IL “FASCIO” DELLE CARTE

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LUCIO TUFANO

            Non fu il fascio delle voci stentoree, le voci d’imperio, quelle degli oratori a tradurre le vibrazioni e la portata di un carisma, non il fascio delle onde radio irradiate nell’etere con apparecchi e altoparlanti trasmessi per tralicci, postazioni e ponti radio, per collegamenti radiofonici e telefonici, non fu solo il fascio luminoso proiettato da varie sorgenti, fasci convergenti o divergenti a seconda della zona, delle piazze o delle parate da abbagliare, né il fascio delle pellicole in celluloide dei film Luce, ma quello che più di ogni altra produzione o effetto, decretò e trasmise la univoca e nel contempo poliedrica identità del Fascismo, fu ancora il “fascio” delle carte.

            E il fascio delle carte fotografiche, quelle che riportano a noi le testimonianze più autentiche di situazioni e personaggi è purtroppo meno folto delle carte scritte. Chi guarda alle più o meno ingiallite fotografie dei personaggi di quella epoca, scattate nel tranquillo rituale della posa e nel corso di concitate manovre, di marce o solennità, di saluti e discorsi, di intrepide esibitorie di scene, scenari e scenografie, di capi e vice capi, di commilitanze e frenesie, di raduni, le mette a confronto con quelle che oggi sorprendono gli uomini politici. Se si osservano nei diversi frangenti, situazioni e stati d’animo, di grinta o di autoesaltazione, di fanatismo ideologico e di livore, di mansuetudine chiesastica e di soddisfazione, si può essere indotti a credere che costoro fossero meno coinvolti nei vizi e nei difetti di questa nostra democrazia imperfetta.

            Ma quei sorrisi stereotipati e conformisti, quelle espressioni di religioso rispetto per il dovere e per la bandiera, per ovali e per gigantografie, per ritratti di gruppi e di reparti, di famiglia, di partito o di cerimonia pubblica non erano del tutto autentici.

            Fu anche quella una commedia, un vasto palcoscenico di protagonisti e comparse. La guerra dei notabili e quella dei poteri di allora non aveva quasi nulla di diverso dalle lotte politiche di oggi.

            Che cosa abbia potuto rappresentare il foglio di carta durante il periodo fascista non è facile capirlo per noi che ne siamo rimasti assai lontani, ma la “carta intestata” con la denominazione dell’autorità o dell’organismo, altrettanto autorevole, riportata in alto al foglio era già il segno di quale potere interlocutorio si poneva al cospetto del cittadino destinatario.

            Il foglio era foriero di investiture, di elargizioni, di nomine o di destituzioni. Perciò la carta del regime ha provocato isterie, disperazioni, orgasmi ed esaltazioni in chi ne era promotore, latore o interessato.

            La carta ha potuto assumere una importanza vitale, suprema espressione di volontà gerarchica, nel corso dei vent’anni in cui veniva vergata con dichiarazioni drastiche, periodi brevi, sintassi imperative e frasi concise, con inchiostro nero o turchino o ble, o con i caratteri della macchina da scrivere, con la decisa firma di un’altolocata personalità.

            Difficilmente si potevano mutare le carte in tavola, tranne quando quelle carte contenevano decisioni o perplessità, in verità rarissime, sulle quali dovevano incontrarsi i consensi o i dissensi degli anteposti alle cose del regime. Occorreva che l’incaricato di un servizio o l’elemento idoneo a svolgere un qualsiasi ruolo, attribuitogli dal Fascio, avesse le “carte in regola”.

            Spesso la carta del regime conteneva chiare norme di legge, commenti lapidarii o ordini da far eseguire e a sostegno di ciò che si affermava o che si voleva esibire in difesa del cittadino o in accusa di esso, la espressione ricorrente era quella di “carta canta”, specie per un diritto che si voleva accampare o di qualche qualifica da ottenere o conservare, di qualche titolo da guadagnarsi, di qualche grado da conquistare, di decorazioni o onori di cui potersi fregiare.

            Ma la espressione più frequente e che risolveva nella predisposizione ad agire con i pieni poteri affidando, da un potere ad un sottopotere, la facoltà di risolvere in piena autonomia, tute le questioni intricate o di una certa delicatezza era quella di dare e avere “carta bianca”. Tale espressione veniva comunicata in modo orale, a voce, o per iscritto. Nella scala gerarchica del potere totalitario e presso i vari piani delle strutture burocratiche dello Stato, a tutti i livelli e presso tutti gli uffici pubblici nei quali vi era chi concentrava in sé tutta l’autorità del palazzo, la carta, con i suoi fogli, le sue dimensioni, la sua frammentarietà, la sua intermittenza, la sua forma e sostanza, ha imposto soggezione, emozione e sgomento, preoccupazione e esaltazione.

            Più che il potere fisico, quello presente, o della fonetica gutturale, la carta ha rappresentato in moltissime circostanze il modo di procedere di una tirannide del silenzio che per iscritto colpiva cinicamente i suoi sudditi. Si trattava quasi sempre di una tirannia ex defectu tituli, nel caso dell’avventuriero della politica che si era impossessato di una leva dello Stato, o di tirannia esercitata ex defectu exercitii, pel modo equivoco con il quale il potere veniva esercitato. La dittatura, attraverso le sue carte, rappresentava quindi l’immagine, la memoria, il rispetto contro cui non potevasi commettere infrazione o sacrilegio. La carta era in sintesi la legittimazione di una sacralità che impartiva per il suo tramite le sue prerogative e i suoi diktat.

            Una sovranità indiscutibile. La carta stessa era totalitaria, rappresentando la natura accentratrice e unilaterale, ricettiva o non da parte di chi la riceveva, ma sicuramente imperativa da parti di chi la poneva in essere.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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