GLI SPOT RICCHI E QUELLI POVERI DELLA CIVILTA’ ARTIGIANA

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LUCIO TUFANO

La barba di Federico, con i sottili fili di rame, fu ordinata agli artefici quando il reame era pieno di rocche, ventilato dalle brezze dei favonii e degli scirocchi e conteneva nelle estese campagne i tracciati di fichidindia, il nettare nelle brocche. Gli orafi e gli argentieri fondevano otto once d’oro zecchino ed undici di argento nei crogioli; una libbra di lega racchiudeva la stessa alacrità dei fabbricanti di scudi, di selle, di archi e di candele. I baiuli tassavano le messi e le vigne col taglio della mano e con la morte sulle forche. Le vanghe forgiate si allineavano negli antri dei fabbri, zoppi come Vulcano, e i ferri dei cavalli scalfivano i lastroni delle chiese, fieri rendevano gli alfieri del contado e scacciavano il malocchio; e le botti da cerchiare, i tini da legare, le casse da inchiodare, i cassoni, i granai alimentavano il sogno imbandito delle tavole. Le guarnigioni presidiavano le regie difese e gli armigeri baronali davano la caccia ai bracconieri ed elogiavano le coperte ricamate dalle popolane. I falciatori partivano dalle montagne per le assolate pianure di Puglia, i mattonari lavoravano per la curia e per servire il re, i mastri muratori partecipavano alla guerra. Chi lavorava il cuoio d’asino e di cavallo o il cordovano arrivato dalla Spagna, con lo spago ed il trincetto, erano i calzolai, gli zoccolai ed i zampittari e l’odore delle conce saliva dai fossi di primavera e stagionavano le pelli di montone per gli stivali da ginocchio con fibbie e lacci. Dallo scarto si facevano derivare le stuoie, le corde ed i sandali dei monaci dei conventi.
Per volontà di Alfonso d’Aragona vennero le pecore gentili alle marine e si ingentilirono le ruvide sciallette, e, spagnoli, genovesi, bolognesi e fiorentini discesero per le fabbriche di panno da Teramo a Napoli ed a Morano di Calabria. Con agevolezze di dazio, e di fondaco a tessere le lane. I panni pervasero il reame: il teramano, l’alife, il napoletano, i ducati a canna del Pagonazzo ventriano, del florenza de persa, del florenza leonata, arenosa, accolorata, il pispignano, il ventiquadrini, il veronese in ottanta e in settanta, il garbo di florenza, l’aquilano, il borgaresco, il cammellotto simile alla circassa, erano fabbricati e venduti nelle vie popolose e nelle contrade. Per tessere una pezza di cammellotto nero, della grandezza di undici canne e sei palme, le donnette ci mettevano sette giorni di raccolto, al prezzo di 34 ducati e trenta grani. Si filava la corta fibra di lana ed il bisso di lino prezioso come quello che avvolgeva le mummie del favoloso Egitto. Si susseguivano le mute vicende d’amore e di guerra nei frutteti costieri e gli smeraldi non erano che gocce sottratte al mare di luna piena. A liberare dalle gelose cinture le castellane si impiegò la lima, a svellere le sbarre delle evasioni ed a levigare il ferro battuto per il barocco o il floreale, le foglie accartocciate, i tralci attorcigliati. Per rendere più nobili i veroni si diede luogo al primo liberty dei fabbri e nella sacra arte dei morti il ferro incandescente si addolciva come la cera. Il legno ed il ferro erano un connubio di suolo e di sottosuolo, e l’artigiano ti rivoltava la terra, ti riportava le zolle sulle zappe, i cavalli sulle cappe dei camini spenti, ti batteva le incudini sui chiodi delle croci e tirava le corde delle voci antiche di lamiere al fuoco. Si spaccavano le scuri nel cuore delle querce.
Si versavano i barattoli di colla e di vernice sulle cornici, sulle panche, sulle stanghe, sulle doghe, sulle grandi ruote dei traini, sulle statue dei mori, sui santi decori. Era un popolo di formiche operaie senza regime. L’artigiano non ha pubblico, è solo nella bottega, solo con i suoi miti, uno stregone antico, impazzito, che esorcizza gli spiriti del legno e dei metalli, che costruisce trappole magiche per le fanciulle, teste nere e rosse di briganti vecchi e barbuti, preti storti e sensuali, gendarmi ubriachi, Cristi malandrini e straccioni, simboli marxisti, volti da rivoluzione come Ho Chi Minh, Che Guevara, Lenin, Castro, personaggi di Steimbeck e la disperazione delle donne sole, la nostalgia degli emigranti. Si tratta delle creature e degli ambienti di Hoffmann, dei balocchi di legno, delle stravaganze di Callot e di Hogarth, o delle fantasatire del Gozzi, il folclore degli oggetti di magia, la prodigiosa fantasmagoria di mani, di ritornelli scritti sulle piastrelle, di teste calve ricavate dai torni; il folletto fosforescente salta sull’impiantito e fa le boccacce al contadino atterrito. Il tutto ha in comune la vita del falegname o la bottega del fabbro ferraio, del fabbricante di pupazzi o dell’inventore di congegni a scatti, del perfezionatore di molle a spirale che cacciano il drago fuori della scatola infernale. Il simbolo e la realtà fantomatica prendono lo spunto dalla storia di una stirpe, la stirpe di uomini bislacchi, dalle mani nervose, creatrici di cose, levigatrici di creta, di
stucchi e di gomma come gli antichi costruttori di macchine volanti.
Il mercante di occhiali costruisce le lenti vive come occhi e l’artigiano misterioso fabbrica la bambola animata, la danzatrice frenetica e stregata dalle stupende scarpette rosse, il violino che trilla agli angoli delle strade e trascina le dita del musicante. L’artigiano col grembiule grigio da alchimista e lo sguardo misterioso e beffardo, al disopra delle lenti, che scruta ironico e studia la terribile vendetta, la metafisica beffa della macchina perfetta. Sono questi i fenomeni che appartengono al mondo del retrobottega e fanno da retroscena al sogno preindustriale.

1Lucio Tufano. Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana. “Controsenso”. 10 giugno 2008.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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