solo in quanto giovani, ma anche in quanto lucani. Ebbene, i versi che seguono costituiscono la prima parte di un poemetto dal titolo “HINTERLAND”, che altro non è che l’urlo di una generazione di giovani pre-nativi digitali nati e cresciuti nella periferia della periferia del mondo, un urlo di denuncia, di riscatto, un lamento, un urlo di speranza e di identità, ma soprattutto una risposta feroce a chi crede che da questa generazione non possa nascere niente di buono.
Allen Ginsberg avrebbe compiuto 91 anni in quest’ultimo 4 giugno. A questo grande guru e simbolo di una generazione fin troppo simile alla mia sono dedicati questi versi.
HINTERLAND – 1° parte
La mia generazione si è rotta il cazzo di vivere nell’aria ristretta dell’hinterland
di gioire per ogni minima stupida pseudo-oasi nel deserto del nulla
come per miraggi e allucinazioni in questa distesa di carta da parati
che ogni cosa ha il suo hinterland il suo lato noioso e desolato dimenticato
disperato la sua appendice estremamente debole e malleabile
che non ha identità né le palle di ribellarsi al joystick che le schiavizza
si è rotta di progettare rivoluzioni che non avranno mai luogo
di protestare contro abusi di potere ad ambigue ingiustizie quotidiane
di emanare odori che nessuno sentirà mai e di aspettare la luce del Sole
come se fosse nuovo e pulito ogni giorno del terzo millennio
niente è più come prima nemmeno il nome che danno alla vita
li ho visti con i miei occhi i nativi di questa era trasparente
parlare farfugliando briciole di citazioni inappropriate ai contesti
blaterare interessanti disquisizioni senza dire niente
senza capire la vanità dei loro discorsi e delle loro esistenze
li ho ascoltati piangere senza versare una lacrima
dai loro occhi liquidi come i ruscelli affollati da parassiti di petrolio
li ho sentiti succhiare il sangue dei libri senza mai averli letti
li ho toccati senza poterli sfiorare questi orrendi germogli
nati per sbaglio nella nuova preistoria della morte del cosmo
lasciarsi andare in sospiri di sollievo e ubriacarsi con roba scadente
senza nemmeno più il gusto di ribellarsi a un padre malvagio
fumare il tabacco amaro delle loro noie da colmare
cucirsi i capelli e le labbra in un grande nodo mortale
leccarsi le ferite come i cani nel loro buco di culo di quartiere
lasciati a se stessi in un lungo corridoio di un edificio fatiscente
lasciare le proprie città in cerca di nuovi cieli da navigare
di nuovi sogni da avere al di fuori dell’hinterland nativo
essere qualcun altro che non sia lo specchio del loro essere
inconsapevolmente assessori del loro balordo micro-cosmo
gente divorarsi il talento per paura della sua stessa rivelazione
preferire ammuffire dietro un pallido vetro temperato
a tentare di farsi un nome nella magnifica azienda della natura
smettere di cercare lavoro per spacciare trecce di aghi di pino
e vivere da fenomeni un giorno e mezzo per la gloria al di fuori
dell’hinterland dell’hinterland dell’hinterland dell’hinterland
così lontano è tutto questo novecento straordinario
come se questo secolo avesse distrutto tutto il mondo
e non ci fosse altro che questo nulla megagalattico
a mangiarci le mani e a impedirci di scrivere le nostre storie
i nostri mondi fatati psichedelici amori indipendenti
solo amori senza affanni e relazioni da strapazzo
senza odori di politica spicciola da condomino di provincia
cercavamo di evadere da quest’angoscioso hinterland
per guardarci meglio in faccia con la realtà migliore del mondo
ma non c’è realtà più sincera di questa nullificante periferia
di questa grande distesa di anime e pecore e pastori e panni stesi
di amori banali e credenze popolari e piante rare commestibili
di marche da discount e banconote di piccolo taglio
di storie di coraggio e film che sembrano meravigliosi
mostrando la parte meno reale del mondo per far credere
che fuggire da qui sia la cosa migliore
ma l’anima dell’hinterland non lascia i suoi cadaverici abitanti
neanche nella più lontana delle migrazioni
chi nasce nell’hinterland muore nell’hinterland
e ama l’hinterland come un padre anziano che non sa che suo figlio
è andato oltre la periferia della sua stessa gracile vita.
Nicola Sileo