LE GRUCCE DI GRILLO E I CITTADINI ESCLUSI

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Beppe Grillo saluta folla e giornalisti mettendo una gruccia fuori della finestra dell’albergo in cui risiede, a simboleggiare la vittoria forse più importante del Movimento 5 Stelle in questa tornata elettorale: quella di Appendino a Torino. Torino guidata nemmeno poi così male da un esterrefatto Fassino, capace di dare alla città una parvenza di gestione ragionata della cosa pubblica e lontana dalle schizofrenia a cui ci hanno abituati altri sindaci dello stivale. Che l’aria fosse brutta lo stesso Fassino lo aveva presagito fin dall’inizio della sua campagna elettorale, non uscendo sui manifesti con il simbolo di partito: probabilmente sapeva bene che quelle due lettere in salsa tricolore non vivono un momento particolarmente felice a livello di percezione pubblica. E infatti, al ballottaggio i cittadini lo hanno appeso alla gruccia di Grillo (e non di poco, viste le percentuali al termine dei ballottaggi: 55% contro il 45%, circa 33 mila preferenze in più). La domanda è: come mai a Torino si sceglie di cambiare nonostante un’amministrazione tutto sommato non disastrosa?

C’è una questione che a mio modestissimo avviso va detta per spiegare parzialmente il voto di Torino ancor più di quello di Roma e Napoli: i cittadini vogliono con fermezza e caparbietà ritornare ad essere considerati al centro delle scelte dei pubblici decisori. Basta opere pubbliche non desiderate, basta sprechi, basta stipendi faraonici a chi lavora pochi anni e si trova un vitalizio che pagano tutti gli altri, basta gigantesche amnesie che vanno dalla buca per strada fino alle magniloquenti e spesso spropositate opere pubbliche di cui l’Italia è ricca.

È azzardato provare a contestualizzare l’esperienza di Torino alla nostra piccola realtà? Sì, ma proviamoci lo stesso, perdiana! Se è vero che i cittadini cominciano a prendere coscienza del loro ruolo all’interno delle collettività e iniziano a respingere qualunque politica che non sia trasparente, ecco che, con decorrenza immediata, da queste parti appare necessario ricorrere ad una serie di misure che hanno in comune una sola parola: coinvolgimento.

Basta dirigenti burocrati. Che siano anch’essi vincolati ad una produttività misurabile che prevede il raggiungimento di determinati obiettivi prefissati dal vertice dell’amministrazione, non più semplici passacarte che sindacano se le richieste che arrivano possono andare bene oppure no.

Basta con l’ ignorare le realtà locali. Istituire immediatamente un presidio (ancora meglio se vi fosse una vera e propria delega) alla partecipazione. Basta con amministratori privi di idee e che conoscono poco o nulla la realtà nella quale operano. Che non stiano rintanati all’interno delle sale comunali dove finiscono col parlare dei soliti problemi con le stesse persone che parlano nello stesso modo: inizino a prendere i mezzi pubblici, a fare dei tour nei comitati di quartiere parlando con i relativi rappresentanti raccogliendo spunti e proposte per il prossimo agire amministrativo. Che vengano istituiti comitati nei quartieri laddove non esistono e che si facciano all’insegna della migliore rappresentatività territoriale (e non perché i nominativi dei papabili sono appartenenti ad una filiera che risponde a qualcuno di loro).  Si dia finalmente pieno vigore ad una serie di servizi che mettano in diretto contatto il palazzo con la pancia della città, con le sue esigenze più immediate, con i suoi comitati e anche con i suoi comitatini, che si cominci ad ascoltare e valorizzare il ruolo delle associazioni non solamente quando si devono organizzare i grandi eventi. E si inizi ad usare la tecnologia senza più pensare al solito adagio che gli anziani non la conoscono: ormai più o meno tutti – sì anche quelli più avanti con l’età – ci stanno familiarizzando. Non ha più senso oggi tenere un URP  che non risolve nulla, se non un centro di ascolto asfittico e senza risposte concrete. Si istituisca un sito internet del Comune dove tutti i cittadini possono effettuare segnalazioni su disservizi e irregolarità, alle quali si deve porre rimedio  con tempismo e celerità. Ecco cosa vuol dire una politica che risolve i problemi attraverso la strategia del coinvolgimento e della partecipazione. Ecco come si esce fuori dalle incognite diventate imprevedibili dell’elettorato, oggi più esigente di un tempo. Ed ecco  come si passa dall’essere città della burocrazia a città della partecipazione e delle soluzioni ai problemi. E basta con le solite menate: non ci sono soldi, il dissesto, la regione, che fa Pittella, che fa Speranza ,il bilancio, la storia, la geografia, quelli di prima e quelli di dopo. Fate, perdiana! Coraggio.

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