I MULINI AD ACQUA A SATRIANO: L’ULTIMO SAGGIO DI NICOLA PASCALE

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DI GIANFRANCO bLASI

L’idea originaria di realizzare una trilogia editoriale dedicata al suo paese si è compiuta. Nicola Pascale dopo “Il santuario di S. Maria del Faragnito e la presenza dell’Ordine giovannita in Pietrafesa nei secoli XIV-XVIII”, libro del 2018, che analizza i possessi dei cavalieri dell’Ordine di Malta esistenti nel territorio dell’antica Pietrafesa – una microarea della Basilicata interna che era sotto il governo della commenda giovannita di Buccino – collegati alla cappella-santuario di S. Maria del Faragnito e svela l’importanza che la gestione dei cavalieri ha avuto per il mantenimento non solo della chiesa ma anche per la manutenzione dei territori ad essa collegati. Peraltro, in appendice si pubblica integralmente la descrizione dei territori posseduti a Pietrafesa dai cavalieri melitensi nel periodo storico di cui il libro racconta.  Il secondo lavoro, “Confraternite e luoghi pii a Satriano in età moderna e contemporanea”, 2020, è un volume che ci conduce dentro le confraternite e le opere pie di Satriano, le quali, in un passato neanche troppo remoto, hanno svolto un ruolo sociale, di assistenza morale, religiosa e materiale. Vere e proprie reti di Welfare State. Lo studioso brettone Gabriel Le Bras, ne da una definizione particolarmente suggestiva, ma incisiva. Le chiama “famiglie artificiali, i cui membri sono (erano) uniti da una fraternità volontaria.” Pascale le indaga e scandaglia. Incrocia la storia del suo paese con quella più ampia delle confraternite.  La trilogia si completa oggi con l’ultimo lavoro dedicato a “I Mulini ad acqua a Satriano”. La vecchia Pietrafesa che accende il cuore dello studioso e la vena creativa dello scrittore Nicola Pascale. “Una sintesi fra memoria e luogo”, la riflessione – studio di Pascale, così la definisce il prof dell’Unibas, Sergio De Franchi, nella sua introduzione.

E’ vero. I Mulini a vento e ad acqua hanno rappresentato un punto straordinario di svolta dell’umanità.

Il nuovo libro sarà presentato proprio a Satriano, Lunedì 8 agosto dalle 18.30 all’esterno di Palazzo Loreti. Presente l’autore; il sindaco, Umberto Vita; il prof. Sergio De Franchi; l’assessore all’ambiente della Regione Basilicata, Cosimo Latronico; il presidente della Società Energetica Lucana, Luigi Modrone. Introdurrà e coordinerà, Gianfranco Blasi. Ma, procediamo per ordine.

La rivoluzione industriale consistette nella scoperta di fonti di energia inanimata quali il carbone, il petrolio o il gas metano. Prima ancora della rivoluzione industriale, però, l’uomo riuscì a infrangere le restrizioni imposte dalla disponibilità di sola energia animata (soprattutto animali) utilizzando quella eolica, attraverso i mulini a vento, e quella idraulica, mediante i mulini ad acqua.  I primi mulini a vento furono probabilmente costruiti nell’area mesopotamica, intorno al secondo millennio a.C. . Secondo antichi miti, infatti, il re babilonese Hammurabi fece irrigare la pianura compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate spostando l’acqua con l’ausilio di mulini a vento. Se si escludono i riferimenti mitologici, però, le prime testimonianze documentate del mulino a vento si hanno solo a partire dal I secolo, nell’area mediorientale. La tecnica costruttiva dei mulini si espanse successivamente in Egitto, in Cina e in seguito in Occidente. Questo strumento venne perfezionato e conobbe una fioritura senza precedenti proprio in Occidente, nell’anno Mille, diventando il simbolo del progresso tecnologico che caratterizzò quel periodo.

Già i Romani conoscevano il principio del mulino ad acqua; tra i primi documenti riguardanti i mulini ed il loro funzionamento rientrano quelli di Vitruvio, nel suo trattato De Architectura. Nonostante ciò, si ipotizza che i Romani non ne fecero largo uso a causa della grande disponibilità di schiavi, sfruttati come forma alternativa di energia. L’uso di questa tipologia di mulino si diffuse largamente in Europa soltanto nel corso del Medioevo. Nei secoli bui dell’Alto Medioevo, durante i quali l’Europa fu caratterizzata da una profonda arretratezza, il mulino venne utilizzato per macinare il frumento. A partire dall’XI secolo, quando il mondo europeo vide una fase di sviluppo, questo strumento fu impiegato anche in altre attività:

  • il funzionamento delle segherie, nel settore forestale;
  • per azionare i folloni e i telai, nell’industria tessile;
  • per la lavorazione dei metalli, per azionare macine, forge e martelli per forgiatura;
  • per azionare le pompe idrauliche;
  • per sfibrare gli stracci e la pasta di legno con l’utilizzo di mazze e martelli dotati di punte.

Secondo alcuni dati, il momento di maggiore espansione numerica degli impianti idraulici in Europa si verificò tra il XII e la fine del XIII secolo, in corrispondenza con un periodo di prosperità economica e soprattutto di forte incremento demografico. Come nei secoli altomedievali, anche in questo periodo i mulini appartenevano per la maggior parte agli enti ecclesiastici e ai vescovi, ora molto più spesso affiancati dai nascenti organismi comunali e dalle grandi famiglie dell’aristocrazia laica. Pascale nel suo volume indugia sia sulla allocazione dei Mulini di Satriano che sulle diverse proprietà susseguitesi. Una cosi massiccia espansione delle tecnologie idrauliche comportò un notevole sforzo di ingegneria civile per la costruzione di alcune strutture accessorie come dighe, gore di derivazione, bacini di riserva e canali di rifiuto. Raramente, infatti, le ruote erano mosse direttamente dalla corrente: in genere veniva invece scavata una derivazione che deviava l’acqua dal fiume in un canale, parallelo al corso d’acqua, che riforniva i bacini di riserva e serviva sia ad isolare le ruote dalle variazioni stagionali del livello dei fiumi, sia ad evitare di ostruire l’alveo con strutture ingombranti in caso di piena. Gli sbarramenti che consentivano il deflusso delle acque dal fiume alla gora potevano essere di vari tipi: si andava da semplici strutture costruite con materiali deperibili che richiedevano una continua manutenzione, a delle vere e proprie dighe in muratura a sbarramento totale dell’alveo del fiume. La presenza del fiume Melandro, il suo attraversamento orizzontale e semi circolare del territorio di Satriano determinò la presenza di molti mulini, cinque  ancora oggi tracciabili. Ma Pascale ha fatto di più. Si è documentato come fa un ricercatore.  Il suo uno studio che ha preso più secoli. Un’indagine né facile né semplice, per la scarsità delle fonti disponibili sul piano documentaristico ed archivistico, pubblico e privato. Ma l’autore è approdato ugualmente a risultati soddisfacenti. Dicevamo del Melandro, capace di alimentare cinque Mulini e irrigare circa 200 ettari di terreno nei Piani di santa Maria in un arco temporale di due secoli, XIX e XX. Utilissima all’autore è stata la consultazione della Carta Idrografica d’Italia del 1890. Essa contiene e riporta, fra l’altro, i dati precisi sul numero e sulle dislocazioni degli insediamenti idraulici di Satriano e dell’intera Basilicata.

Il ricercatore ha utilizzato materiale dell’archivio comunale e di quello provinciale oltre che materiale nazionale anche di consultazione legislativa come le grandi Indagini e le Relazioni, in particolare quella Gaudioso sulla Basilicata del 1735 – 1736. E poi, l’Inchiesta Murattiana del Regno di Napoli del 1811 – 1816 e l’Inchiesta Franchetti – Sonnino del 1874 – 1878.  L’analisi dei Mulini non poteva infatti prescindere da uno studio più ampio dei fenomeni sociali ed economici di ciascun periodo storico. Che cosa emerge tecnicamente, ingegneristicamente, infine, dal libro di Pascale. A suo giudizio i principali punti di forza del mulino erano i seguenti:

  • il risparmio di forza umana e animale, che poteva essere impiegata in altre attività;
  • l’utilizzo di risorse naturali illimitate, gratuite e poco soggette a scarsità;
  • l’efficienza: gli studiosi ritengono che un mulino di modeste dimensioni riusciva, in una giornata, a svolgere un lavoro per il quale sarebbero servite più di quaranta persone. La produttività di questo strumento, inoltre, incrementò ulteriormente quando iniziò ad essere utilizzato anche per altre attività all’infuori della molitura; alcuni mulini, infine, erano persino in grado di svolgere due o tre lavori contemporaneamente: un grandissimo risparmio di tempo, energia e costi!
  • l’utilizzo di una tecnologia relativamente semplice e già nota da epoche antiche.

Il mulino, tuttavia, come ogni strumento di innovazione tecnologica, presentava anche alcuni svantaggi:

  • il limite principale, che è anche il più evidente, era di carattere geografico: il mulino, a seconda del tipo di energia che sfruttava, doveva essere costruito o in una zona ventosa o lungo un fiume o corso d’acqua idoneo. Ciò rendeva il mulino adatto solo alle regioni che presentavano tali requisiti;
  • il mulino si basava su forze naturali che non dipendevano direttamente dall’uomo: nel caso del mulino ad acqua, perciò, le piene, le secche e le gelate dei fiumi potevano creare problemi, così come le condizioni atmosferiche avverse;
  • i costi di costruzione e di manutenzione erano piuttosto elevati. Poiché il mulino implicava un grande investimento di denaro, solo i signori ricchi e potenti (laici o ecclesiastici) potevano permetterselo. Conseguenza delle spese onerose fu anche l’obbligo di molitura, per il quale le comunità sottoposte venivano costrette a macinare il grano nel mulino del signore, il quale imponeva un pagamento per il suo utilizzo;
  • i problemi e le controversie legate agli impianti aggiuntivi, che venivano costruiti al fine di controllare l’approvvigionamento dell’acqua. Spesso, infatti, venivano realizzati sistemi di canali e strutture di sbarramento che non di rado provocavano scontri tra i proprietari: nel libro di Nicola Pascale si racconta e documenta di un vero e proprio scontro burocratico fra la comunità satrianese ed il vecchio feudatario di Atena Lucana, proprietario di un Mulino che aveva prodotto nella sua edificazione non pochi danni collaterali.

In conclusione, Nicola Pascale ha ragione nel sottolineare che i mulini hanno costituito una svolta fondamentale nella storia dell’uomo, e ancora oggi i principi su cui essi basavano il loro funzionamento sono sfruttati attraverso impianti più moderni, ovvero le centrali eoliche e le centrali idroelettriche, finalizzate alla produzione di un nuovo tipo di energia, più adatto alle esigenze della società odierna: l’elettricità. Come pure, Pascale conclude sapientemente, in questi tempi di siccità diffusa, sull’importanza assoluta dell’acqua. Ci chiede di saperla raccogliere e custodire con gelosa consapevolezza del suo immenso ed universale valore. L’acqua è davvero il bene comune per eccellenza. Rappresenta l’elemento essenziale della vita. Difenderne il significato e difendere la materia prima è compito dell’uomo di oggi non solo per sopravvivere ma anche per rendere omaggio alla storia e a quanto ogni uomo ha saputo fare per giungere al grado di sviluppo dei giorni nostri.

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Sull' Autore

Scrittore, Poeta, Giornalista

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