
ANNA MARIA SCARNATO
Ancora nel letto, accanto a quello di mia nonna che con noi viveva o meglio con lei abitavamo, al fine di far “partire” in senso economico la famiglia nostra con tre figli piccoli e farsi una casa propria, giungeva la voce dall’esterno di casa, di un venditore originario di Massafra, che richiamava le donne presso il suo mezzo di trasporto di frutta, legumi e quant’altro. Ci svegliava eppure erano le prime ore del mattino. Ma le madri già pronte sull’uscio vi andavano recando un cestino con altri prodotti da dare in cambio di frutta o ciò che per la famiglia abbisognava. “ U patanar” detto così poiché le patate abbondavano sul carro e le patate erano il cambio più richiesto. Cachi e castagne in autunno e per averli si cedevano, olive che erano state ”spigolate” cadute o rimaste qua e la’ sugli alberi , piselli secchi, ceci , grano o quello che in casa di un lavoratore della terra era ovvio vi fosse. Mio padre e tutti i salariati di un’azienda agricola ricevevano una paga in denaro, parca in verità tanto che si arrivava a stento alla fine del mese, e del grano prodotto nelle stesse terre . Lo portavano al mulino Marsicano, storico stoccaggio per la trasformazione, e lo barattavano con i buoni-pane che equivalevano al valore del grano ceduto e permettevano di comprare il pane senza l’uso del denaro. Il ferro vecchio si portava a Michelangelo, un pugliese con fiuto fine di commerciante nato, su Corso Umberto nei pressi della chiesetta di S.Lucia. Ad occhio ne valutava il peso più o meno, ma sempre a suo vantaggio, e lo scambiava con frutta , legumi e patate. “Il baratto”, grande invenzione di mercato, agevolava la circolazione dei prodotti secondo i bisogni, il riciclo di materiali usati e risolveva problemi di economia sociofamiliare “Tu dai una cosa a me ed io a te”, il concetto principale ispirato al principio di interscambio in base a carenze ed eccedenze. Questa pratica, nata nell’Egitto, non è mai sparita del tutto anzi è riconoscibile tutt’ora non solo nel campo commerciale ma anche in altri settori. Chiaramente nelle leggi, per esempio, non esiste una denominazione che con tal nome si riferisca ad operazioni consentite ai pubblici funzionari e ai governi politici che ne dettano gli indirizzi. Ma di fatti tra le more più usuali , secondo necessità, vengono fatte scelte esplicitate come bisogno e urgenti , che tanto si rifanno ai ricordi di una vita che tornano oggi quando si parla di assunzioni e al ricorso a graduatorie di altri comuni limitrofi giusto a “pescare“ la professionalità di cui un Ente ha bisogno per le carenze interne. Domanda e risposta . Ed è evidente come irrompe nella coscienza che cerca una ragione dell’adozione di atti amministrativi la strategia dello scambio di persone e profili che, anche di fronte ad una incredula quanto delusa platea giovanile della collettività che aspettava un concorso o è già nella graduatoria presso il suo Comune di appartenenza , è cosa permessa dalle leggi e, ancor di più giustificabile con richiami al campanilismo. Infatti succede che sovente cittadini che erano in graduatoria dopo un concorso fuori dal proprio comune , tornano a richiesta nella loro terra poiché servono per i posti vacanti nell’organico comunale , da precari o a tempo indeterminato. E’ evidente che questa pratica che può sembrare risolutiva per la sistemazione lavorativa dei giovani di una città, addirittura pregna di amore per i giovani “dispersi” altrove, dalll’altra parte deve cedere la stessa opportunità alle amministrazioni del circondario che gli hanno fatto diciamo così quasi un “piacere”. E allora professioni di quelle realtà , proprio in virtù di questa consuetudine al “baratto” se non altro a compensazione di questa bella e legale trovata che nessuno pensa sia percorso discrezionale, può arrivare nel tuo Comune, perché no, a ricoprire incarichi per i quali non è risultato vincitore . Viene per scorrimento di graduatoria ma non per vincita di concorso e appena in tempo utile alla sua decadenza.
Sono , comunque, i rovesci di medaglie uniche che potrebbero ricordare “il baratto” come interscambio ma qua si tratta di persone e non di merci, di professioni che , con il passar del tempo (due anni), la presenza in graduatorie concorsuali non aggiudicate come vincitrici, vedono azzerarsi le posizioni di classificazione.
Oggi , “u patanar” di una volta non grida più nelle strade, è riservato, lavora nei palazzi anche la notte, studiando come sulle basi di un bisogno gridato, urgente, in emergenza , nella pubblica amministrazione possa giustificare senza un concorso l’assunzione di profili, guardandosi intorno e senza allontanarsi troppo, o rimanendo nel proprio contesto. Mentre nel silenzio che è più forte di un frastuono, si fa strada una certa delusione poiché se “u patanar” dei ricordi scambiava prodotti naturali per sé, certamente poiché quello gli dava da vivere, faceva circolare cibo diverso a chi non poteva permetterselo. A tutti, si; il bisogno uguagliava e si era nella stessa condizione. Oggi c’è il fortunato ed altri che invece aspettano che la ruota giri.
Ci si deve rassegnare a osservare “l patanar” che vendono solo ”patate”? Saranno rarità ma bene hanno imparato il mestiere. Avranno un “utile” in termini d’immagine o vivono di rendita?