IL GAP DI SVILUPPO DEL MEZZOGIORNO

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riccardo achilli

Gira sui social la tristissima immagine di un articolo, scritto dal meridionalista Pasquale Saraceno, nel quale, in pieno intervento straordinario, quando, cioè, bene o male le politiche di recupero del gap di sviluppo del Mezzogiorno si facevano, si prediceva che detto gap si sarebbe chiuso definitivamente nel 2020, proiettando in avanti le tendenze in atto in quegli anni.

Purtroppo, però, non solo non c’è stato un recupero del gap ma, addirittura, esso ha ricominciato ad ampliarsi, come è possibile constatare, già dal 1994-1995 in termini di Pil per abitante (graf. 1) e di tasso di occupazione (graf. 2). Naturalmente, a partire dal 2008 il gap si allarga ancor di più, perché la crisi economica colpisce in misura più dura le aree economicamente più fragili del Paese. In un articolo su La Voce, Fellini e Reyneri ricostruiscono il grave ritardo accumulato dal Sud, proprio negli ultimi anni della crisi, in termini di numero di ore lavorate, conseguente dinamica dei salari, qualificazione della forza-lavoro. Ma, cosa ancor più grave, la differenza fra valore meridionale e nazionale nella percentuale di giovani NEET, ovvero di giovani che non lavorano e non svolgono alcuna attività formativa o educativa, dopo essere calata fino al 2010, ha ripreso a crescere, tanto che nei primi nove mesi del 2019 essa è più alta di quella del 2004-2005 (graf. 3).

Ciò significa che il bacino di giovani che peseranno in futuro, improduttivamente, o con livelli di produttività molto bassi, tende a crescere, nel mercato del lavoro del Sud, in proporzioni maggiori rispetto al Centro-Nord, e ciò costituisce una pesante ipoteca rispetto ad ogni futura prospettiva di recupero del gap di sviluppo.

Graf. 1 – andamento del Pil pro capite fra 1982 e 2014

 

Graf. 2 – Andamento del tasso di occupazione fra il 1977 ed il 2015

Fonte: Istat

 

Graf. 3 – Percentuale di NEET sulla popolazione 14-29 anni, anni 2002-2019

 

fonte: Istat

Evidentemente, in una economia assistita come quella meridionale, l’ampliamento del gap dipende dalla quantità e qualità della spesa pubblica per investimenti. Dal punto di vista quantitativa, la quota della spesa pubblica per investimenti destinata al Sud sperimenta, a partire dal 2000, una forte flessione, dalla quale inizia a riprendersi solo a partire dal 2004, grazie all’entrata a regime della spesa per il ciclo 2000-2006 dei fondi strutturali, che tende ad essere sempre concentrata verso la fine di ogni ciclo di programmazione, ed ha un picco anomalo nel 2015, in corrispondenza del tentativo di spendere gli ultimi residui del ciclo 2007-2013 onde evitare il disimpegno automatico delle risorse nei POR regionali meridionali. Detta quota di spesa, al netto di picchi anomali, rimane però sistematicamente al di sotto del 31%, generando la situazione anomala per la quale l’area territoriale più bisognosa di risorse per promuovere il suo sviluppo riceve meno di un terzo degli investimenti pubblici necessari per creare le condizioni indispensabili per lo stesso, pur avendo più del 34% della popolazione di tutto il Paese.

Graf. 4 – Quota % di spesa pubblica per investimenti destinata al Mezzogiorno, anni 2000-2019

Fonte: Act- Cpt

Dal punto di vista della qualità degli investimenti, un indicatore affidabile può essere rappresentato dalla produttività totale dei fattori, che è la produttività “di sistema”, influenzata dalla spesa in infrastrutture, servizi, educazione e formazione, ricerca, ovvero la spesa di alta qualità, in termini di impatto potenziale sullo sviluppo. Sulla base di una stima fatta da Locatelli e Pagnini (2018) in Questioni di Economia e Finanza della Banca d’Italia, la produttività totale dei fattori del Mezzogiorno è sistematicamente inferiore al resto del Paese, e non mostra alcun segnale di recupero del differenziale con il Centro Nord (graf. 5).

IN COPERTINA: PASQUALE SARACENO, MERIDIONALISTA ED ECONOMISTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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