Il Mezzogiorno secondo i dati dei Conti Pubblici Territoriali

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riccardo achilli

 

 

Ogni anno, l’Agenzia per la Coesione Territoriale pubblica i dati sui Conti Pubblici Territoriali, uno spaccato molto interessante dei dati di entrata e di spesa delle Amministrazioni pubbliche nazionali, regionali e locali, e delle loro partecipate, che evidenzia, in termini finanziari, gli esiti delle politiche pubbliche di riequilibrio dei differenziali di sviluppo, sotto il profilo del loro impatto sui flussi di entrata e di spesa degli enti pubblici.

Con riferimento alla spesa territorializzata, gli ultimi dati messi a disposizione dal Sistema dei Conti Pubblici Territoriali, riferiti alla serie storica 2000-2015 con anticipazioni al 2016 (tramite il cosiddetto “indice anticipatore”) evidenziano che,  dopo     il              consistente        sforzo   di            spending review degli   anni della            crisi,       la            spesa    totale    del                Settore                Pubblico Allargato[1], misurata in valori    pro capite costanti,        cresce   in            Italia      tra          il                2014      e il 2015               di circa  il              3,7          per cento,          attestandosi      nell’ultimo          anno     su           un valore di 14.567,12          euro      pro         capite   con una               netta     differenziazione tra aree             (15.801,51 nel                Centro‐Nord,    12.222,23            euro      nel Mezzogiorno).  La    crescita                della      spesa    totale    risulta                interamente      dovuta alla componente corrente, poiché quella in conto capitale, che racchiude gli investimenti, ovvero la spesa che fa da volano al riequilibrio dei fattori strutturali di ritardo di sviluppo dei territori, passa dal 4,6% del PIL nel 2000 al 4,2% nel 2015.

Gli squilibri territoriali rimangono evidenti: nel 2015, il 71,2% del totale della spesa del Settore Pubblico Allargato è infatti concentrata nel Centro-Nord. Solo il 28,8% va al Mezzogiorno, benché tale ripartizione rappresenti il 34,4% della popolazione italiana. Grave è anche il tracollo della spesa pubblica in conto capitale nel Mezzogiorno, che passa dal 7,6% del PIL nel 2009 al 6,9% nel 2015, nonostante l’effetto espansivo garantito, in quest’ultimo anno, da un fattore eccezionale, ovvero la chiusura del ciclo 2007-2013 dei fondi strutturali. Al netto dell’anno 2015 e del citato fattore “una tantum”, la spesa pubblica in conto capitale pro capite del Mezzogiorno rimane sistematicamente inferiore a quella del Centro Nord lungo tutto il periodo 2000-2014. Il divario della spesa in conto capitale fra macro aree è ancora più grave, in termini idi prospettive di catching up del ritardo di sviluppo del Sud, in ragione del generalizzato calo della spesa pubblica per investimenti, legato alle esigenze di spending review.

L’analisi per settore di spesa totale evidenzia un divario fra Mezzogiorno e Centro Nord in tutti i comparti. Particolarmente pesante è il gap nella sanità, nelle politiche sociali, nelle infrastrutture e nei trasporti, ovvero nei gangli fondamentali che incidono sulla qualità della vita della popolazione, così come anche nella spesa per attività produttive, quindi nella capacità di impatto delle politiche direttamente rivolte allo sviluppo locale. Peraltro, all’interno di detto settore, la spesa destinata allo sviluppo turistico è piuttosto bassa e decrescente negli anni (nel 2015, è pressoché dimezzata rispetto al valore del 2000, e nel Sud la spesa turistica pro capite è pari a meno della metà rispetto al Centro Nord), nonostante la centralità di tale comparto per le prospettive di sviluppo di molte aree del Meridione, che non hanno i fattori localizzativi per poter ambire a processi di industrializzazione.

Solo la spesa per ricerca, conoscenza e cultura è in linea con quella del Centro Nord, anche se nel contesto di un livello generalmente molto basso per tale settore vitale (il cui livello di spesa è inferiore a quello che si eroga per il mantenimento dell’apparato amministrativo generale, essenzialmente spesa ordinaria per personale e acquisti intermedi del sistema pubblico). Il solo comparto della cultura subisce un calo di spesa pro capite, ad euro costanti, dai 190 euro per abitante del 2000 ai 120 del 2015. Per il Mezzogiorno, tale dato è di soli 95 euro nel 2015, dai 140 del 2000, ed è quasi interamente alimentata da risorse aggiuntive, cioè da fondi strutturali, che costituiscono, per il Meridione, la fonte pressoché unica di finanziamento della cultura.

La divaricazione territoriale della spesa pubblica in conto capitale del Mezzogiorno si aggrava nel 2016, in base alle prime anticipazioni dell’indicatore anticipatore. Le       stime    per         il              2016      registrano una  contrazione       della      spesa                in            conto    capitale                della     PA,         con        una        variazione negativa        di            circa       il              6                per         cento.   A             livello    territoriale,        la contrazione è               tutta      da imputare al Mezzogiorno (-17%), mentre il Centro Nord mantiene valori stabili rispetto al dato del 2015. Evidentemente, già nel 2016 l’effetto straordinario della chiusura del ciclo 2007-2013 sulla spesa delle Regioni del Meridione tende ad esaurirsi, riportando il Sud sul trend calante degli ultimi 14-15 anni.

E’ impossibile non vedere in tale quadro informativo il riflesso di un sostanziale disinteresse verso il riequilibrio del gap di sviluppo storico del Meridione, tanto più che è sul versante delle Amministrazioni centrali che si riscontra il maggior calo degli investimenti pubblici nel Sud. Si tratta, evidentemente, del riflesso di una scelta politica ben precisa, che si riscontra anche nella pressoché totale assenza del Mezzogiorno nei programmi politici delle principali forze politiche (ad es. nel contratto di governo dell’attuale maggioranza parlamentare). Nel declino complessivo del Paese, che “meridionalizza” intere aree del Centro Nord, affette da declino industriale, crescita della disoccupazione e del disagio sociale giovanile, degrado urbano ed infrastrutturale e penetrazione di organizzazioni criminali di stampo mafioso, sembra essersi affermato un approccio di politica economica di tipo “difensivo”, nel quale le risorse sempre più scarse vengono redistribuite sulla base di pressioni più o meno forti di lobby territoriali in una logica di contenimento del ritmo del declino di aree un tempo “forti”, rinunciando a vedere nelle regioni a ritardo di sviluppo il serbatoio di potenzialità favorevoli per l’intera economia nazionale, come insegnava il meridionalismo storico. Tale tendenza fa il paio con la formazione di analisi sbrigative, e molto pericolose, per le quali lo sforzo di investimento pubblico nelle aree a ritardo d sviluppo si concretizzerebbe soltanto nel mantenimento di consorterie di assistenzialismo, e quindi costituirebbe un spreco di risorse. In realtà, tale approccio, se portato all’estremo, abbandonerebbe il destino del nostro Mezzogiorno alle sole forze di mercato che, come noto sin dai fondamenti del pensiero economico territoriale, tendono ad allargare i divari di sviluppo, perché concentrano le risorse nei poli produttivi più dinamici nei quali è possibile attivare le causazioni circolari cumulative di Myrdal.

Se però ragionassimo sull’entità di risorse inutilizzate che ristagnano nel Mezzogiorno senza un adeguato utilizzo economico, a partire dai tanti giovani senza prospettive lavorative, potenzialmente così preziosi, se inseriti in un circuito produttivo, in un Paese a demografia declinante, alle potenzialità in settori come l’agroindustria, il turismo, la logistica, fornite dalle connotazioni stesse del territorio, recupereremmo una strategia di rilancio dell’intero Paese a partire dalla valorizzazione degli input di sviluppo meno valorizzati, e quindi maggiormente sprecati, in termini di efficienza del sistema.

 

[1] Ovverosia l’insieme delle Amministrazioni pubbliche centrali, regionali e locali, ivi comprese le aziende pubbliche

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).


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