I TANTI RAMI DELL’ALBERO DEI CARACCIOLO

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VITO TELESCA

Nel precedente articolo  abbiamo iniziato il percorso conoscitivo sulla genesi della famiglia nobile dei Caracciolo e abbiamo individuato il capostipite di origine bizantina, ovvero Teodoro Caraziolus (X secolo) e di un suo discendente, Giovanni Caracciolo che sotto i primi normanni, grazie ai suoi 4 figli, diede vita ai 4 rami iniziali della discendenza Caracciolo: i Caracciolo Rossi con Landolfo, i Cannella con Riccardo, i Caracciolo di Capua con Reginaldo e i Carafa con Gregorio.

È curioso constatare come i nomi dei figli di Giovanni Caracciolo siano tutti di stampo filo-normanno e non più bizantini.

Avendo subito una prima scissione già dal XII secolo risulta alquanto arduo ricostruire e risalire in modo omogeneo non soltanto alle vicende di una sola famiglia di questi rami, ma addirittura alle vicende storiche e matrimoniali che si sono susseguite nel tempo. Ad esempio ogni ramo dei quattro di partenza ha  poi avuto a sua  volta altre diramazioni, complicando il lavoro di ricerca storica, poiché ci si addentra non più in un contesto sub regionale o regionale (come per i Sanseverino per intenderci) ma ci si inserisce  in vicende molto più ristrette dal punto di vista territoriale e, soprattutto,molto frammentate. Cercheremo pertanto di non tediarvi con l’elenco sterile di incroci e matrimoni di interesse,  piuttosto proveremo a comprendere come e dove si siano  poi ramificati i Caracciolo.

P partendo dal ramo dei Caracciolo Rossi di Landolfo, dai suoi figli discesero i Caracciolo Pisquizi (dal figlio Filippo) e i Caracciolo del Sole da Giovanni. Stiamo parlando dei Caracciolo che poi fecero più strada nella nobiltà del mezzogiorno d’Italia rispetto agli altri rami.

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Giovanni Caracciolo Del Sole divenne conte di Avellino, duca di Venosa e principe di Capua, e si segnalò in modo determinate nel piano di governo della regina Giovanna II d’Angiò, famosa anche per i suoi tanti amanti. Uno di questi fu proprio Giovanni (detto Sergianni) Caracciolo Del Sole, che divenne Gran Siniscalco del Regno, e venne ucciso in una congiura nel 1432. Sempre dai Caracciolo Rossi si segnalano altri illustri personaggi, quali l’ammiraglio Francesco Caracciolo di Brienza, capitano della flotta borbonica, coinvolto negli eventi della Repubblica Partenopea nel 1799,  condannato a morte e giustiziato nello stesso anno.

I Caracciolo Pisquizi ebbero invece il loro momento di gloria dopo il XV secolo, con i Caracciolo di Martina prima, e di Melissano poi.

La famiglia Caracciolo di Martina ereditò numerosi feudi (a metà del XV secolo anche in Medio Oriente), grazie al matrimonio tra Francesco Caracciolo e una principessa greca, discendente dell’ultimo imperatore d’Oriente, Costantino Paleologo, dopo la presa turca della città di Costantinopoli. Tra i feudi orientali che passarono ai Caracciolo di Martina, si segnala il principato di Bisalzia. Nel 1724, attraversi un privilegio dell’imperatore Carlo VI,  fu conferito loro il titolo di principi del feudo di Melissano. Da questo titolo nacque una nuova diramazione baronale la cui linea genealogica è giunta fino ai giorni nostri.

Il ramo dei principi Caracciolo di Avellino ebbe inizio invece con il cardinale Marino, assistente al soglio pontificio e legato presso gli imperatori Massimiliano e Carlo V, che ricoprì, tra le altre, anche la carica di governatore di Milano fino al 1538. Suo nipote Domizio Caracciolo Rossi, primo duca di Atripalda, sposò Lucrezia Arcella, figlia di Cesare, Signore di Avigliano, dai quali nacque Marino, primo principe di Avellino. Quest’ultimo con un documento datato 6 maggio 1581 comprò dalla Regia Corte, per circa 113.500, ducati la città di Avellino”e, con diploma del 25 aprile 1589, ottenne da Filippo II il titolo di Principe della stessa città.

Secondo gli scritti tramandatici da Ambrogino Caracciolo di Torchiarolo, che ricostruì le vicissitudini della famiglia Caracciolo, nel diploma regio di investitura “veniva  esaltata  la  grandezza  della  famiglia  Caracciolo fin dai tempi di Federico II per le gesta di tanti  illustri  personaggi, a cominciare da Giovanni, viceré per l’imperatore svevo nel regno di Sicilia, che per difendere Ischia preferì essere bruciato vivo in una torre del castello che venire in potere dei ribelli […]“.

Capitolo a parte meritano anche i Caracciolo-Carafa. Il nome pare derivi da un episodio che vide protagonista un cavaliere appartenente ai Caracciolo del Sole, “lodato per la sua fedeltà dall’imperatore Ottone, a cui salvò la vita facendosi  scudo  col  suo  corpo  e  ricevendo  nel  petto  una  ferita  mortale.  «Con  serenità  di sembianze, altamente commosso nellospirito, il gratissimo Ottone mira in quel punto il prode Caracciolo, e con maestosa riconoscenza esclamandoo cara fe’, calca dolcemente la mano eccelsa sul pettodi lui giàmorente»”.


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Questo episodio intriso di leggenda cavalleresca è però di dubbia veridicità.La derivazione ufficiale pare appartenga a tal Gregorio Caracciolo detto Carafa, perché si occupava della gabella sul vino per la famiglia (detto “campione della carafa” o Caraffa).

La famiglia accrebbe la sua forza feudale grazie anche ad alleanze matrimoniali che ne decretarono la scissione in ulteriori due rami: i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera. I Carafa possono vantare di aver avuto tra i propri discendenti tal Gian Pietro, ovvero papa Paolo IV. Le due famiglie Spina e Stadera successivamente si divisero in una nebulosa di altre famiglie baronali sparse per il Regno di Napoli, frantumando di fatto il loro potere e il loro buon nome.

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