
Mario Santoro
La genesi del libro “Il cuore è il maestro” dell’aviglianese Leonardo Coviello, americanizzato di Leonard Covello, scritto in lingua inglese e tradotto in italiano da Giovanna Fabrizio, nata Fiorellini come ama dichiararsi, è decisamente curiosa, interessante, strana e per certi versi misteriosa e tale da suscitare molti interrogativi e da tirare in ballo finanche la casualità delle cose della vita con i tanti intrecci e le combinazioni che a nostra insaputa si determinano.
E riaffiora alla mente Luigi Pirandello e la novella “Se” della raccolta “Novelle per un anno” nella quale il protagonista, tale Lao Griffi, giovane inserito, per mero caso, nel 13° battaglione militare di stanza a Potenza, dove, guarda caso, era appena nata la caserma. Dopo il primo periodo chiede di essere destinato a Udine o a Bologna e invece viene riconfermato nella nostra città. Incontra, decisamente per caso, Margherita, una giovane che piange perché ha rotto il fidanzamento, la consola, la frequenta, la conosce, se ne innamora e, dopo un anno, la sposa e, quasi per malvagia casualità, viene tradito dalla donna col suo ex, nel frattempo ritornato alla carica e, alla fine, indebitato per soddisfare i suoi capricci, esasperato, la uccide. A sua potenziale scusante a un amico ripete, come un automa, la sfilza dei ‘se’ che hanno condizionato la sua esistenza e decretato la sua condanna. Se non mi avessero mandato a Potenza, se tardavano i lavori della nuova caserma, come accade sempre in Italia, se poi avessero accettato la mia domanda di trasferimento, se Margherita non avesse rotto il fidanzamento proprio quel giorno, non l’avrei incontrata se…se … se. Tante casualità portano alla tragedia. Nel caso della nostra traduttrice le casualità sono molte ma, per fortuna, la conclusione è estremamente positiva. Ma seguiamo, solo per cenni, la linea delle combinazioni.
Se nel 1976 la signora Giovanna, sorella di Anna, autrice di un interessante libro ricco di memorie, dal titolo “I quaderni di Anna” e del ben noto scrittore Vito, autore, tra l’altro, del romanzo “L’ultimo dei Cusci”, laureata in Giurisprudenza, specializzata in diritto amministrativo, esercitante la nobile professione forense, non avesse deciso, come di punto in bianco e senza alcuna necessità economica, di dare una svolta alla sua vita trasferendosi in Australia dove felicemente vive, se non fosse andata ad Adelaide ma in un’altra città, se
non avesse conosciuto Anna Mazzoni, se questa non le avesse dato in lettura il testo di Covello, se la nostra traduttrice non avesse avuto passione per la lettura e per certe tematiche, se… se… se….
Ma ora lasciamo le combinazioni e procediamo.
Il volume “Il cuore è il maestro” di Leonard Covello è’ per Giovanna, come si dice in questi casi, amore a prima vista, interesse vivo per la tematica che tratta, ossia l’emigrazione in America con tutte le problematiche connesse: la fatica enorme di ambientamento e di adattamento in un luogo del tutto sconosciuto; l’inserimento difficile in un nuovo tessuto sociale; l’approccio difficoltoso con la nuova lingua; l’adattamento ai nuovi costumi nel tentativo di una vera integrazione; la difesa dei valori originari; l’educazione scolastico-culturale; le speranze, i sogni, le prospettive, la ritornante nostalgia per il luogo d’origine e tanto altro ancora.
Tutto questo interessa fortemente la Fabrizio che si lascia conquistare e direi affascinare dalla figura del protagonista e scrittore che, guarda caso, ha in comune con lei lo stesso paese d’origine, Avigliano: l’una della periferia, ossia Avigliano scalo, l’altro del centro, quasi indirettamente a rievocare l’antica diaspora e il successivo riavvicinamento; entrambi sperimentano la condizione di emigranti, l’una per scelta consapevole e voluta, l’altro per necessità coatta, in paesi, l’Australia e l’America, considerati, più a ragione che a torto, fortunati e tali da offrire la possibilità non solo di sopravvivere ma anche di affermarsi nella scala sociale; entrambi hanno frequentato la scuola elementare, o almeno parte, nell’aviglianese ed hanno patito in inverno il freddo intenso che, né il pezzo di legna di Leonardo per alimentare il fuoco del caminetto, né il barattolo di latta di Giovanna con dentro del carbone acceso, riuscivano a riscaldare le mani intirizzite; entrambi, come la Fabrizio sottolinea con acume in prefazione, provengono dalla parlata paesana. Molti elementi di comunione, dunque.
Il lavoro di traduzione, riesce bene nella immediatezza, precisione e direttività del linguaggio che risulta pulito, senza fronzoli, accattivante nella forma, ricco di spunti significativi, di elementi dichiarati esplicitamente, oppure taciuti o appena accennati, anche per un senso di pudore, nella progressione e nello sviluppo della trama che si fa fitta di avvenimenti senza quasi consentire la pausa meditativa e presenta descrizioni di ambienti e di modi di pensare e di vivere del tutto diversi dal paese di origine: tanto scarne sono le indicazioni di quest’ultimo, quanto ricche risultano le notazioni del nuovo mondo che costringe il protagonista ad un attivismo senza soste. Non ci sono momenti di pausa e di quiete ma emerge a tutto tondo il fervore delle attività.
Ed è forse anche questo a spingere la dottoressa Giovanna a portare la storia di Covello, individuale e pur sempre collettiva, a conoscenza di un pubblico più vasto, e soprattutto del suo Paese d’origine che magari conosce solo qualche dettaglio. Insomma al fondo c’è anche la volontà di tributare il giusto onore a un uomo che, partito dal nulla come tanti, non solo non si è perduto per strada, ma si è imposto all’attenzione del Paese che lo ha accolto, senza dimenticare le sue origini.
Il diario parte dall’abbandono del paese di origine nel breve ricordo delle viuzze tortuose e acciottolate che convergono nella piazza, nella perdita della sicurezza e di qualche innegabile vantaggio che gli deriva dall’avere uno zio prete (“Beata quella casa dove c’è una chirica rasa”, recita un antico saggio detto), con l’immancabile canna di Malacca, nel lasciare pure la bottega dello zio Canio dove sta facendo le prime esperienze per imparare il mestiere e per capire appieno il senso del dovere, il signor dovere pirandelliano (senza diritti) e abbandona, con sincero dolore il suo cane, un bastardo dal pelo lungo e ispido, magrissimo, con le costole che gli spuntavano fuori dalla pelle, che ha di importante solo il nome, Leone.
Addio ai compagni di scuola e al maestro don Salvatore, con il suo insegnamento mnemonico e ripetitivo fondato sulla formula ‘Ascolta e ripeti anche se non capisci’ e con la severità eccessiva nel punire; addio a qualche marachella con i compagni di gioco; addio all’affetto sincero di nonna Clementina la quale, nel salutarlo, prossima a morire, con voce fattasi debole, quasi un sussurro, dice: L’oro che troverai in America, non lo troverai per le strade, come dicono. E sono parole profetiche!
Il libro in realtà è un prezioso scrigno di ricordi dei quarantacinque anni trascorsi nelle scuole pubbliche di NewYork come insegnante e come preside della scuola superiore Benjamin Franklin situata nel quartiere di Harlem a Manhattan.
Pochi cenni del lontano 1896 quando all’età di nove anni inizia il viaggio disagevole dal porto di Genova fino alla terra promessa dove ad attendere la famiglia è il padre con la giovanissima e la profetica Mary, la quale appare come gradevole simbolo di apertura e di speranza.
Segue la prima casa in affitto sulla 112ma strada: quattro mura e gente sopra, sotto e da tutti i lati, in netto contrasto con la luce del sole, l’aria fresca della nostra casa di montagna in Lucania. Ma non c’è tempo per consentirsi la debolezza di abbandonarsi al mieloso ricordo della sua terra d’origne.
Le difficoltà sono tante e gli ostacoli da superare talora appaiono come insormontabili ma altrettanto decisa è la determinazione dell’autore che sa incassare le sconfitte, che ha messo nel conto, e impara dalle stesse, aiutato e incoraggiato sempre, con discrezione, tatto e decisione, da Mary e dalle sollecitazioni dirette e indirette di conoscenti e familiari.
E’ la fase delle sorprese e delle molte scoperte a partire dalla Soup School con i suoi tre piani in legno che costituisce per l’autore un vero e proprio shock, tanto più nell’inevitabile raffronto con la scuola di Avigliano che consisteva di una sola stanza, poveramente illuminata e mal riscaldata.
Avviene anche la conoscenza della maestra Cutter con la corta bacchetta di bambù e, dopo le ore di scuola, seguono le scorribande con l’amico Vito a rubare il piombo dalle tubature, i mattoni e tutto quanto pare degno di essere, in qualche modo, utile. Con la prima pagella avviene anche la scoperta della modifica del cognome con la sottrazione della vocale ‘i’, sicché il suo cognome muta da Coviello a Covello, magari solo per mera distrazione dell’insegnante o perché così fa più americano. Ma questo scatena la rabbia del padre e soprattutto la reazione della madre che, eccezionalmente, mette da parte la sua timida riservatezza e sostiene, e a ragione, che il nome di una persona non può essere cambiato perché la vita di una persona e il suo onore stanno nel suo nome di famiglia. Uno non lo cambia mai. Non è una camicia o un pezzo di biancheria intima.
Segue l’esperienza alla “Benjamin Franklin High School” a East Harlem e il fortunato incontro con miss Ruddy, figlia di un pioniere canadese e meritatamente soprannominata “Madre degli Italiani” verso i quali nutre predilizione ed è sempre pronta ad aiutarli in ogni circostanza.
Con lo studio ci sono anche lavori di ogni genere per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario. A soli dodici anni, si alza alle quattro e mezzo del mattino e porta nelle case il pane fresco del signor Griffin. Nel poco tempo che è in casa, oggetto delle scarne conversazioni è sempre e solo la possibilità di guadagnare dei soldi; a scuola l’impegno è legato prevalentemente alla memorizzazione di suffissi e prefissi, radici latine e greche. Insomma la vita del fanciullo, per sua stessa ammissione, risulta come frammentaria e vissuta su piani differenti: la vita con la mia famiglia e i vicini aviglianesi; la vita per le strade di East Harlem; la vita alla Home Garden con miss Ruddy; la vita alla scuola pubblica locale; la vita a qualsiasi lavoro riuscisse a trovare; la vita nel meraviglioso mondo dei libri.
Migliorano le condizioni economiche e c’è il trasferimento della famiglia ai nuovi edifici al Jefferson Park dove ci sono ben due toilette su ogni corridoio ad uso di quattro famiglie. C’è anche il passaggio alla nuova scuola superiore, la Morris High School con classi miste, dove si dà molta importanza allo sport, cosa che fa arrabbiare il padre, nell’idea dello spreco inutile delle energie fisiche che servono per scaricare casse piene
pesanti di ottone e per altro ancora.
Colpisce il ragazzo soprattutto la enorme frattura fra gli alunni ben vestiti che hanno soldi da spendere e possono fare vita sociale e quelli poveri che sono ovviamente isolati o, più propriamente si autoescludono. La situazione ambientale lo fa soffrire al punto da abbandonare per un certo tempo la scuola.
Per fortuna, l’allontanamento non è lungo ma benefico e gli infonde sicurezza; infatti qualche mese dopo rientra a scuola e segue con profitto le lezione mentre muore la madre nel 1907, a soli 51 anni. Iniziano subito dopo, gli studi al Columbia College e nascono nuove iniziative, associazioni di ogni tipo, attività varie in favore degli immigrati, lezioni serali, conoscenze nuove e importanti, corsi di arte drammatica, di musica, di letteratura e dibattiti sempre vivaci se non anche accesi. L’autore, che è sempre vulcano in eruzione, si laurea nel 1911, diventa prof. di francese ottiene il tanto sospirato e agognato posto in pianta stabile con paga regolare e, improvvisa per il lettore, arriva la schietta, diretta e come scontata, proposta di matrimonio con Mary. Nessuna formula particolare, nessun inginocchiamento con lo scatolino dell’anello, nessuna dichiarazione romantica, niente di niente, solo la quasi lapidaria e logica frase: Adesso possiamo sposarci!
Ed effettivamente si sposano senza perdere tempo.
Segue tutto un fervore di idee da mettere in pratica e si moltiplicano le occasioni per discutere sull’importanza dell’insegnamento, che è sempre al centro dell’attenzione, sulla assoluta necessità di superare lo studio mnemonico in favore di un approccio ragionato, sulla opportunità di introdure nuove modalità didattiche, rendendo l’alunno compartecipe attivo del processo educativo, capaci di puntare oltre che sull’istruzione anche sulla educazione e di favorire la consapevolezza delle proprie capacità.
Le innovazioni che Covello tenta di apportare nella scuola e che ovviamente vanno contestualizzate per poterne cogliere le intuizioni felici e le controtendenze non sempre comprensibili e misurarne la portata, non sono raccontate nel dettaglio perché l’autore rifugge da eccessi di teorizzazioni, e si connota piuttosto come uomo del fare, dello sperimentare e del correggere gli errori, senza attribuirsi meriti particolari e dunque senza menarne vanto.
Ne consegue che spunti di natura didattico-pedagogica con continue implicanze psico sociali, spuntano qua e là e vanno saputi cogliere. Certamente l’autore tiene in grande considerazione le necessità e i bisogni degli alunni che provengono da situazioni economico-sociali totalmente diverse e da ambienti culturali particolari che sovente cozzano tra di loro. Ma proprio la diversità diventa il punto di forza e va compresa anche per poter in qualche modo fissare la linea di partenza di ciascuno e così subentra l’idea, fortemente innovativa, della diversità vera base della normalità: tutti uguali nella diversità. E allora comprende bene che se la meta deve essere comune, la modalità per raggiungerla può variare: inoltre l’autore sostiene che occorre pervenire ad una visione culturare d’insieme senza cancellare la cultura di provenienza coi suoi valori e, magari, con la modifica dei disvalori fermo restando il senso di appartenenza e di identità. Per questo è necessario superare steccati assurdi e limiti derivanti da pregiudizi difficili da sradicare. Insiste sul concetto di scuola e di apprendimento basato su opportune sollecitazioni da parte dell’insegnante che abbandona del tutto i metodi tradizionali e aiuta gli alunni ad appropriarsi di un sapere personalizzato e del tutto originale, attraverso la conversazione e la discussione libera.
Senza più ricorrere a mezzi coercitivi, l’insegnante diventa filtro privilegiato come predica il titolo “Il cuore è il maestro”. L’autore mantiene sempre il riserbo non solo con riferimento alla scuola ma anche e soprattutto alle relazioni familiari. Sebbene si colga forte l’affetto nei confronti della madre non ci sono espressioni improntate alla tenerezza, al cedimento, al dialogo confidenziale. Solo in punto di morte della donna egli, in una sorta di monologo interiore, ammette di sentire una sensazione di vuoto profondo e comprende che ha sbagliato a non dimostrarle, con segni tangibili e con parole, il suo amore. Lo stesso accade col padre col quale il dialogo è sempre ridotto all’osso e non esiste confidenza alcuna. Infatti dopo la morte della moglie egli, su sollecitazione dei parenti e degli amici, decide di risposarsi e ne dà la notizia al figlio in un incontro che vede entrambi in enorme difficoltà. L’autore comprende di che si tratta ma non fa nulla per favorire il dialogo e se ne sta muto, salvo a pentirsi poi. E infine anche quando decide di dichiarare il suo amore per Mary e se ne sce con un’espressione strana, disorientante, fuori della norma, niente affatto poetica e sentimentale. “Adesso possiamo sposarci”. Del resto lo stesso fa con la seconda moglie, Rose, sorella della prima. In questo fervore di attività Mary prima e Rose poi si rivelano essenziali fonti di ispirazione e allo stesso tempo sorgenti di forza con i loro preziosi consigli.
C’è poi l’esperienza militare nell’Unità dei volontari del Columbia (Prima guerra mondiale) con lunghi pomeriggi del sabato in addestramento e intanto ha inizio la delicata e discreta amicizia con Rose, la sorella più piccola di Mary, per certi aspetti fotocopia dell’originale.
Ma le attività culturali non si fermano e nel 1920 insegna nella sua prima classe di italiano: una conquista ottenuta a fatica e grazie alla sua tenacia indomabile che per qualche momento sembra appagarlo e quasi acquietarlo. Accade così che. di tanto in tanto, nel suo animo faccia capolino la nostalgia per la sua terra d’origine e della infanzia e, in brevissimo tempo diventi necessità e urgenza.
Lo comunica a Rose, sempre salvatrice acquiescente, e le dichiara di sentire quasi un senso di colpa nei confronti dell’Italia e della sua Avigliano: In tutto questo tempo sono riuscito ad andare a Parigi a perfezionare il francese; ho speso, con qualche interruzione, circa un anno in Spagna… ma non sono mai tornato nel posto in cui sono nato…Sento che devo tornare in Italia.
E Rose, non fa alcuna obiezione, non pone alcun ostacolo, anzi lo incoraggia, ripetendo quasi un rituale che apparteneva già alla sorella maggiore.
Il viaggio consente la rivisitazione dei luoghi natii, l’incontro con persone care come lo zio prete con l’immancabile canna di Malacca e l’ancora valido zio Canio, coi quali sale per i pendii montuosi, fino al santuario della madonna del Carmine e poi si ritrova a discutere nella piazza di Avigliano e a ricordare, per bocca dello zio, la figura del ministro Emanuele Gianturco che da fanciullo faceva i suoi compiti, sotto i lampioni della strada. Nel racconto non trapela l’emozione che rimane tutta contenuta nell’animo e non sappiamo se la scelta di non palesarla nasca dal timore di poter cedere alla tensione emotiva e franare
magari in un pianto irrefrenabile.
Al rientro in America le attività riprendono le attività, gli incontri, le riflessioni sempre più profonde. Covello perviene alla conclusione che proprio i bambini devono essere, insieme con la famiglia, al centro del processo della scuola che cambia, poi si infervora in discussioni sulla sicurezza sociale e sulle problematiche delle pensioni di anzianità dimostrando di essere un autentico precursore di nuove idee in campo sociale. Fa nascere associazioni per giovani al fine di ridurre l’incidenza della delinquenza minorile e conduce una attenta e interessante ricerca sulle condizioni degli immigrati, sul tema della povertà, della disoccupazione e della lotta per la sopravvivenza e riesce nel 1931 ad ottenere una scuola superiore industriale e intanto continua a fare il preside alla Benjamin Franklin High School avendo a cuore sempre e solo, o prevalentemente, la sorte dei ragazzi per i quali riesce, non senza fatica, a far aprire una biblioteca e si batte per la convivenza pacifica e per una società multiculturale, ottiene riconoscimenti pubblici e soffre, senza quasi darlo a vedere, per la dipartita di qualche amico caro.
E chiude la storia della sua vita sotto forma diaristica con le sue parole rassicuranti, anche se velate d nostalgia, nella consapevolezza di non avere rimpianti, di avere fatto di tutto e di più, di doversi mettere da parte e nella tacita idea che adesso tocchi agli altri continuare sulla strada da lui aperta e anche per questo forse il racconto della sua storia, individuale è anche storia di altri, quasi una sorta di testimonianza: I miei giorni di insegnante di scuola superiore e di preside sono finiti. La mia mente e il mio cuore, restano, comunque, con i ragazzi ai quali ho insegnato per quasi mezzo secolo.
Fin qui, dunque, il libro di Leonard Covello secondo il suo racconto.
E sono le parole che suggeriscono anche il titolo del volume “Il cuore è il Maestro” nella convinzione, che facciamo nostra, che senza il cuore nulla, o quasi, può farsi e non importa se qualche volta, pur nella consapevolezza di aver svolto fino in fondo il proprio dovere, i risultati non vengono evidenziati. A proposito del titolo val la pena riportare quanto scrive lo scrittore e critico Giovanni Caserta al volume ‘Un eminante lucano LEONARD COVELLO’ di Gennaro Claps:
...il cuore dell’insegnamento è il maestro, che deva darci l’anima. Il che però non significa che, per lui, la pedagogia non fosse anche una scienza. Sapeva che non si può fare insegnamento ed educazione se la scuola non la si intende innanzitutto come una missione. Gennaro Claps ci dice oltre del grande uomo che, dopo il pensionamento, non si ferma affatto e in tarda età si trasferisce in Italia dove viene chiamato come consulente per la creazione di un Centro Geriatrico e quindi si stabilisce in Sicilia a Ispica, in provincia di Ragusa dove avrà stretti contatti con il poeta e sociologo Danilo Dolci.
Terminata l’eperienza, vedovo per la seconda volta, intraprende viaggi tra l’Italia e gli stati Uniti e torna più volte al suo paese di origine. C’è in Leonard Covello, come indicato nelle succitate parole, la consapevolezza orgogliosa di essere riuscito a farsi da sé, senza ricorrere mai a sotterfugi, senza tentare scorciatoie facili, senza scendere mai a compromessi, passo dopo passo, avendo chiara la meta da raggiungere. Per un siffatto uomo varrebbe la pena di ripetere alcuni versi della poesia “La piccozza” di Pascoli:
Da me… Non quando mi avviai trepido
c’era una madre che nel mio zaino
ponesse due pani
per il solitario domani
La condizione cui fa riferimento il poeta, con la solitudine, i momenti neri della disperazione, la necessitata mancanza di situazioni affettive e di gesti consegnati ai pani da infilare nello zaino che spesso mancavano, sembra identica e confermata dai versi che seguono e spiegano:
Per me non c’era bacio né lagrima,
né caro capo chino su l’omero
a lungo, né voce
pregante, né segno di croce...
Ed è evidente, come accadeva anche per tanti altri, che in entrambi viene meno la possibiltà del conforto e della consolazione e di qui la determinazione che si tramuta in orgogliosa consapevolezza:
Da me, da solo, solo e famelico,
per l’erta mossi rompendo ai triboli
i piedi e la mano
piangendo, sì, forse, ma piano.
Tanto piano che quasi si ha la sensazione della possibile o inevitabile dimenticanza dell’uomo insigne del quale ci piace riportare, quasi a chiarimento di una sua bella foto sulla scala della casa Natale di via Castello, 17 le sue parole:
Sulla scala di casa mia dove sono nato. Non è cambiato nulla. Le mura di solide pietre hanno sfidato il passare del tempo e le intemperie. Sono seduto là, con tante emozioni nel cuore, la mia mente ferma sulle oscure forze che governano la vita. Ma perché un uomo deve abbandonare amici e parenti e la propria casa, essere sradicato
per sopravvivere? I miei pensieri tornano indietro nel tempo…
Dunque il silenzio, in attesa dell’oblio del ricordo.
Eppure talvolta il caso, o quel qualcosa che non riusciamo a svelare e che non sappiamo capire bene, guida e spinge qualche anima sensibile e meritevole di ogni considerazione, con un lavoro straordinario in tutti i sensi, a tenere a distanza proprio il rischio dell’oblio.
E non ci risulta difficile immaginare le difficoltà incontrate nel suo lungo, lunghissimo cammino, le notti trascorse sul testo originario, i mille dubbi interpretativi, le tante sfumature possibili, la scelta terminologica in certi casi complicata, il rimando all’espressione dialettale senza essere invadente, la necessità di riportare correttamente luoghi e istituzioni, i momenti di scoraggiamento di fronte a un’impresa che a tratti sembrava impossibile, l’attenzione all’uso corretto di richiami e di modalità terminologiche, oggi in disuso e tali da suscitare magari l’indignazione, un tantino ipocrita e pelosa.
Vale su tutti il ripudio della parola ‘negro’ che suona oggi come terribilmente offensiva e di sostituirla opportunamente con la parola ‘nero’, quasi un’accezione più generica e meno marcante.
E certamente fa bene la nostra traduttrice, in prefazione, ad apportare quasi una giustificazione pur rimandendo ferma nella sua scelta del vocabolo originario, per aderenza e fedeltà al testo, al suo tempo di scrittura, al suo significato primo senza nulla di offensivo ma solo ed esclusivamente identificativo E non si tratta di una ‘exusatio non petita’ perché in realtà si tratta correttezza formale e sostanziale al tempo stesso.
Dunque il silenzio, in attesa dell’oblio che non scende anche per merito di Giovanna Fabrizio, nata Fiorellini, degna figlia aviglianese che, decisa fino alla testardaggine, non solo si è cimentata nel lavoro faticosissimo di traduttrice, e lo ha fatto bene senza ombra di dubbio, ma si è anche dannata l’anima per tentare di trovare la possibilità della pubblicazione ed ha trovato porte inesorabilmente chiuse.
In questo la sua è stata una ‘vox clamantis in deserto’ che tuttavia non l’ha fermata ed oggi ella può, orgogliosamente, dire a se stessa di essere riuscita in un’impresa non facile sicché il volume di Leonard Covello diventa anche un po’ sua creatura.
E fa bene, in appendice ad esprimere, con proprietà e compiutezza di linguaggio, alcune riflessioni sul multiculturalismo, con spunti e rilievi interessanti sul significato più vero in una società ancora parcellizzata.
Oggi viviamo una realtà mondiale, in cui, per via della tecnica, che ha annullato ogni distanza, tutto si trasforma così rapidamente che facciamo fatica a seguire o a capire ciò che sta avvenendo.
E subito dopo si pone l’interrogativo se tentiamo davvero di far nostra la cultura della globalità o, al contrario, siamo spinti alla chiusura gelosa, ossia al regionalismo. La conclusione non può essere che positiva. Lodi, dunque all’autore, e complimenti sinceri alla ottima traduttrice con l’augurio che ella possa continuare a coltivare i suoi interessi culturali senza mai abbandonare la speranza in tempi migliori e il sogno anche ad occhi aperti.
Note:
Giovanna Fabrizio è nata Fiorellini nel 1940, a Lavangone, tra Avigliano e Potenza. Ha studiato al Liceo Classico ‘Quinto Orazio Flacco’ e poi all’Università Statale di Milano, ottenendo la laurea in Giurisprudenza nel 1964.
Ha collaborato prima con l’avvocato Achille Cutrera, sempre a Milano, specializzandosi nel diritto amministrativo relativo all’Urbanistica e successivamente ha esercitato in proprio.
Nel 1976 si è trasferita con la sua famiglia ad Adelaide, Australia, dove vive tuttora. Ha tradotto dall’inglese in lingua italiana il volume “Il cuore è il maestro” di Leonard Covello, aviglianese di nascita.