PER UN GRATTINO IN PIU’

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Dino De Angelis

DINO DE ANGELIS

 

Di cosa è fatta una città? Prima di tutto da individui che costruiscono case che formano strade, che formano piazze, che formano quartieri, per finire a quell’insieme complesso e articolato che chiamiamo città. Poi costruire regole per disciplinare la vita di coloro che partecipano a quel contesto sociale. Se vivi da solo in una campagna sperduta non hai bisogno di regole. Ma se vivi dentro spazi delimitati da condividere, allora hai bisogno di creare quelle regole. Non sto parlando delle leggi, ma proprio di quell’insieme di regole che consentono potersi avvantaggiare di una serie di agevolazioni per far sì che la vita dentro quegli spazi sia migliore e che vanno sotto il nome di servizi. Tra questi,  ve ne sono alcuni che necessitano di uno studio particolareggiato, di mezzi e strumenti rigorosi di analisi, di specialisti in grado di sintetizzare ed applicare quelle analisi e tirare fuori un progetto che sia realmente funzionale e adatto alle esigenze degli abitanti di quella città, come ad esempio il servizio di trasporto pubblico, o la raccolta differenziata.

Ma accanto a questi servizi, che definiremo complessi, ve ne sono altri, più semplici, che si possono ottenere senza ricorrere a complessi studi ma ad una qualità che dovrebbe albergare nel cuore di tutti i cittadini, in special modo di quei cittadini che, essendosi candidati a ricoprire dei ruoli decisionali, dovrebbero possedere più degli altri: la capacità di cercare di migliorare la vita dei cittadini che hanno scelto di trascorrerla loro vita in quella città.

E allora se il servizio di trasporto pubblico non funziona da anni, la cosa si può imputare alla incapacità di riuscire a comprendere fino in fondo come interpretare una serie di dati e di esigenze anche piuttosto multiformi. Non è giustificato, ma è comprensibile. Abbiamo gente non in grado di progettare un piano obiettivamente complesso. Ma se non riusciamo a ottimizzare la sosta delle automobili, in particolare nella zona centrale della città, allora qualche problema di ragionevolezza inizia ad intravedersi. Il problema della sosta delle auto nel centro storico, del tutto ignorato per due anni, è stato improvvisamente affrontato e risolto in un modo irruento che da qualche giorno impone ai non residenti il pagamento di euro 1,50 dalle 7 di mattina alle 22 di sera, e ai residenti 180 euro all’anno per una tassa alla quale non corrisponde la certezza del servizio.  Le riflessioni a questo punto sono le seguenti. Punto primo: la città offre degli spazi e quegli spazi vanno pagati. Però quegli spazi sono pochi – e chi si è proposto al governo della città doveva saperlo anche prima che i parcheggi disponibili non erano sufficienti neppure per i soli residenti -. E allora ecco che un problema apparentemente semplice (come regolare gli spazi comuni di parcheggio) diventa un problema complesso: come fare a garantire le esigenze delle tre categorie di cittadini interessati all’occupazione di quegli spazi (residenti , esercenti commerciali, e visitatori)? Non ci sono molte soluzioni. Le esigenze delle tre categorie confliggono fortemente, e la cosa più semplice da fare (il recupero di nuovi spazi di parcheggio) non è mai stata seriamente presa in considerazione da questa come dalla precedente amministrazione. Eppure con una spesa minima si potevano individuare almeno due aree sotterranee (la parte sottostante di piazza Prefettura e l’area sottostante la torre Guevara, un tempo usata dalle ambulanze per portare i malati all’ospedale che, per l’appunto, era ubicato in quella parte della città). Visto che non si è ritenuto utile perseguire questa soluzione, c’era un’altra cosa da fare prima di procedere alla imposizione di tariffe secche punto e basta. C’era da convocare intorno ad un tavolo le parti sociali (rappresentanti dei residenti, delle confederazioni di categoria e le associazioni di cittadini) e definire un piano condiviso, preceduto da questa considerazione: “Cari signori, gli spazi attualmente a disposizione non bastano per tutti, vogliamo sforzarci di individuare delle soluzioni che consentano a tutti di trovare una sistemazione il meno problematica possibile?”. Naturalmente il problema c’era prima e ci sarebbe stato anche dopo, ma proprio perché la situazione è complicata, ecco la necessità di adottare soluzioni condivise e partecipate. Un modo per applicare quelle famose regole che, se sono viste non come un’imposizione ma come un problema che riguarda tutti, sarebbe stato probabilmente meglio digerito e forse le soluzioni individuate avrebbero fatto meno “cassa”, ma avrebbero comportato qualche maledizione in meno.

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