IL PECCATO ORIGINARIO ( DI CALENDA) E LA FUGA DI MITTAL

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GIUSEPPE DI GILIO

Ex Ilva: Arcelor Mittal scappa da Taranto facendo intendere che il problema sia lo scudo penale perchè il piano ambientale non può essere attuato in assenza di tutela per l’azienda.

In verità la fuga dipende da tutt’altro motivo ed è da ricercare nei conti sbagliati che Mittal e il Governo fanno su un mercato che si appresta a vivere il suo peggior periodo produttivo. A confermarlo sono gli esperti del settore siderurgico che già da un anno si affannano a valutare su report che nessuno ha avuto il buon senso di leggere. Almeno fino a che non ci si è trovati difronte al problema. Ciononostante si continua a guardare al dito e non alla luna.

Il punto è che tra dazi e rincari delle materie prime, siamo caduti in un periodo di piena crisi per l’acciaio.

Un anno terribile secondo quanto affermano gli esperti di settore che aveva già fatto annunciare alla Mittal una riduzione rilevante della produzione. A questa dichiarazione è seguita anche quella della ARVEDI, altro colosso del settore, che addirittura prevede un taglio del 70% di produzione nei soli due prossimi mesi.

Non sarebbe la prima volta che gli errori di calcolo da parte di qualche industriale viene scaricato sull’economia generale di un paese. Così anche Mittal usa lo scarica barile per conti errati, suoi e di chi l’ha sostenuta in questa operazione, a partire dal Gruppo Marcegaglia fino a Banca Intesa.

Nel frattempo è a Bruxelles che si gioca la partita sulla concorrenza ed è lì che i maggiori produttori di acciaio europei si sbracciano per impedire che “acciaio extra UE” entri nel mercato Europeo. Specie quello Turco e Cinese.

Secondo l’ultima indagine di Mediobanca, infatti, il primo gruppo italiano con il maggiore margine operativo lordo è proprio ARVEDI che ha un punto di pareggio molto più basso rispetto a quello di ILVA che si stima essere intorno a 8 milioni di tonnellate di acciaio lavorato così come si legge dalla relazione fatta al MISE.

Nel 2012 (ultimo dato ufficiale di bilancio pubblicato), il fatturato fu di poco più di sei miliardi. Un dato che, secondo il risultato operativo, EBIT, certificava una perdita di 338milioni di Euro considerando che 15 mila dipendenti sarebbero costati circa 634milioni di Euro mentre, la capacità produttiva in quel periodo fu di circa 11 milioni di tonnellate di materi lavorata.

Ora, se nel 2011 la quantità prodotta (8,4mln di tonnellate di acciaio) non è stata sufficiente a far raggiungere il break even point com’è possibile che potesse accadere nel 2016-17-18 se la quantità di prodotto lavorato può al massimo arrivare a  5,8 – 6 mln di tonnellate come dichiara di voler produrre ILVA/MITTAL? Perché Mittal dovrebbe perdere una quantità di soldi per garantire l’occupazione degli operai di Taranto considerando, inoltre che l’eccedenza di acciaio in Europa e di 50 milioni di tonnellate?

Posto che nel 2011 la percentuale di utilizzo di impianti a regime è stata di poco più del 70%, crollata a poco meno del 50% negli ultimi anni ergo, quale percentuale di sfruttamento degli impianti consentirebbe oggi di avere un punto di pareggio tra i costi e fatturato?

Perché lo Stato deve rivedere i suoi calcoli prima di fae proclami che illudono i cittadini che devono sapere che la riduzione di personale, sommata all’aumento del costo delle materie prime, dovrebbe spingere l’azienda a sfruttare la capacità produttiva sopra il 100% perché il risultato di per sé già negativo non scenda ulteriormente.

Considerando che il decreto di 09/2017 pone il limite alla produzione in 6 milioni di tonnellate e che solo dopo l’attuazione del piano ambientale potrebbero arrivare a 8 milioni di tonnellate per un fatturato netto di 2,4 mld, la capacità di utilizzo degli impianti, per raggiungere tali obiettivi, è di poco maggiore del 50% con le conseguenti perdite di esercizio. Per tali obiettivi il personale in organico potrebbe scendere a poco più di 8200 unità per contenere le perdite robotizzando integralmente gli impianti dopo il piano ambientale.

Alcune clausole secretate nell’accordo con il ministero dello sviluppo economico potrebbero prevedere la statalizzazione delle perdite, associando l’esodo agevolato ad un bonus di circa 100 mila euro per i lavoratori in amministrazione straordinaria a carico del bilancio statale.

Io credo che l’Ilva sia commercialmente morta e finché i dazi imposti da Trump sull’acciaio, 25%, sulle materie e i costi della de carbonizzazione (ETS, emission trading sistem) restano a carico della Mittal , quest’ultima non vorrà sacrificare il suo gruppo per salvare uno stabilimento che non ha alcuna possibilità di sopravvivere. Per questo credo che le minacce di di abbandono della fabbrica di acciaio più importante d’Italia, quella tarantina, miri a ottenere l’addebito delle perdite. Del resto se la maggior parte dei forni che producono acciaio in Italia e nel mondo si basa su tecnologia elettrica, perché l’ex ministro Calenda scelse Mittal per ILVA lasciando il ciclo integrale con pet coke in luogo del ciclo elettrico proposto da Arvedi e Jundal?

Ai posteri l’ardua sentenza…

 

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