II PALAZZO  E  I SUOI  FANTASMI

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  GERARDO  ACIERNO

Gli antichi palazzi dei nostri paesi inseguendo leggendari monacelli, principessine consumate da amori non corrisposti, guerrieri, dame e cavalieri più o meno nobili hanno catturato e ospitato per secoli i fantasmi. Ciascuno i propri: la fedifraga moglie del celebre musicista, la valligiana poetessa triste, i malconsigliati baroni della congiura, il nanerottolo cui bisognava strappare il cappuccio per arricchirsi e via di questo passo. Il Palazzo, (di ogni paese) nel corso della sua lunga esistenza, ha intercettato queste storie consegnandole alla memoria popolare la quale ha sempre amato raccontarsi fantasie su certe strane presenze nelle sue innumerevoli stanze.

     Per dire di Palazzo G. nel paese che mi ospita: qui, un tempo lontano, tornava a materializzarsi ‘la signorina cu’ tacchett’ con la sua settecentesca triste storia d’innamorata osteggiata dalla famiglia. Diventata fantasma – si favoleggiava in giro – la poveretta per secoli s’è fatta sentire, disperata e rumorosa, le scarpe con i tacchi a punta che solo i ricchi si potevano permettere di calzare. Il tragico peregrinare della ragazza era un inquietante rimbombo negli stanzoni destinati, nel frattempo, ad aule scolastiche.

       Di questo Palazzo, però, oggi si racconta dell’altro. Di burrascose vicende della comunità sempre pronta alla protesta, con una forte passione politica, disposta ogni volta all’occupazione di questo simbolo del potere, di questo ‘lacerto di storia’ paesana, soprattutto quando il solido costrutto diventò Municipio repubblicano. La sua lunga balconata, con una ringhiera finemente lavorata, ha fatto da ribalta a baroni e galantuomini; massari e servitori; gente in camicia nera e contadini col fazzoletto rosso al collo; borghesi con i distintivi di scudi crociati al bavero della giacca e studenti barbuti e rumorosi; sindaci e assessori. Quando la gente del posto ricorda quel tempo, ritornano in mente le figure di Ubaldo e di Lorenzo, di Mimì e Amedeo, gli impiegati comunali degli anni Sessanta e Settanta guidati da un simpaticone di Segretario, un siciliano con i baffetti sottili alla ‘bell’Antonio’, incallito giocatore alle prime macchinette ‘mangiasoldi’. Si parla e si sparla ancora dei sindaci, delle loro decisioni, le loro paure, i loro atti pubblici, le loro scelte quasi sempre contrastate e criticate dal cosiddetto ‘popolo sovrano’.

     Il Palazzo ospitava il bar ‘moderno’, con i tavolini di ferro intarsiato e il piano di marmo; il cinema della parrocchia sistemato alla meglio nel seminterrato; le sedi delle Sezioni dei partiti politici – tutte raccolte in questo centrale edificio -; aveva finestroni decorati da profili di belve dai quali onorevoli e assessori si affacciavano per arringare la piazza gremita e appassionata; e lo stanzone del primo piano destinato a ‘Centro di Lettura’ nel quale la Scuola serale con i suoi impareggiabili maestri elementari combatteva l’analfabetismo ancora molto diffuso.

    Dalla narrazione che ne fanno gli anziani di questa civiltà mai rassegnata, quasi tutta raccolta intorno alla sua piazza sghemba, a forma di virgola, si riscoprono le botteghe artigiane alternate a negozietti odoranti di sale, di tabacco, di pietre sulfuree utili per dar luce a case di campagna dove ancora non era arrivata la corrente elettrica. Le persone quelle pietre le chiamavano ‘il gas’. All’interno di questi mini empori si trovavano forme di formaggio pecorino variamente dimensionate e lavorate nelle stalle della piana; c’erano cumuli di cordame sfilacciato; spaghetti e vermicelli incartati a metà nella carta da zucchero; bidoni di latta stracolmi di olio; vaschette di pietra utili per mantenere il baccalà in ammollo. C’erano, poi, le vetrine dei barbieri, d’estate con le gabbiette dei canarini appese fuori e d’inverno con la scritta ‘auguri’ ottenuta con la bambagia. Arcate e vicoli saldati al selciato di pietra lavica permettevano a quel mondo di entrare nel Palazzo. Tutti i giorni l’intero paese era dentro quei muri grigi, incupiti dalla pioggia. Anche i fantasmi, in quegli anni, non scorrazzavano più nelle stanze. Sono invece ritornati da quando si è deciso di restaurarlo, il Palazzo, e non sono più fantasmi da leggenda. Appartengono al mondo della politica. Sono come i fantasmi  di Eduardo. Ora, nelle case del rione, il caffè ognuno se lo tosta da sé e lo beve in solitudine.  

 

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