IL BOLLETTINO DI GUERRA DELLA SVIMEZ E IL FRONTE LUCANO

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RICCARDO ACHILLI economista

E’ di ieri l’ennesimo bollettino di guerra sulle condizioni del Sud e della Basilicata in particolare. La Svimez, organismo concepito per misurare i processi di convergenza delle regioni meridionali verso il Centro-Nord del Paese, oramai da troppi anni è diventato il luogo dove si manifesta la tragedia di un Sud che non solo non converge più, ma che sembra oramai una barca alla deriva delle correnti dei mercati e della globalizzazione, in attesa di raggiungere sponde non certo europee, ma più probabilmente africane.
Il dibattito sulle cause è ampio, la Svimez le identifica nel disinvestimento sul Sud da parte delle politiche nazionali (la famosa clausola del 34% degli investimenti nazionali ordinari da destinare al Sud, che a livello di settore pubblico allargato, come ci raccontano i Conti Pubblici Territoriali, è inferiore al 22%, ed una spesa in conto capitale di tipo aggiuntivo e straordinario che, fra 2007 e 2018, scende di circa 8 miliardi a prezzi costanti, quindi in termini reali) e nella svalorizzazione delle sinergie produttive fra Mezzogiorno e Centro-Nord. Personalmente, ritengo che esse siano molto più profonde, dipendano da un gap di cultura della sviluppo, di capacità amministrativa e di forza progettuale della società civile (lo stesso mancato raggiungimento del 34% dipende anche dai particolari ritardi con i quali al sud si presentano al finanziamento pubblico e si attuano i progetti di investimento) e da una meridionalizzazione dell’intero Paese, che ovviamente schiaccia maggiormente verso il basso le aree più vulnerabili dello stesso.
Quali che siano le cause, è evidente che la situazione è oramai drammatica, tanto che lo stesso invito ad un ottimismo per il futuro con il quale il Direttore della Svimez ha chiuso il suo intervento appare perlopiù ironico. Il Mezzogiorno ha il tipico profilo macroeconomico delle regioni a forte ritardo di sviluppo: il suo ciclo di crescita anticipa le fasi di crisi generale dell’intero Paese e torna alla crescita in ritardo rispetto a queste. Di conseguenza, non riesce a recuperare da fasi recessive profonde: in poco più di dieci anni dall’inizio della grande crisi finanziaria globale, il PIL meridionale è inferiore al livello del 2008 di dieci punti percentuali, quello del Centro Nord di soli 2,4 punti.
Purtroppo il Sud Presenta una struttura produttiva non dissimile da quella di aree industriali emergenti del Terzo Mondo, ma a differenza di queste non può giocare su costi del lavoro e di produzione più bassi, né, ovviamente, può agganciare il modello competitivo basato su conoscenza ed innovazione perché il suo sistema di ricerca, puntualmente anche di eccellenza (si pensi ad esempio al circuito universitario di Napoli, o al Politecnico di Bari, o ancora al CNR di Tito) e la presenza, in alcune aree, di industria ad alta tecnologia (elettronica a Catania, Ict in Sardegna, aerospaziale e farmaceutica nel barese-brindisino, ad esempio) non produce alcun effetto diffusivo sul territorio. Le start-up e le PMI innovative del Mezzogiorno, che dovrebbero costituire il veicolo di tale diffusione, sono solo, rispettivamente, 2.443 e 202, a fronte delle 7.523 e 806 del Centro-Nord.
Alla radice di tale difficoltà nel diffondere innovazione vi è un sistema educativo che, al Sud, è povero anche in termini di offerta strutturale e di attrattività (il tasso di abbandono scolastico al Sud è del 18,8%, sette punti percentuali più alto di quello del Centro Nord e ben otto punti superiore alla media europea). Ma anche una dotazione infrastrutturale carente, in cui l’alta velocità ferroviaria finisce a Salerno, alcune regioni hanno ancora il binario unico, i grandi investimenti portuali in scali strategici come Gioia Tauro si fanno ancora aspettare, e dove l’indice sintetico di dotazione di infrastrutture è pari esattamente alla metà della media europea.
Così come i poli innovativi sono isolati e non fanno sistema, così anche il piccolo gruppo di imprese meridionali esportatrici, perlopiù le poche grandi imprese, non riesce a produrre effetti di trascinamento: solo automotive ed agroalimentare sembrano godere di posizioni competitive solide sui mercati esteri, oltre che il turismo.
In queste condizioni, il divario non potrà che aumentare: le previsioni della Svimez parlano di un Mezzogiorno che, nel triennio 2018-2020, sarà cresciuto di solo lo 0,6%, a fronte dell’1,9% del Centro-Nord. Ciò è dovuto all’insufficiente dinamica degli investimenti: fra 2015 e 2018 sono cresciuti solo del 9,6%, a fronte del 15,8% nel Centro-Nord. E non è soltanto un problema di calo delle risorse pubbliche, ma anche di difficoltà di finanziamento dei progetti di investimento delle imprese.
Ed i risultati sociali di tale disastro sono evidenti: la povertà aumenta anche fra chi lavoro. I working poor meridionali sono 1,6 milioni, quasi il 27% degli occupati, e la povertà colpisce complessivamente quasi 2,3 milioni di cittadini del Sud. Una ripresa economica più stentata rispetto al Centro-Nord ha permesso, sì, una ripresa dell’occupazione, ma di una occupazione di scarsa qualità, che non garantisce un tenore di vita accettabile. Fra 2008 e 2018, si perdono, al Sud, 564.000 posti di lavoro a tempo indeterminato, e si creano 305.000 impieghi a tempo parziale o atipici e precari, generalmente sottopagati. Cresce soltanto l’occupazione sottoqualificata, come effetto dell’impoverimento produttivo e innovativo del sistema imprenditoriale.
Ciò non può fare altro che alimentare la fuga dei giovani più qualificati, aggravando tendenze strutturali verso la denatalità, legate ovviamente anche all’impoverimento delle famiglie, che si traducono in un calo demografico, che colpisce soprattutto i Comuni più piccoli e le aree interne e montane, generando desertificazione, disgregazione degli equilibri idrogeologici, perdita di identità di intere comunità, difficoltà crescenti nel garantire anche i servizi essenziali ai pochi che rimangono, che peraltro sono sempre più anziani. Si prevede che, entro il 2065, cioè fra 46 anni, il Mezzogiorno avrà perso il 40% della sua popolazione in età da lavoro, un dato terrificante, che si traduce in un territorio che sarà ridotto a casa di riposo per anziani, perlopiù poveri o impoveriti. Il tracollo demografico, infatti, si tradurrà, ceteris paribus, in un parallelo calo del Pil: il Sud perderà 38,5 punti di PIL da qui al 2065, se non riuscirà ad agire sul tasso di occupazione, soprattutto delle donne, creando anche i necessari servizi di conciliazione fra famiglia e lavoro: ad oggi, solo il 5% dei bambini meridionali usufruisce dei servizi per l’infanzia, contro quasi il 19% di Nord Est e Centro Italia.
Di fronte a uno scenario del genere, i richiami ad un nuovo green deal che parta da Sud, o ad un nuovo patto nazionale di ritessitura fra le varie aree del Paese, appaiono i messaggi di un naufrago che sta affondando con la sua barchetta. E la meridionalizzazione dell’intero Paese, anch’essa mostrata dai dati della Svimez (tutte le regioni italiane, anche quelle del Nord, perdono punti di PIL rispetto alla media europea, fra 2006 e 2017) non farà che dilaniare ulteriormente ciò che resta dell’unità nazionale, facendo sparire, come polvere al vento, ogni discorso di solidarietà interterritoriale.
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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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