IL KANAPONE

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BY LUIGI LUCCIONI

(VALUTAZIONE EPICRITICA DI UN LIBRO DI GRANDE INTERESSE TRA CRONACA E  SOCIALITÀ POPOLARE)

 

A Lucio Tufano mi lega una vecchia amicizia rafforzata da un’identità generazionale che ci ha portato fin dall’infanzia e negli stessi anni ad osservare cose, persone, fatti della città di Potenza. Molte delle immagini, delle analisi dei personaggi e dei ricordi sono in comune.Abbiamo percorso con gli stessi occhi attenti e la mente libera capitoli epocali: il fascismo, la guerra, i soldati tedeschi e poi gli anglo- americani, i negri e gli indiani con i loro turbanti, il

dopoguerra, i contrabbandieri di derrate alimentari e sigarette americane, e poi l’occupazione solida del potere politico  e la sottomissione delle menti e degli spiriti, il grande terremoto del 1980 ed il dopo con le sue grandezze e le sue miserie. Momenti a tratti epici ed a tratti squallidi ma sostanzialmente ricchi di  prospettive in gran parte disattese ma in parte anche realizzate. Abbiamo guardato a questa città con gli occhi incantati del bambino, con gli occhi curiosi dell’adolescente, con gli occhi speranzosi del giovane, con gli occhi distratti dall’operare della maturità ed infine con quelli nostalgici della incipiente vecchiaia resa più condiscendente dalla tenerezza dei ricordi lontani. Premetto subito che per quanto mi riguarda qui non cadrò nella lagna di rimpiangere il tempo che fu che appartiene ad ogni epoca e dunque è uno stato d’animo più che un fatto razionale e concreto. Non riesumerò perciò dai miei ricordi a quando fare l’amore consisteva nel raggiungere uno degli archi del ponte “delle nove luci”e scambiarsi un casto bacio stringendosi le mani guardando incantati il luccichio delle lucciole nelle sere di inizio estate al termine dei corsi scolastici, tanto lontani dagli amplessi amorosi ruvidi e crapuloni che descrive Lucio che erano incarnati in quel mondo ed in quella umanità fatta di essenziali istinti e sfoghi.

Sottratte dalle trasparenze immaginifiche ed a tratti filosofiche tipiche della sua prosa mi è immediatamente venuto in mente il fatto che la canapa, a cui fa riferimento il titolo di questa sua opera, anticamente veniva adoperata per racchiudere e conservare cose preziose come le monete di argento in sacchetti di questo tessuto considerato particolarmente robusto ed impermeabile. Il sottoproletariato potentino difficilmente aveva l’opportunità di vedere, figuriamoci di possedere questi contenitori! Grazie a Lucio, in una trasposizione sociologica questo mondo di diseredati si è accomodata all’interno di questo tessuto – contenitore raggiungendo una ricchezza costituita dalla sua umanità e dalla sua bonomia egualmente preziosa.

Le pagine de il Kanapone mi sono apparse come fogli di un album di francobolli o una serie di diapositive con l’autore che ne individua ed illustra i dettagli, i contrasti la bellezza degli sfondi e dei colori. È difficile seguire nella lettura un filo conduttore di quest’opera, ma bisogna tagliarla a fette ed allora ogni sua porzione appare più gradevole nei sapori genuini e nei flash delle immagini descritte. Non appare un consequenziale svolgimento del discorso ma un’irrazionale genialità nel mescolare ricordi ed impressioni, antiche consuetudini, storie vere, storie riferite, anche storie apparentemente inventate ma connesse intimamente nel contesto trattato e che hanno per oggetto e protagonista un microcosmo urbano fatto di Dionisi e Satiri in chiave miserabile. In verità le maschere che emergono sono del tutto prive di alcuna dignità divina al di fuori della loro esistenza vitale e materiale. A tratti appaiono estranei a qualsiasi forma di redenzione sociale e la realtà mentale che Lucio ricostruisce con genialità ed arguzie è ispirata alla loro realtà corporale in un contesto quasi Caravaggesco nella rappresentazione della realtà delle cose, dei visi accesi, degli ambienti in chiaroscuro.

Chi ha già letto i tanti e coinvolgenti scritti di Lucio Tufano ritroverà argomenti già trattati, riproposizioni di sue convinzioni sempre più radicate su i politici di ogni tempo, sugli opportunisti di sempre, sui voltagabbana, i palloni gonfiati o i personaggi sgonfiati dalla loro inconsistenza ma in questo libro essi vengono riproposti in alcuni momenti con una ironia disincantata ed arricchita da nuovi ricordi emergenti o rimurginati e rinnovati alla luce di nuovi eventi. Quelli che hanno contato, quelli che contano ed in fondo quelli che conteranno sempre come archetipi  antropologici credo che abbiano letto ed ascoltato Lucio con un sorriso agrodolce tra il divertito, il compiaciuto ed il timoroso di ritrovarsi tra le maglie della rete delle sue verità camuffate da irreali visioni e materialistiche di maschere estremamente riconducibili ad una realtà fatta di sogni, visioni, rilievi, arguzie ed amare riflessioni su una città, la sua gente le sue zavorre a volte illuminate da luci nascoste o misconosciute, ignorate , sommerse dal buio di deboli intelletti e fortissimi poteri.

La fame, la miseria, il freddo fanno da cornice costante a questa variopinta umanità di protagonisti, di artisti di strada, di poeti gastroenterologicamente descritti in ogni loro aspetto e varietà impastata spesso dal bisogno di realizzare e verificare la loro esistenza non in una ma in mille “corti dei miracoli” disseminate nei vicoli sporchi, nei bassi umidi e maleodoranti ma che trovano un momento di godimento materiale e forse anche laidamente spirituale sui tavoli delle cantine o tra le grevi caligini delle taverne. Tutto ciò tiene quest’umanità miracolosamente resistente alle malattie: essi sopravvivono in condizioni che in quegli anni avrebbero spazzato in pochi giorni persone sane e ben nutrite. Il famoso “Sarachella” era affetto da tubercolosi cavitaria ma ci mise un bel po’ a passare a miglior vita nonostante la denutrizione, il fumo non di sigarette ma di cicche di sigarette ed i fumi provenienti dal forno municipale dove trovava calore  e sonno. Un piccolo appunto devo farlo per non aver trovato un tocco sorridente che comunque accarezzava  tutti durante i pochi mesi della estate potentina che nonostante tutto aveva, come ha ancora oggi, racchiuse in sé dolcezze e momenti di grazia e di speranza ad una vita migliore. I raggi del caldo sole estivo che illuminavano il vicolo, asciugavano l’umido basso, consentivano la fruizione dei scarsi prodotti dell’orto, del frutteto, del campo con tanta fatica ed attenzione coltivati nel contado cittadino, il piacere di un fiore sul davanzale della finestrella o di una pianta di profumato basilico sul balconcino per tanti mesi battuto dal vento e dalla pioggia aprivano il cuore e lenivano i disagi della vita vi appaiono raramente.

Strepitoso il capitolo con la interminabile successione di maschere e nomignoli. Personaggi disegnati in una galleria di comicità irreale, esistenze misere riabilitate che salgono su un palcoscenico ideale quali interpreti di una passerella senza lustrini e costumi ma che strappano un ideale applauso alla memoria e grazie a Lucio Tufano vanno ad occupare un posto indelebile ed indimenticabile nella microstoria locale con la loro caratterizzazione umana. Appare in questo contesto un contrasto vincente  con quel indefinito pantano cittadino su cui galleggiava una piccola borghesia egoista e meschina fatta da burocrati, piccoli professionisti ed antichi lignaggi parassitari decaduti nella tasca e nei comportamenti. Quest’analisi sociologica indubbiamente è a mio parere troppo severa ma è nello spirito della pubblicazione, che utilizza anche l’iperbole per incidere in modo più coinvolgente sul lettore e deve essere accettata perché consegna un affresco più ampio di chiaroscuri, di sfondi e primi piani tutti interessanti.

I vicoli, i bassi, le botteghe, le cantine, le taverne ricorrono nei racconti e nei ricordi ma è l’antico Decumano, il cosiddetto salotto buono della città e cioè Via Pretoria, dove l’occhio attento di Lucio da sempre ed ancora oggi osserva, analizza, sbircia,  spesso critica una umanità che purtroppo qui si fa sempre più esangue, per cui l’immagine che a me è piaciuta moltissimo, che paragona questa strada ad un aorta apportatrice e distributrice del sangue in tutti gli apparati vitali appare oramai sempre più sclerotica e minaccia di ischemizzare e poi fatalmente atrofizzare la storia di una città che oramai è by-passata nei rioni dormitori, trionfo del cemento, sorti disordinatamente in quello che un tempo era il ridente contado verde della città.

Il capitolo “giochi scale e sottani” consente una pausa di sorriso dal navigare pressoché interrotto tra  visioni di fame, di freddo, di indigenza e quasi per incanto fa riemergere dalla memoria i ricordi dei giochi dei ragazzi e ritornare nel cuore e nelle orecchie le grida gioiose  di quei nostri coetanei, alcuni più grandi altri più piccoli, le cui voci rimbalzavano gioiose nei vicoli, nelle piazzette, negli anfratti, ovunque uno di questi semplici giochi potevano trovare ospitalità e spazi. Chi appartiene alla generazione degli “anta” non ricorda con tenerezza la pattinella con le ruote fatte da dimessi cuscinetti a sfere, “lu mazz e pizzc”, “lo strummolo”, “il tozzamuro”, “l’uno monta la luna” ed il “cavaddong”, la palla di pezza avvolta in vecchie calze e cucite dalle mamme con accuratezza ed arte per far loro assumere una forma sferica: la gomma, non dico il cuoio, erano materiali preziosi ed introvabili perché considerati di interesse bellico e come non ricordare la guardia comunale Mazzaturo che ce le sequestrava quando giocavamo sugli scarsi marciapiedi che fiancheggiavano le deserte strade cittadine? Ed ecco che Lucio dopo aver fatto sguazzare il lettore tra le “tonze” della suburba potentina ci offre un fiorellino ed un lieto pensiero nostalgico.

E di questo il lettore, come me, gli sarà particolarmente grato.

Nelle tante pagine dedicate a “Sarakè” vecchie leggende popolari, storie di eventi fantastici, tragici accadimenti o fiabesche immaginazioni s’intrecciano tra di loro coinvolgendo altri personaggi della memoria a metà tra la realtà e l’immaginario. Uno zibaldone di facce, di profili, di gobbe, di pance, di calvizie e di capelli lunghi ed arruffati, di gambe storte e di mani scheletriche.

Scorrendo le pagine riaffiorano poi altri pittoreschi personaggi come il Cavaliere Chiummiento, il guaritore Rocco Castrignano e l’astrologo Losasso: essi oramai  hanno acquisito una dimensione potentina  “storica” se spogliati  dalle loro allucinazioni ed elucubrazioni, espressione di una certa umanità “minimo urbana” a metà tra una contorta filosofia neuropsichiatrica e quella “follia raziocinante”descritta in un altro intero capitolo. Tutto questo si fonde strettamente con la realtà che comunque li attanaglia in una continua indigenza ma che forse non sfigura del tutto al confronto della pochezza dell’oggi.

Il ricordo del poliedrico “Mancusiedd” mi è apparso come una poetica parentesi in cui s’intravede quasi una tenerezza dell’Autore per il personaggio, che pur non essendo privo di alcune angolazioni grevi si guadagna una collocazione nel racconto di dignità e positiva considerazione.

In conclusione, a mio modesto giudizio, questa “ponderosa” opera di Lucio Tufano va letta, meditata, affrontata fino in fondo con animo lieve sforzandosi di osservarne tutte le sfaccettature che contiene senza pretendere di darne un giudizio critico se non considerandola per quella che è o che a me è apparsa: un calderone, un paiolo ribollente alle volte profumato a volte olezzante da un’umanità che solo la sensibilità di un intellettuale colto ed attento come Lucio ha saputo cogliere nei suoi più profondi aspetti.

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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