GUARITI E FALLITI: LA CRISI CHE VERRA’

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Marco Di Geronimo

L’Italia è stato il primo Paese europeo a subire l’impatto del coronavirus e finora è quello che ha reagito con maggior prontezza. Ma potrebbe non bastare, perché una grave crisi economica si profila all’orizzonte e la solidarietà europea tarda ad arrivare.

Mentre in Francia si organizzavano grandi manifestazioni di piazza con le facce pittate di blu (al grido di Pufferemo il Covid-19) e in Germania il conto dei morti tarda a essere allineato agli standard internazionali, in Italia una serie di decreti hanno paralizzato gli spostamenti. Sessanta milioni di persone sono state messe in isolamento fiduciario e si spera che, così, il contagio rallenti.

La Cina aveva isolato l’area di Wuhan, che per popolazione è assai vicina alla penisola del Belpaese. Ma accanto a Wuhan esiste tutto il resto del colosso cinese. Che continua a produrre e continua a sostenere l’economia nazionale. Noi italiani non possiamo vantare un simile vantaggio: non soltanto è tutto lo Stato ad aver scalato di marcia, ma i nostri cosiddetti fratelli europei si rifiutano addirittura di inoltrarci le mascherine.

Le borse (non solo europee) sono in picchiata da giorni. È vero, da tempi mostravano segni di nervosismo: da un momento all’altro si aspettavano la nuova recessione. (D’altronde, non avendo mai curato la vecchia, l’Occidente non poteva aspettarsi di librarsi in cielo verso la prosperità eterna). Ma le misure sanitarie comportano inevitabilmente un rallentamento dell’economia. È per questo che molti altri Paesi stentano a prenderne atto e preferiscono continuare ad andare avanti, complice un contagio assai inferiore nelle loro frontiere. Ma quando il virus si spargerà nel resto d’Europa (e lo farà) e gli altri Stati saranno costretti a chiudere i battenti, il colpo all’economia occidentale sarà molto forte.

La ragione per cui sono state prese misure tanto drastiche è piuttosto semplice. Benché i livelli di mortalità siano piuttosto bassi, il virus è contagioso e circa il 20% dei contagiati ha bisogno di assistenza ospedaliera. Quindi, anche se i morti si aggirano attorno al 2% dei contagiati, il numero di pazienti che ha bisogno di ospedalizzazione è elevatissimo. Nessun Paese al mondo – confermava Conte nel discorso alla Nazionesarebbe capace di ricoverare un cittadino su cinque. Per dare qualche numero, se fossimo tutti contagiati, dodici milioni di italiani dovrebbero restare al Pronto Soccorso.

Il contagio va arginato nel modo migliore possibile ed è in questa direzione che il Governo ha spinto fin dall’inizio. Un plauso va al Ministro della Salute, Roberto Speranza, che fin da subito ha attivato la task force coronavirus e ha lavorato nell’ombra, sottraendosi ai riflettori dei social network, per arginare la crisi. Ma adesso viene il difficile.

Mentre Downing Street si avvia a una gestione allegra dell’epidemia (all’insegna del niente panico mentre perfino un membro del Governo s’è trovato positivo al tampone), la Banca d’Inghilterra ha già tagliato il tasso d’interesse allo 0,25%, il più basso della Storia inglese. È evidente l’intenzione di arginare, con tutti i mezzi possibili, l’impatto economico dell’epidemia.

L’Unione europea invece appare sempre più debole e scoordinata di fronte al secondo grande botto economico dalla sua fondazione. Mentre i Paesi membri si rifiutano perfino di organizzare una collaborazione seria sulla distribuzione delle mascherine e del materiale sanitario (l’Italia gli unici aiuti rilevanti li ha ricevuti dalla Cina…), Bruxelles preferisce discutere prima del MES che del coronavirus. Dipende forse dallo stato, sempre più traballante, di Deutsche Bank? Comunque sia, di rivedere i vincoli europei (che ricordiamo essere del tutto arbitrari) manco a parlarne.

Stavolta anche gli industriali italiani sembrano intenzionati a premere contro i limiti di Bruxelles. Il direttore del Sole 24 ORE sostiene esplicitamente che se l’Europa non batterà un colpo, per l’Italia sarà meglio «andar per conto suo». L’assenza di una politica monetaria autonoma e il rischio costante di bacchettate eurounitarie sugli sforamenti del deficit non sono i migliori strumenti per affrontare il prossimo shock. Se l’UE reagirà a questa crisi e saprà trasformarsi in quell’unione di trasferimenti che la Germania aborrisce, allora, forse, potrà sopravvivere. Ne è consapevole anche parte dell’establishment teutonico, che per bocca del consigliere economico del Governo berlinese addirittura spende parole assai dolci per l’Italia e per le sue politiche economiche.

Non dobbiamo perdere di vista due aspetti, fondamentali per capire la crisi che si sta preparando. Se gli industriali si scoprono sovranisti da un momento all’altro, la spiegazione sta nel fatto che non ci sarà più una domanda estera a sostenere le nostre esportazioni. Nel 2011 erano tutti montiani e fautori dell’austerity: svalutando il lavoro e comprimendo la domanda interna, si poteva (e si riuscì a) invertire la bilancia dei pagamenti con l’estero e sostenere l’impresa italiana. Adesso le invocazioni di investimenti pubblici si moltiplicano. Oggi come sempre siamo all’ennesima manifestazione del capitalismo straccione italiano, che adora fare profitti ma scarica il rischio d’impresa sulla collettività. È senz’altro vero che lo Stato dovrebbe proprio impedire la totale devastazione del tessuto industriale; ma proprio per questo, dopo la crisi, non dovrebbe abbandonare politiche socialdemocratiche e redistributive. In parole semplici: chi ha di più paghi di più, le grandi imprese mettano mano al portafoglio e la smettano di acuire le sofferenze economiche di chi lavora.

E questo è il secondo aspetto da tener presente. L’enorme rischio d’impresa che si sta realizzando in queste settimane sta per essere scaricato su centinaia di migliaia di lavoratori. Da più parti si sprecano le richieste dei sedicenti intellettuali a mettere in ferie tutto il Paese. Tutti i lavoratori italiani, per colpa di un virus di cui non esiste cura, dovrebbero esaurire in questi giorni le ferie di un anno intero. Altri vengono licenziati, altri messi in congedo. Per tacere di chi è lavoratore autonomo, partita IVA o pure lavoratore in nero (spesso per necessità) e si è trovato senza stipendio. Se avessimo a disposizione tutti gli strumenti di politica economica, il Governo dovrebbe imitare l’Islanda e sostenere i lavoratori in quarantena con un sussidio. Ma non siamo l’Islanda: siamo nella fraterna Europa che ci nega perfino le mascherine e ci dà il permesso di sforare il deficit di qualche decimale a patto di starci attenti in futuro.

I nostri problemi sono appena cominciati e soltanto un Governo col cuore (e i voti) a sinistra può tirarci fuori da questo pantano. Speriamo che l’emergenza sanitaria si risolva in fretta, e che sapremo far pesare la nostra voce a Bruxelles. Altrimenti, sarà un anno molto difficile.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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