IL GIORNO LIBERO

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racconto breve di GERARDO ACIERNO

Un giorno d’inverno del 1964 Lorenzo Festa compì quarant’anni. E quello – primo lunedì del mese – era anche il suo giorno libero, per cui alla buonora passò a spalancare il portone di quercia della sua bottega, riordinò un po’ di merce sugli scaffali, intascò del denaro dalla cassa, appese il cartello ‘CHIUSO’ alla vetrina dell’ingresso e se ne andò a Potenza, in autobus. Con la corsa delle otto e trenta. Capolinea: Piazza Crispi.

       Lorenzo Festa era il proprietario di un avviato bazar nel centro storico di un borgo lucano. Uno di quei negozi dove trovavi di tutto negli anni del boom. Anche qui, però, come nel resto della Basilicata e della Nazione, il benessere degli anni precedenti andava perdendo colpi. Il costo della vita in quel periodo era notevolmente salito e la gente non comprava più come prima. Le famiglie risparmiavano addirittura sul cibo pur di acquistare l’automobile, simbolo di successo e distinzione sociale. Basta Vespe e Lambrette: erano le Seicento e le Giuliette a farla da padrone, possibilmente di colore bianco le prime. Di rosso le seconde. In paese ne erano arrivate due da pochi giorni, la pallida utilitaria del medico condotto e la fiammante ‘sprint’ del giovane parroco. Due amici-nemici divisi dalla politica. E dai cavalli-motore.

       Lorenzo, invece, non era appassionato di auto. Il suo stare in società, oltre al commercio, consisteva nel farsi vedere giocare a tressette col morto per l’aperitivo domenicale, e occupare la sedia in prima fila sotto la cassa armonica nei giorni della festa patronale durante il concerto delle gloriose bande pugliesi. Amava andare a cinema e ascoltare canzoni alla radio: due passioni coltivate sin dalla giovane età che per lui come per tanti altri suoi coetanei era coincisa, purtroppo, con la chiamata alle armi e la spedizione in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale. 

        Era poco più che un ragazzo quando venne mandato al fronte del Don per aggregarsi al resto dell’Armata. Laggiù Lorenzo incontrò la fame, il freddo e la disfatta. Sbandato, trovò rifugio presso una famiglia polacca in una sperduta campagna, chilometri e chilometri di gelo, di miseria, di paure. A est i russi in arrivo, a ovest i tedeschi in ritirata, ormai nemici degli italiani. Nella stalla dove due anziani contadini e la loro giovane figlia Ludwika lo tennero nascosto per oltre un anno, gli fecero compagnia per tutto il tempo i maiali, i topi e di sera, quando poteva, la ragazza.

       Ventenne  come lui,  con occhi di un celeste incredibile e un sorriso dolcissimo. Ludwika, gonna di panno pesante, fazzolettone di lana attorcigliato sul capo a proteggere la chioma rossa andava a trovarlo quando i suoi dormivano. Nelle serate un po’ così, lei sussurrava a lui musichette polacche e lui rispondeva canticchiandole ‘Vivere’ oppure ‘Parlami d’amore Mariù’, e qualche volta, facendosi coraggio, accennava a ‘Ba.. ba.. baciami piccina’.

       Una sera, una stellata sera di primavera, Ludwika decise di dormire con lui, là nella stalla. Il giaciglio di Lorenzo era così minuscolo che in due non ci si stava. La ragazza, intraprendente, si ricordò che nella legnaia poco distante era stata accantonata la vecchia poltrona da barbiere comprata da suo padre alla fiera del villaggio quando ancora non era scoppiata la guerra. Venivano dalle fattorie vicine a tagliarsi i capelli e a farsi radere le lunghe barbe bionde. La domenica, prima della Messa.

         Con un po’ di fatica, i due ragazzi riuscirono a trasportare il vecchio seggiolone accanto al letto. Provarono a distenderlo quell’arcimbombolo impolverato e lagnoso: ce la fecero. Lei, però, pretese di dormire nel letto e chiese a lui di sistemarsi sulla sedia ma in posizione opposta alla sua. Ah, le donne!

         Lorenzo comunque ubbidì ma quando nel continuo gira e rigira sulla scomoda lettiga un suo piede si ritrovò intrappolato tra le coperte e le vesti di Ludwika, non si tirò indietro. Andò avanti. Lei dormiva. Ancora avanti, ancora su, sempre più su, e lei dormiva. Poi… lo stop. La pesante calzamaglia di lei bloccò il piede di lui sul ciglio del.. prato. Fine dell’avventura.

         Molti anni dopo, quando Lorenzo raccontava questa vicenda ai suoi amici, la concludeva dicendo: “.. e fu allora che scoprii i collant ..” Tuttavia non raccontava loro il resto di quella storia. Perlomeno non spendeva una parola sul fatto che ogni qualvolta arrivava a Piazza Crispi, si ricordava di quella ragazza polacca. Forse perché inconsciamente ogni volta l’accostava a Luciana, la donna che tutti i primi lunedì del mese lo aspettava all’Albergo Roma. 

A metà degli anni Sessanta gli autobus provenienti dai paesi del circondario facevano capo in Piazza Crispi, discreto slargo poco distante dalla stazione ‘Potenza – Città’ della ferrovia Calabro-Lucana. E anche quel giorno quando si ritrovò nella piazza Lorenzo aveva in testa le notti, le canzoni e i sospiri di Ludwika.

       Si fermò a fumare un mezzo sigaro prima di affrontare la salita verso il centro della città, poi come tutti quelli che venivano da fuori, anche lui passò alla cantina di Franculli per un veloce spuntino; prese un caffè corretto con l’anice al bar del mercato coperto e quindi, risalendo ancora, sbucò sullo  ‘struscio’ di via Pretoria.

        Qui gli piaceva soffermarsi a guardare orologi e gioielli nella sfarzosa vetrina di ‘Curci oreficeria’. Le scarpe inglesi da ‘Fusco’ e le camicie artigianali da ‘Petilli’. Da ‘Florio ferramenta’, quella volta ordinò attrezzi per la vigna: sarebbe passato il mese successivo a ritirarli.

         A pranzo, come sempre, lo aspettavano da ‘Trmniedd’, tipica trattoria lucana in largo Duca della Verdura. Pasta e fagioli, caciocavallo ai ferri, Aglianico di Rionero, due noci e un grappino. Alle quindici in punto, fece visita a Luciana. Albergo Roma. Solita stanza, la numero12. Trovava in quella donna qualcosa che gli ricordava Ludwika nonostante il divario d’età con la ragazza polacca, i lineamenti segnati da solchi maldestramente mascherati, il tono di voce profondo e bruciato da mille sigarette. Dalla finestra di quella stanza, oltretutto, si vedevano Pierfaone e Serranetta. I monti sotto ai quali era piantato il suo paese. Stare in quella stanza con lei era per Lorenzo come ‘giocare in casa’.

        Nel pomeriggio andò a cinema. In centro-città c’erano tre sale: Ariston, Fiamma e Due Torri. Davano due commedie e un western: quest’ultimo aveva un titolo stimolante “Per un pugno di dollari”. Le due commedie erano “Il magnifico cornuto” e “Sedotta e abbandonata”. Sorridendo, Lorenzo – lo sguardo appuntato sulle locandine esposte in bella evidenza, la Cardinale su di una e la Sandrelli sull’altra – pensò fra sé: “Basta donne per oggi”. E scelse il western.

         Non gli piacque granché. Il protagonista, vestito di stracci e sporcizia, fumava il mezzo sigaro uguale al suo. Era un personaggio per niente buono a differenza di John Wayne e di James Stewart nei film americani. E poi in quella storia, girata da un certo Bob Robertson (Lorenzo non sapeva che quello era lo pseudonimo di Sergio Leone che diventerà uno dei più grandi registi nella storia del cinema), c’era una tale brutalità senza mai un minimo di pietà, un mondo privo di compassione e d’innocenza. La guerra aveva lasciato tracce profonde e dolorose nell’animo del grossista di paese.

         Spirava il solito vento freddo in Piazza Prefettura. Il Teatro Stabile, ridotto a ‘pidocchietto’ e chiuso da tempo, allungava la sua ombra sulle pietre quadre e umide. Le automobili scivolavano sobbalzando. Le persone dal Corso si accalcavano sotto i portici del Gran Caffè. Lorenzo preferì fermarsi al ‘Pergola’. C’erano belle cose in mostra sui banchi e sulle scansie. E bella gente. Ordinò una cioccolata calda al bancone e si guardò intorno. Gli sembrò che tutti lo stessero guardando con una certa sufficienza. E che stessero giudicandolo. Signore infagottate che fumavano e ridevano; uomini panciuti che parlavano distrattamente di sport; in fondo alla sala una coppia con le mani nelle mani e lo sguardo nel vuoto: Lorenzo immaginò a causa di un loro imminente addio. Uscì.

       Quando mise il naso fuori la neve che nel pomeriggio aveva imbiancato i tetti, cominciava lentamente a trasformarsi in pioggia. Le luci delle vetrine sembravano giocassero a nascondino tra gli ombrelli aperti della gente dello struscio. Riaccese il mezzo toscano e si avviò, deciso, verso Piazza Crispi. Contava di prendere l’ultima corsa dell’autobus per far ritorno al borgo. Non era stata una bella giornata, quantomeno non come le altre volte, concluse Lorenzo allungando il passo e tirando le somme di quel libero lunedì, giorno del suo compleanno. Senza una ragione precisa ma non era contento.

        Il pensiero di Ludwika lo accompagnò mentre camminava rasente il portico della caserma dei carabinieri senza peraltro approfittare del riparo che questo gli offriva. La pioggia si fece sempre più insistente. A un certo punto gli ritornarono a frullare nella mente le note e i versi di ‘Lili Marleen’. Si ricordò d’averla cantata insieme a Ludwika e a entrambi era piaciuta. Non seppero mai spiegarsi perché questa bella melodia fosse diventata la marcia di accompagnamento delle truppe naziste. La musica davvero fa miracoli, disse lei a lui una sera del ’45, poco prima del suo rientro in Italia.

        Provò a canticchiarla quella benedetta/maledetta melodia nazista, Lorenzo, là sotto la pioggia che lo accompagnava verso Piazza Crispi. La cantò anche alzando un pochino la voce, senza vergogna. La prima strofa in italiano, il ritornello in tedesco. Una signora si fermò stupita ad ascoltarlo. Lorenzo non ci fece caso. Piazza Crispi si stava riempiendo di foschia e di automezzi. Ripartivano tutti a quell’ora. Operai, artigiani, donne di servizio e giovinastri perditempo. Si rientrava nei borghi. Il pendolarismo molto presente in quegli anni a Potenza offriva fino a tarda sera un variopinto scenario.    

       Sull’autobus Lorenzo si raggomitolò in un sedile di mezzo. Intorno si annusava l’odore dell’umido e della stanchezza.  Il bus si mosse a scatti fino a quando non riuscì a incolonnarsi nel traffico, dietro a un’utilitaria color amaranto, a sua volta preceduta da un furgoncino bianco utilizzato per trasportare latticini:“Casearia lucana” riportava il logo sul portellone posteriore. Lorenzo tornava a casa immalinconito. Non aveva più voglia di correre appresso ai ricordi. Per distrarsi, si mise a contare i lampioni di via Garibaldi ma quelle luci gli sembrarono le  stesse  evocate dalla canzone tedesca (.. tutte le sere sotto quel fanal..). La città rincasava disordinatamente. Prima di arrivare al passaggio a livello che segnava il confine cittadino, Lorenzo si addormentò. Il viaggio verso il borgo si prendeva una buona mezz’ora: si rilassò, mentre le colline e tutto il resto svanirono nella nebbia e nella notte. 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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