“Giovani scansafatiche”, storia di un falso mito

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MICHELE PETRUZZO

                         Choosy, pigri, scansafatiche, senza valori, svogliati. Sono alcuni degli epiteti più utilizzati per definire i giovani di oggi. Niente di nuovo, considerando che le accuse paternalistiche di natura intergenerazionale rappresentano una consolidata prassi italica. Tuttavia negli ultimi giorni si è innescato un dibattito surreale ed anche abbastanza insopportabile, alimentato soprattutto da imprenditori e titolari di attività, i quali lamentano pubblicamente di non trovare dipendenti, perché “i giovani preferiscono stare a casa e ricevere il reddito di cittadinanza”. Peccato che a lanciare questa accusa siano proprio gli stessi datori di lavoro che poi offrono salari da fame, spesso in nero. Basterebbe ammettere di non cercare lavoratori, ma schiavi.

Nel mondo degli stage non retribuiti i giovani iperformati -quelli a cui è stata chiesta una formazione lunga, mirata, specializzata- sono costretti a ridimensionare le proprie aspirazioni, ad adattarsi ad un mercato del lavoro che non conosce garanzie, diritti e dignità, ad accettare il precariato – nella migliore delle ipotesi – quale unica via d’uscita dal tunnel della disoccupazione. Mentre le attività riaprono, il dibattito “giovani e lavoro” diventa sempre più tragicomico: alcuni imprenditori hanno protestato dinnanzi a qualche ragazzo che abbia addirittura osato chiedere informazioni su orari e retribuzione, in risposta ai loro annunci di lavoro. Che roba, Contessa, questi giovani di oggi: pretendono perfino di essere pagati per lavorare!

Già penalizzati da decenni di clientelismo ed indebitamento pubblico, come se non bastasse, le giovani generazioni si trovano ora a fare i conti con i deleteri strascichi di una pandemia che li ha ulteriormente privati di prospettive e speranze. Motivo per cui la retorica dei giovani fannulloni, sempre più diffusa nel cosmo imprenditoriale, appare del tutto fuori luogo e sconnessa dalla realtà. Basterebbe un rapido sguardo ai dati sull’occupazione giovanile per capire quanto infondata sia questa sterile ed ipocrita cantilena. Dunque oltre il danno, la beffa!

Pertanto, checché ne dicano alcuni titolari di attività, a mancare in questo Paese non sono le persone disposte a lavorare, ma i posti di lavoro reali. Esiste, infatti, una sconfinata zona grigia, fatta di lavoro invisibile, di contratti part-time in teoria e full time nella pratica, di sfruttamento, di salari bassi, di diritti non garantiti. Dinamiche accentuate e messe in luce dalla pandemia, che ci ha chiaramente dimostrato che neppure davanti ad un virus siamo tutti uguali.

Ma non è tutto, perché si pone poi anche un problema culturale in un Paese in cui un Ministro del lavoro può arrivare a dichiarare pubblicamente che per trovare lavoro sia più utile una partita di calcetto che l’invio del curriculum. Un modo simpatico per dire che le reti di conoscenze contino più dei titoli e del merito. A guardare la classe dirigente italiana, se ne ha la chiara conferma.

In una società priva di mobilità sociale, incapace di offrire opportunità di futuro, la precarietà lavorativa ed economica diventa anche esistenziale e finisce per modellare, inevitabilmente, i tratti psicologici e sociali di queste sfortunate generazioni. La ripresa post-pandemica dovrebbe ripartire proprio da questo, provando per una volta ad affrontare in maniera seria la questione del lavoro, senza scadere nella solita retorica all’italiana, incapace di andare oltre gli slogan e le frasi fatte, buone solo a strappare qualche like in più sulle pagine social dei partiti.

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Sull' Autore

Michele Petruzzo

Nato a Potenza in una calda notte di agosto del 1994. Storico, appassionato di politica e tifoso della Roma. Ho studiato a Bologna, dove ho conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche con una tesi in “Storia delle donne e dell'identità di genere”. Ho frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso e ho collaborato con “Il Manifesto”. Adoro la letteratura e il mare.

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