IL FONDAMENTALISMO DELLE PANCE

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LUCIO TUFANO

Vi è tutta una storia delle pance singole o a convegno, in diverse guise e nelle diverse epoche. Le pance hanno tenuto comportamenti consoni alla loro importanza, al grado di appartenenza, e di rispetto alla capacità d’introito e di digestione. Si sono aperte alle speranze di tavole principesche, si sono pronunciate nel prediligere i cibi e le bevande, si sono gonfiate come otri per l’ingordigia, sono rientrate per privazioni e penuria, si sono “fatte capanna” nelle poche occasioni mangerecce, ospiti del ricco e del massaro, al momento in cui occorreva fare onore alle mense e a chi con prodiga cortesia le aveva invitate e stimolate con offerte abbondanti e prelibate di brodi, carni, paste asciutte, prosciutti, carni cotte al sugo e arrosto …

Gastrolatria si definì questa religione: adorazione della pancia, così come si esprime Honoré de Balzac[1].

Caldaie di bollito e di maccheroni si fanno versare nei caccavi grandi e dei quali con notevoli cucchiai si versano nelle scodelle; tavole ingombre di vasellame e foglie verdi di sedani e finocchi in pignate, scafaree e brocche d’acqua, vini in caraffe.

Vi sono state pance, espressioni di potenza, di ricchezza, pance rivestite di panciotti, decorati di catene d’oro e d’orologi con rubini, pance di “don”, pance di baroni, di fattori ed amministratori, pance d’agrari, di senatori e d’uomini di potere e di governo, pance nutrite dalle cariche e dagli onori, pance autorevoli ed autoritarie ed alle quali ogni carica portava lustro e un grado in più di protuberanza, pance nude per la povertà senza pudore e senza ritegno, tra camicie sbrindellate e calzoni a strappi o a rattoppi con le tasche penzoloni di “stozze” di pane duro, le pance sottoproletarie e le pance vagabonde.

Esse ingurgitavano, quando potevano, tonnellate d’alimenti, di minestre, di formaggi a fette, pentoloni di brodo. Ettolitri di vino sono stati ingeriti, tracannati attraverso gole ed esofàgi. Il tutto defecato nelle crepe di discariche abusive, dietro le siepi e fuori la porta del paese.

Ed è proprio la storia delle pance che ci porta inevitabilmente a considerare quel mosaico del sapore che ci deriva dalle più svariate e strane origini contadine, da quella varietà incontrollabile di gruppi sociali, d’etnie, di caratteri ed abitudini di “genealogie dialettali” e di culture, di campanili, di montagna e di pianura all’interno delle quali, la tradizione privata e familiare può aver “innestato imprevedibili varianti”.

Misteriosi labirinti fisiologici, oscuri meandri, processi enzimatici e fermentativi che “sovraintendono alla corporalità e che s’inseriscono nella nuova cultura del corpo ritrovato”, strettamente collegati alle pance degli uomini e degli animali, in questo consiste la ricerca della comunione tra processi digestionali e ingestionali, delle metamorfosi stagionali, delle feste e fatiche agrarie e delle virtù extragrarie, terapeutiche, nascoste nelle erbe e nello sterco, secondo le liturgie, i riti della religione tellurica inferia e genitale, gastroenterica e viscerale.

Fagioli, rape, cipolle, cicorie di campo e patate, nutrimento di sempre, regime dietetico vegetale. Perciò Bertoldo si ammala fino a morirne, quando, costretto ad abbandonare il suo usus, dovrà mangiare alla mensa dei “barbari carnivori”, e masticare i “carnumi fradici, sanguinolenti e maledetti di gente che non coltivava la terra e che era dedita alla caccia crudele d’animali e d’uomini”. Si spezza in lui quel cordone ombelicale che lo teneva legato all’umido odorante della terra, al mondo oscuro e sotterraneo dove maturano in silenzio i bulbi dell’aglio e della cipolla, le radici del “rafano”, le patate e le bietole.

Si snodano così le vicende dei pomi di terra, “convolvolus batatas, ortaggi da tuberi, topinambur, ortaggi da radice carnosa, barbabietole, beta vulgaris, barba forte, barba di becco, barba di prete, carote e pastinache, ortaggi e ramolacci, raperonzoli, scorzanera, porri e scalogne; ortaggi ancora da foglie, da fusti e da fiori, acetosella, agretto, cardi, cerfogli, borracina, crescione, finocchio, indivia, prezzemolo, radicchio, spinaci, valerianella; ortaggi da frutta e da semi, cetriolo, cocomero, coriandolo, melanzane, popone e zucca. È qui che si curavano le digestioni lente o quelle eruttanti, le scorregge e le grandi “pippiate”, gli indugi all’ombra dei noci, nelle canicole e negli intermezzi delle mietiture e dei lavori di stagione.

[1] “La digestione costituisce una lotta interiore che, presso i gastrolati, equivale ai più alti godimenti dell’amore”.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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