IL “GRAN CAFFE'”, STARGATE DI UNA CITTA’, NON DEVE MORIRE!!!!

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lucio-tufanoLUCIO TUFANO

Avviluppati dal bagliore di fluida nebbia del vortice misterioso che in modo istantaneo ci proietta in altre epoche ed in altre realtà, ci si ritrova nella città del passato, la città antiquaria, quella città che non avemmo il privilegio di abitare negli anni a noi precedenti, vicende che non potemmo percorrere.
Quella rete longitudinale quasi labirintica di vicoli aperti o ciechi, quelli del ‘900, che avevano nomi antichi come Innamorata, Della Corte, Argenzio, Mosca, e quelle stradine “appese”, strette, non basolate e disagevoli, i larghetti Isabelli e Barbelli, quelle scale infinite, quei sottani affogati dall’acqua durante le piogge ed abitati da persone, bambini ed animali, quei palazzi borghesi o nobiliari, quei nomi altisonanti come Duca della Verdura, Addone, Branca, Grippo, Ginistrelli, Tufanisco, Ciccotti, Biscotti, Pica, Scafarelli … Quelle case basse con le finestrucce di basilico ed i balconcini, quegli antri oscuri, appena rischiarati dai bagliori della forgia, dalle incudini sonanti su cui si accanivano il maglio e i martelli, quelle “cuntagnuole” e quelle scarpate, quei valloni e quelle contrade così vicine e così familiari, quell’aria che spirava dalle porte di San Giovanni e San Gerardo, da Montereale e da San Luca, prima della città-cemento, quando ancora pulsava la città-campagna, queanisettalle sere chiassose, quei radi lampioni di luce fioca, quelle famiglie raccolte, è quindi questa la lente improvvisa, la lente-memoria che serve ad ingrandire e ad osservare più da vicino la remota città dei burocrati con cappotto, guanti e ghette, degli impiegati miserevoli e frettolosi, dei contadini impacciati e attoniti, cui sarebbe stato tanto gradito il calore dei termosifoni che qualche volta riuscivano ad intravedere negli uffici, dove si intimava a tutti di non sputare a terra e di non bestemmiare.
Le insegne di commercio erano già riconoscimento e testimonianza di antenati e di padri, di ditte esercenti negli anni. Botteghe e retrobotteghe, odori di chiuso e di percalli, di naftaline e di cuoiami, di penombre tra stigli e scaffali, di titolari con papalina e sigaro, con pipa, commercianti dalla faccia turchesca ed ironica, di quadri appesi alle pareti e che raffiguravano il prete ghiottone e i monaci che lo assistono, nature morte e odalische, fiori, marine e macchie ottocento. Botteghe offese dal tempo, like a tale that is told … come quelle di Charles Dickens.
Ci si trova improvvisamente immersi in quei meandri di vicoli e spazi, battuti dal vento e dal nevischio, di porte a spranghe logorate dalle intemperie, di muli che rientrano, di animali che hanno dimora nei sottani, di grondaie grondanti acqua e gelo che si blocca nelle stalattiti, lungo i muri irregolari che contrassegnano i brevi tragitti tra scale e tombini, dentro il rione antico e sboccano nelle “cuntane” più grandi. Il sibilare del vento che batte le mura della vecchia città, fuori dall’angusto centro storico, le torri dalle minute finestre e spazza di “pulvino” le strade, la semidiruta e solitaria torre dell’abbattuto castello oppone ancora un’illusoria resistenza, e nell’imperversante bufera delle lunghe invernate si librano gli stormi dei campanili di San Francesco e di San Michele, del Duomo, e della Trinità, situata nel mezzo delle abitazioni e delle case, punti strategici della città credente.
I cinema, Sala Roma con “Passione Slava” della Mondial Film, con l’”Onore”, interprete la Mia May, e il “Moderno” con “Sinabar” e il “Ponte dei Sospiri”, sono lo svago di molti potentini. In Via Pretoria, il grande “salone Riviezzi” dispone dei più moderni e lussuosi mezzi di toilette “shampoins e asciugatore elettrico”, ricco assortimento dei più rinomati profumi e vellutine estere e nazionali, marche Coty, Sacyes, Valli e Bertelli. Gli anni venti annoverano nel loro inizio i magazzini di Michele Marino in Piazza Sedile, dal 1916 già concessionario esclusivo delle calzature americane A. W. Tedcastle & C., di Boston Massachusetts, Usa, la grande officina per automobili, Procaccio, riparazioni, motori, chassis, carrozzeria, montaggio gomme, benzina Oleoblitz, a Porta Salza. Il banco di Roma tra piazza Sedile e via Pretoria, e la Compagnia Meridionale di Assicurazioni in via Pretoria al n. 227, con gli agenti generali Ferrara e Di Bello, fanno una buona pubblicità tramite un periodico “tragico purgativo” già espressione del sarcasmo fascista.
unnamedMillenovecentoquaranta, un anno innocente, quasi inconsapevole dei terribili eventi che si addensano sull’immediato domani, via Pretoria è lì a misurare i passi delle generazioni. quel corridoio lungo e sinuoso, quasi il “cordone ombelicale” che da est ad ovest divide longitudinalmente la città. Via delle confidenze, delle effusioni, degli incontri e del pettegolezzo, dell’amicizia vera o finta, dell’invidia e del rancore, degli affari e degli acquisti, con i vicoli che la intersecano a spina di pesce e che ancora ricordano l’antico universo contadino e popolare della città, la via che sfocia nella vasta piazza del prefetto, dove i caffè fanno da rifugio ai passanti e da postazione per chi vuole osservare meglio, per chi si ostina a vivere in un cordone-sipario per un monotono, continuo confronto di maschere e di posizioni.
I caffè e gli operatori del settore sono nella storia della città, da quello di piazza Sedile, di Don Peppino Dragone, che diffondeva intorno il caratteristico aroma della tostatura, con Peppino Barra, allora aiutante banconista di appena dodici anni e successivamente con Vito Pace, a quello di Alfredo De Carlo, che nel dopoguerra si era dotato dell’orchestrina per le musiche e le canzoni dell’epoca, ai pasticcieri più noti che nel corso degli anni si sono fatti notare. Difatti Luigi Balsamo, Palermino, Ferdinando Paciello, Donato Merlino, Pino Lovallo, Gianuario Mazzeo, Aniello Gallucci hanno operato tra il “Pergola” ed il “Dragone”.
Altri operatori sono i banconisti, da Rocco Garramone a Michele Acquasale, a Peppino Aquino (detto Petrusino), ad Adriano De Feo; da Michele e Vittorio Scuetta a Rocco Bonelli, a Vittorio Losappio, a Pantanella Gaetano ed a Bancanterra Tonino ed a Tanino Doti … i due fratetufano-2lli Vittorio e Michele Arleo, che dal 1957 al 1970, pare abbiano lavorato al Caffè Dragone ed al Gran Caffè.
Ci sovviene di altri caffè disseminati nella vecchia città, oggi centro storico; quello di Pio Pecoriello, in via Pretoria con il suo pasticciere provetto Gianni Calabrese, quello di Carmine Coronato a San Michele (dietro ed a lato della chiesa), Paolo Larocca, prima in via Pretoria e poi a Santa Maria, del grande Zirpoli, noto per la squisita pasticceria e di Pascalotto, per i bigliardi nel retrobottega, il caffè di Casella, quello di don Peppe Giugliano, situato nella piazza Prefettura e da ingresso al Teatro Stabile.
È proprio nel ’40, appena sorto il palazzo “INA”, che sotto i portici di esso si inaugura il nuovo “Gran Caffè Italia”, con l’orchestrina che suona le musiche degli anni trenta ed accompagna la cantante settentrionale che lancia i suoi gorgheggi per il pubblico che si assiepa davanti al locale.
Il Prefetto fa la spola dalla Prefettura al Gran Caffè per ristorarsi o per sorbire i suoi vari espressi, mai solo, ma con un codazzo di funzionari e d’impiegati in camicia nera. La gente affluisce tra il banco e i tavolini per informarsi e discutere delle preoccupanti notizie riportate dai bollettini di guerra e di qualche esilarante impresa effettuata dalle truppe dell’asse. È un pullulare di divise fasciste e militari, di scatti e comandi, di incontri e saluti. Ai tavolini indugiano i commendatori e i borghesi, gli ufficiali e le signore. con l’avanzare della guerra si ricorrerà ai surrogati, al posto del caffè si servirà l’orzo o il karcadè.
È vero! Se esiste un punto panoramico per osservare e conoscere figure, personaggi e fatti della città, questo è da almeno un secolo ed anche più, il tavolino del caffè.
I caffè, eredi dell’antico foro e degli antichi simposi, possono benissimo simboleggiare una civiltà della cordialità, sin dai gracaffe001grandi “conversatori” del secolo XVIII i dottor Johnson e Swift, e sono la base dell’umanesimo occidentale ed europeo. È per questo che occorrono spiriti congeniali, per statura e saggezza alla guisa dei grandi interlocutori antichi e nuovi, incontrati nelle pagine dei libri e nelle cose concrete di uomini di oggi, per capire che cosa ha rappresentato un caffè.
Prefetti accompagnati dai viceprefetti, intendenti di finanze, e provveditori agli studi, direttori della Banca di Lucania e del Banco di Roma, gerarchi e professori, tavolini attorno ai quali non si è salvato nessuno, dove si è tentato di edificare il sogno proprio e degli interlocutori, si è parlato di donne e di amori impossibili o negati, si sono ripetute le anagrafi del desiderio e il nome delle signore più belle, dei personaggi anfibi e furbi della politica, dove si sono serviti, da parte di camerieri ossequiosi e attillati di giacche bianche e papillon, i prodotti della Perugina e della Talmone, delle case Braga e Ranzanigi, liquori e sciroppi di Brescia, la Grappa Julia e quella “mille miglia”, il Campari ed il Bitter, il Martini Bianco e il Vermouth Càrpano del 1786, in tutti i tempi, anche in quelli della “pausa che ristora”, della Coca-Cola che disseta in ogni stagione, della birra Metzger e, dal 1894, del classico caffè Lavazza e dei panettoni di Pinerolo Galup, o di Milano, Motta e Alemagna. Per questi prodotti si è spesa tutta la dimestichezza e la professionalità d’importanti agenti di commercio che hanno fatto allestire le vetrine della città di prodotti stock, Buton, Baratti e Nestlé, del Carpenè Malvolti, di caraffe e cassette natalizie, di confetture e cioccolatini, di fiabesche visioni fatte scendere dal settentrione.
Meno antico del Caffè Pergola, il Gran Caffè d’Italia, di proprietà della vedova Laurita, era in attività già nel gennaio del 1923 (ci risulta fin dal 1915), alla Via Pretoria e ai numeri 109-113: “Caffè d’Italia, il miglior ritrovo” – scriveva la pubblicità dell’epoca – confetture, cioccolata, liquori esteri e nazionali, vini e champagne. È in questo caffè che hanno sostato tutti: gli alti e i bassi, i panciotti e i cappelli, i “Borsalino” e i “Panizza”, gli spolverini frettolosi degli avvocati golosi, divoratori di babà e di pasticciotti alla crema; è qui che hanno sorbito distrattamente e forse anche frettolosamente il caffè tra una supplica e un suggerimento, circondati da clienti, con codazzo di amici o di gregari, tra accompagnatori solerti e seguaci trepidanti, gli uomini politici dalle trafelate campagne elettorali, concitati e sbrigativi, disponibili e pazienti, assediati da nugoli di attese sottoproletarie e militanti. Hanno sostato tra battute e motti di spirito, spendendo un ultimo concetto, residuo del loro comizio, quelli venuti da Roma ad arringare la pigrizia dei potentini, a catturare il loro consenso, a vincere una inerte diffidenza, ed i locali, gli apostoli ed i leaders, Vincenzo Torrio, Aldo Enzo Pignatari, Claudio Merenda, Michele Marotta, Pietro Valenza, Emilio Colombo, Tommaso Morlino, senatori e deputati e moltissimi altri, Palmiro Togliatti che nel 1944, dopo un discorso al teatro Stabile entra, seguito dai suoi e dalla folla, tufano-3nel Gran Caffè, ed Almirante, De Martino, Pietro Nenni, Romita, Saragat …
Vi si recano tutti, dopo la fatica di un comizio, i sudati oratori, o gli infreddoliti parlamentari, ansiosi di riscuotere esiti soddisfacenti, dopo aver tenuto la piazza nella morsa di una veemente oratoria, i segretari nazionali e i candidati. I grandi elettori ed i gregari hanno gareggiato nell’offrire aperitivi e caffè. Quel gran caffè dalla lunghissima storia. E le gestioni? da quella di De Luca del 1939-40, a quella di De Rocco e Giambrocono del 1962, a quella attuale. Il personale che si è succeduto, da Gennaro Califano a Rocchino Valente, a Vito Stolfi, a Ciancio Matteo, a Nicola Sileo, a Pasquale Rasola, a Franco Garritiello, a Ronzano Antonio, a Urbano Raffaele, a Nino Lettieri, Abenante, ed altri, fino ai bravi pasticcieri Battista e Rocco, ha costituito una teoria di valorosi operatori. Ha rappresentato un punto importante nel centro storico, nell’angusta topografia della città, un locale dove politica, cultura, affari e notizie hanno lievitato innanzi al banco tra una tazza e l’altra. Vi si sono trattenuti personaggi autentici di una città metafisica, portatori di epoche e di climi, di sarcasmo e di battute, di humor e di mestizia, indelebili ritratti nell’eccentrico passepartout della microstoria. Personaggi in abito scuro con grandi cappelli a falde larghe, avvocati famosi, ingegneri e costruttori, avventori di epoche dove la vita della città già scorreva tra ordinazioni e sbuffi della macchina- espresso.
Caffè simbolo di una civiltà di provincia, affabilità nel saluto, dell’incontro cordiale, tappa necessaria, punto fermo della memoria urbana, come la libreria Marchesiello ed il Caffè Pergola … il Brucoli Eugenio, il Brucoli Enrico, il Viggiani, il Dragone, caffè tostato, il Giugliano, caffè del Teatro, il Casella, lo Zirpoli, da Pascalotto e da Balzano, da Rocco Buenn e Paolo Larocca, affollati da personaggi inestinguibili che hanno argomentato perfino la noia, sindaci ed assessori, geometri ed agrimensori, padroni e fittavoli, archivisti ed uscieri, inesauribile galleria di ritratti che ancora fornisce a noi delle generazioni successive la giusta dimensione intellettuale ed umana. E vennero i tedeschi e poi gli americani che gettarono mozziconi lunghi quasi quanto una sigaretta intera, consumatori di tabacco profumato e di whisky.
Ma in questi quattordici anni del nuovo millennio, al lento ed ineluttabile trapasso del secolo, già in coma da tempo, il gran caffè era sorto a monotona vita e la città appariva ancora non riscattata di tutta quella luce che ebbe. Ora la piazza è illuminata dai pali dell’ultimo sindaco democristiano. Il locale aveva il suo repertorio di dolci, torte e liquori, ancora al ritmo delle macchine-espresso che, più degli orologi, segnano il tempo breve e non danno tregua al lento vortice del giorno.
Il Gran Caffè non era più quello degli anni ruggenti, non vi è stata musica, non ci sono stati cantanti che richiamassero il pubblico, non ci sono più i Buoncristiano, i Rocco Tulipano e lo Sparviero con i loro strumenti ad allietare i clienti più assidui.
Il Gran Caffè è stato il locale più disponibile per gli incontri, per i giovani che organizzavano la protesta, per i professionisti che avevano modo di conversare e salutarsi, per gli anziani che amano, con profonda nostalgia, il bel tempo antico e la vecchia città.
Il Gran Caffè è una testimonianza come struttura, una promessa perché si adoperi a fare di più per una città “capitale” della Basilicata. Il Gran Caffè non deve morire.
Da qualche giorno il Gran Caffè è chiuso con le grate, rendendo la piazza con i suoi tristi pali ancora più tetra, tassello di un centro storico desolato e svuotato di tutta la gente che prima vi abitava, nei vicoli, e che riempiva la città di vita sociale e d’incontri. Che non sia questo un ennesimo segno di una città diventata necropoli proprio dentro i ventricoli del suo vecchio cuore?
 
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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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