I Patti locali di collaborazione come strumento propulsivo dello sviluppo territoriale

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RICCARDO ACHILLI economista

 

Nel numero di luglio 2019 della rivista on-line Labsus viene illustrato un particolare strumento di sviluppo locale di tipo negoziale, i Patti locali di collaborazione per lo sviluppo, che potrebbe essere adattato anche a possibili percorsi di sviluppo partecipativo dei Comuni della Basilicata. Nel 2017, il Comune di Bologna ha approvato il primo Regolamento per la collaborazione tra amministrazione e cittadini per la gestione condivisa dei beni comuni urbani.

In tale Regolamento, vengono disciplinate forme di collaborazione tra i cittadini e l’amministrazione per la cura, la rigenerazione e la gestione condivisa dei beni comuni, dando in particolare attuazione agli articoli 118, comma 4, 114 comma 2 e 117 comma 6 della Costituzione, con progetti che possono essere di iniziativa dei cittadini o del Comune stesso.

I “beni comuni” sono definiti come  i beni, materiali e immateriali, pubblici e privati, che i cittadini e l’Amministrazione riconoscono essere funzionali al benessere della comunità e dei suoi membri, all’esercizio dei diritti fondamentali della persona ed all’interesse delle generazioni future.

Tali attività vengono regolamentate da specifici Patti fra cittadini ed Amministrazione, che si dota di uno specifico ufficio per la sottoscrizione, la gestione, il controllo, il monitoraggio e la valutazione di tale attività. Detti Patti possono riguardare attività di piccola entità e ripetitive, quali pulizia, imbiancatura, piccola manutenzione ordinaria, giardinaggio, allestimenti, decorazioni, attività di animazione territoriale, aggregazione sociale, comunicazione, attività culturali e formative, o attività più complesse, riguardanti spazi e beni comuni che hanno caratteristiche di valore storico, culturale o che, in aggiunta o in alternativa, hanno dimensioni e valore economico significativo, su cui i cittadini propongono di realizzare interventi di cura o rigenerazione che comportano attività complesse o innovative volte al recupero, alla trasformazione ed alla gestione continuata nel tempo per lo svolgimento di attività di interesse generale. Dette attività sono proposte da cittadini singoli o associati, oppure dall’Amministrazione stessa, che ne verifica comunque la fattibilità tecnico-economica, prima di stipulare il Patto.

Ad oggi, sono 185 i Comuni italiani, di tutte le dimensioni demografiche, che hanno sottoscritto tale Regolamento. Fra questi, vi sono anche Potenza e Satriano di Lucania per la Basilicata. In particolare, il capoluogo regionale prevede anche una serie di disposizioni finanziarie a supporto dei Patti (specifiche linee di bilancio per la quota di interventi a carico dell’Amministrazione, per la stipula di polizze assicurative per i cittadini impegnati nelle attività, esenzioni per specifici tributi, interventi di formazione).

Tali strumenti possono creare, oltre che un rafforzamento del capitale sociale per una maggiore autoidentificazione comunitaria dei cittadini coinvolti, anche effetti diretti di sviluppo locale, in termini di migliore qualità della vita associata al recupero di beni comuni in stato di degrado, di effetto-cantiere per i lavori relativi agli interventi di recupero (ad esempio in termini di acquisiti di materiali da fornitori locali, mentre è ovvio che non vi è alcuna remunerazione economica per i cittadini attivi coinvolti, che operano a titolo volontaristico), di restituzione di beni ad utilizzi economici, ad esempio di tipo turistico o culturale, ma anche di miglioramento del rapporto fra cittadini ed Amministrazione, che va a riverberarsi su altri aspetti, riducendo, ad esempio, la sindrome Nimby (not-in-my-backyard) per altre opere pubbliche proposte dal Comune alla cittadinanza.

In particolare, Labsus analizza alcuni casi di studio di Patti per lo sviluppo attuati, dai quali si conferma l’ipotesi secondo la quale tutti i beni comuni sono in grado di diventare dei catalizzatori per lo sviluppo locale (anche se questo avviene più frequentemente nei casi dei beni immobili); infatti, la rivitalizzazione di un bene incide sia sull’aumento del valore economico dell’area che sull’aumento dei servizi offerti (come nel caso di Bologna e Lucca). Inoltre, in alcuni casi, la rigenerazione del bene può influire anche in termini di sviluppo turistico (come nel caso di Condove).

In conclusione, i Patti si pongono come nuovi strumenti in grado di produrre nuove politiche per il governo del territorio e per la trasformazione della città, senza una contrapposizione tra cittadini e amministrazioni, ma anzi in una prospettiva di collaborazione. Tale modello, quindi, dovrebbe estendersi anche alle altre città lucane, ad iniziare da Matera, dove l’evento di Capitale della cultura appena consumatosi ha creato presupposti favorevoli di miglioramento del capitale sociale locale, che possono essere la base per sviluppi quali quello qui proposto.

 

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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