di Armando Tita e Luigi Magno
I “dazi amari” di Trump rischiano di dare il colpo di grazia al modello economico lucano, targato anni novanta. Un modello economico che aveva cancellato nell’annus horribilis “1993” l’agenzia regionale per lo sviluppo dell’artigianato (ARSA), il mega progetto artigianato (novecento aziende coinvolte e oltre duemila assunti a totale carico del FSE e del Ministero del Lavoro) e l’istituto ricerche economiche e sociali (IBRES), in nome dell’avvento dell’industria automobilistica. Oggi, alla crisi patogena e senza ritorno di Stellantis e del suo indotto si aggiunge pure quello delle estrazioni petrolifere che passano dagli 80mila barili ai 36mila barili di petrolio al giorno, anche se, ad onor del vero, il petrolio e il gas estratti in Basilicata soddisfano il 10% dei consumi nazionali petroliferi e una quota superiore dei consumi del gas. Gli Anni Novanta accesero in Basilicata grandiose prospettive con l’arrivo della SATA-FIAT e dell’industria petrolifera, con a capofila l’ENI. Le grandi speranze, che allora brillavano sugli orizzonti della regione, in realtà occultavano strategie pubbliche che, col passare del tempo hanno rivelato la loro vera natura: una politica che, nel mentre consegnava l’economia regionale e i destini dei lucani, agli interessi dell’industria sovra-nazionale del petrolio e dell’auto, tradiva le promesse fatte e ne faceva pagare il costo a tutta la popolazione civile. Nessuno intende mettere in dubbio o può qui negare che la FIAT abbia rappresentato per quasi un trentennio, dal 1991 al 2020 circa, più di diecimila posti di lavoro. Oggi però, negli anni 2024-2025 in cui la nostra memoria torna a quei fatti, non possiamo non prendere atto, con intima tristezza, che quel sogno acceso nel 1994 con l’avvio della produzione in SATA, è attualmente evaporato come nebbia al sole, nella cruda realtà dei capannoni vuoti ed abbandonati e alla dolorosa condizione delle casse integrazioni, in perenne stato singhiozzante. Ed è legittimo chiederci se era o no negli interessi dei lavoratori come dell’intera nazione italiana che questa storia della FIAT a Melfi fosse finita in maniera meno ignominiosa e meno dannosa di come si è chiusa? Dall’altro fronte industriale, l’ENI in Val d’Agri aveva rappresentato un secondo sogno luminoso per la nostra terra, ma, fin da subito, cominciarono a manifestarsi i pericoli e le diseconomie, che nessuno, che abbia in sé radicati principi di etica e di legalità, può più accettare, come è stato fatto per più di un trentennio. Già nella seconda metà degli Anni Novanta, prefigurando quei rischi, i Comuni della Val d’Agri, organizzati nell’ANCI Basilicata, ebbero sentore che la partita si giocava tra gli interessi dell’ENI e dello Stato centrale e quelli della politica regionale e che il tutto si decideva sopra le teste dei cittadini di quell’area e di tutti i lucani. E, temendo i danni che poi si sono verificati, quei Comuni presentarono, in attuazione dello Statuto regionale, una proposta di legge di iniziativa comunale, che i politici regionali provvidero ben presto a fermare. Tornando quindi al contesto storico dei primi anni Duemila, dobbiamo riconoscere che tante erano le attese dei tempi nuovi in arrivo e che parevano ben giustificate. Ma poi, lo scorrere del tempo si è incaricato di dimostrare che in Basilicata non solo non era riscontrabile lo sviluppo sociale ed economico tanto atteso, ma che, al contrario, si poteva notare tutta una serie di segnali che indicavano un progressivo peggioramento dello stato generale nell’economia e nella società regionale. E le radici di tutti i frutti avvelenati, che di mano in mano si andavano raccogliendo durante tutto il primo decennio del Duemila, erano chiaramente individuabili nelle scelte politiche programmatiche che erano state prese negli Anni Novanta. La prima e più rilevante evidenza che appariva sempre più chiaramente negli Anni Duemila era che la nostra regione era stata offerta – in verità dovremmo dire: era stata svenduta – agli interessi della grande industria petrolifera ed automobilistica. Da una parte, l’industria automobilistica nella quale i rapporti interni sono stati sempre più connotati dalla politica del contenimento salariale né si è mai favorito tra i dipendenti il rafforzamento della cultura dell’appartenenza o, con i sindacati, la consapevolezza nella corresponsabilità e nella cogestione. Dall’altra parte, l’industria petrolifera prima con il “Centro Oli di Villa d’Agri’, che, se di per sé non ha mai apportato una considerevole crescita dei posti di lavoro, avrebbe dovuto avere la massima cura nel non distruggere il lavoro locale con l’inquinamento del suolo e del sottosuolo, come colpevolmente è avvenuto in Basilicata. Successivamente, con l’arrivo nel 2020 della Total con il suo “Centro Oli Tempa Rossa’, in agro dei Comuni di Corleto Perticara e Gorgoglione, l’industria petrolifera ha dimostrato il suo vero volto: la dimensione sovranazionale degli interessi sulla risorse del sottosuolo lucano; interessi che mirano ad occupare il 70% del territorio regionale. A tal riguardo, non vanno sottaciute le conclusioni del processo di primo grado della magistratura potentina, meglio noto come il “ Petrolgate “ lucano con la condanna di ENI per traffico e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi da attività estrattive. I fatti risalgono agli anni 2013 e 2014 quando ci fu uno sversamento di greggio per una quantità di 400 tonnellate per stessa ammissione dell’ENI. Falde acquifere contaminate, aria irrespirabile, migliaia e migliaia di tumori (3250) e malattie respiratorie riscontrate nella sola area della Val d’Agri. Il documentario interattivo “L’inganno” dell’Associazione ReCommon si chiede e ci chiediamo pure noi, cittadini lucani senza padroni…i costi sono davvero giustificati dai benefici o assistiamo al declino di una stagione di economia petrolifera che ha prodotto meno lavoro, più disastri ambientali, più tumori e più spopolamento. Svanito il sogno delle meraviglie paradisiache della stagione petrolifera, lo sviluppo della Val d’Agri resta una mera chimera. Gli ultimi dati sono disarmanti. Interi nuclei familiari hanno ripreso la valigia o il trolley e fuggono al Nord. Le royalty indirizzate all’innovazione e ai veri investimenti produttivi finalizzati all’occupazione giovanile languono da tempo, al contrario, tanti milioni di euro vengono spesi e sprecati in “tabernacoli” nel deserto, in sagre e spot inutili e ridicoli con l’idea di attirare turisti ulteriori in Basilicata. Turismo che non procede e non fa più progressi da qualche stagione…
Armando Tita,Sociologo e Saggista
Luigi Magno, già Professore di Scienze Umane – Già Responsabile Ufficio F. P. di Melfi