IL NOVECENTO A POTENZA

0

LUCIO TUFANO

 

Le drogherie sono zeppe di coloniali, di spezie, di zuccheri e di essenze, di liquori e di lievito di birra, di sapori e di spiriti, di naftaline e di biscotti …

            I negozi vivono del piccolo commercio, dei prodotti agricoli e dell’artigianato, alimentari come Maddalone e Mastrangelo, Nasoscazzato, chincaglierie come Caggiano, Di Pietro, parrucchieri, fotografi, Corrado e Giocoli, negozi di arredamento e colori …  

            Le vetrine sono più numerose, moderne ed allettanti al centro, all’avanguardia dell’esposizione.

            Rispetto ai finestroni del Municipio e della Prefettura ed in genere degli edifici adibiti ad uffici pubblici, la fiaba delle contrade e dei contadini, suona eresia per le denominazioni: Poggio Tre Galli, Cacabotte, Malvaccaro Cugno del Finocchio, sconvenienti rispetto alla toponomastica patriottarda e risorgimentale, nobiliare insomma, di una città che fa pompa della sua altezza a capo della valle del Basento.

            Se è vero che ogni città implica staticità nelle sue forme strutturate e dinamica nella sua storia, è anche vero che Potenza più che “dire” il suo passato, lo contiene.

            Lo contiene nel suo centro storico, cuore e baricentro del suo equilibrio topografico, bussola delle latitudini e delle longitudini urbane, balcone, barbacano e balaustra delle case e delle chiese.

            Esistente e progetto, segno insieme delle strutture sociali, esito delle circostanze determinate, testo dei microcosmo che pensammo universo.

            Oggi sentiamo il bisogno di entrare nelle epoche come negli specchi con cornice, nella prospettiva dei quadri, delle pitture ad olio, negli interni e nei passaggi di Squitieri,  di Giocoli, di Michelino Pergola, di Castaldi, di Masi, Gerardo Corrado e di altri artisti.

            Ci amareggia il fatto che un passato popolare e creativo sia andato distrutto nelle burrasche degli eventi, nella patologia piccolo-borghese, nella paranoia dei modernisti, nella fretta di coloro che vogliono cancellare ed imbrattare, nella demente furia dei cataclismi naturali come i terremoti.

            Abbiamo ancora nel nostro centro storico i vicoli, le arcatine, le finestrelle ed i balconcini, le architetture sghembe, curve, che ci ridanno il giusto scenario del nostro teatro, gloria e misura di uomini vissuti col piede nella piazza e l’occhio alla campagna.

            Abbiamo perduto “il grande archivio del vicinato” che dava alle famiglie senza blasone e senza storia il dagherrotipo di gruppo alle pareti, i ritratti giganti.

            Abbiamo visto dissolversi mobili rudimentali, usci, vecchi comò, sedie impagliate e cassepanche, ambienti familiari, evocatori del passato. Non più un’osteria, una bottega da sellaio, un antro da maniscalco, una locanda, una drogheria, tutto si è rinnovato e sono scomparse del tutto le piccole saghe di titolari e gestori che nei caffè si tramandava la licenza di padre in figlio.

            E non è nostalgia per epoche tristi, per un genere di società dai forti contrasti di classe, bensì si tratta di un mondo che doveva gradualmente finire, morire di morte naturale senza precipitarne la distruzione e la scomparsa con l’alibi del progresso.

            Ecco che oggi tentiamo di ricongiungerci con l’ieri, nel tentativo di penetrare nel profondo mistero tridimensionale della medianità.Nelle taverne non c’era riposo, vi erano lampade. Spesso veniva il semi bagliore del “falò” a rischiarare la corte dei miracoli, le strettoie buie di accesso alle cantine, angusti porti di montagna, nei sottofondi della strada. Triminiedd di Salonicco, le mille ed una notte del baccalà potentino, cavatiedd e fasuli, lagane e ceci. Triminiedd, oste salgariano dai sapori acuti e solenni della Malaysia, acre soffio di aglio, aglianico e malvasia, oriente di Napoli, triminiedd, mani che tremano di sale, olio e conserva. Bassifondi di Largo Liceo, vico Addone, estuario di uscite, taverna primitiva, bivacco per i falciatori di Cerignola, paranze, cavalcature e masnadieri di Aversa, Ripacandida e Gorgoglione, pausa per quelli di Lavangone e Cerreta; noci e nocciolaie, luci a bicchierini nella festa degli scroppi e delle detonazioni.

            Le feste, con le occasioni di fiera o di mercato, brulicano di ambulanti, venuti a vendere le merci ed a regalare voci e gergo, facce e novità.

            Un mondo in gran parte contadino, formicolante nelle viuzze, nei vicoli, nelle scale, negli anditi, un povero mondo inquilino dei sottani. Un mondo di pochi borghesi con lo stemma sui portoni, di impiegati, di barbieri, quelli dei saloni, spiriti osservatori, mordaci presenze coniatrici di motti e di sfottò, custodi del gergo e della battuta, e del quale faceva parte l’indefinita schiera dei commercianti.

            Oggi non v’è grande città d’Europa che non dia la sensazione di volersi riconoscere, di voler palesare la propria identità, che non mostri nel suo più antico ventre le vecchie insegne di commercio, le sue soglie ottocentesche, gli stigli o gli stipiti di gloriosa nocemansonia. Da noi il prefetto fascista fece scardinare le porte in via Pretoria, ingombro alle sfilate, alle coreografie articolate del regime di gambali e gagliardetti, di labari a squadre. Fu il primo Attila del legno. Le rumorose saracinesche deturparono l’ingresso alle botteghe che si fronteggiavano e si contendevano l’occhio dei passanti. Infatti la gente vi si soffermava, scrutava dentro: omini ed omoni, vecchie zitelle, sensuali padroni del bancone e delle penombre, amministratori del santo patrono, coabitarono con piramidi di barattoli, in cima alle quali vi era la Madonna di Pompei, divina provvidenza per le tavole senza sugo.

            I commercianti di Potenza, personaggi neuro comici, abitatori degli spazi angusti, con i capelli arruffati, le lenti sulla punta del naso, le orecchie a sventola, buffi, usurai e scordaroli, barattavano le facce del re impresse sulle banconote e sulle carte da gioco, sleali scontatori di cambiali dalle perentorie scadenze.

            Una breve gerarchia dei “Panizza” era il mondo di Patania con i diplomi in cornice, il lampadario e gli armadi. Le alte colonne di cappelliere racchiudevano gli inverni in borghese.

            Il gorgonzola, il fiabesco mondo di carta oleata da Peppinuzzo Maddaloni. I lacrimevoli provoloni irraggiungibili sugli altissimi banconi. L’affettatrice veloce di Nino Mastrangelo sibilava rosette imbottite. Figlio di Stanislao, il Biagio Barra dei cappotti di pelliccia e di panno pesante, l’astrakan ambito di Gògol, Ignomirelli il mago dei gomitoli e delle matasse, aveva un androne di parche che filavano, tessevano gli scampoli variopinti negli scaffali aperti e dove la mazza-metro danzava sulle tacche misurate in centimetri. Stoffe variopinte, tele americane, popeline e cotone di Pietro Lamorgese. La naftalina tutelava l’integrità dei percalli. Caggiano dei rocchetti, delle calze e delle matassine. Tutti i bottoni di madreperla, variegati, di metallo e di stoffa tappezzavano le pareti.

            Alla grande saracinesca dell’Unica si appendevano i nani gestori, strani guardiani delle carte argentate, delle confezioni cromate, dei grappoli di mentine, delle filastrocche di frutta candita, delle bacchette, dei quadratini, dei coriandoli di liquirizia. Franculli, botti grandi come cavalli, bicchieri di lacrima–paglierina ed i portoni che furono scuderie per i signori e poi meandri per vasi di acre odore di mosto, di fumo, di voci, di simbologie gridate tra le bestemmie di “accio” e lupini e le bisunte carte napoletane. Gli orologiai, pazienti, assidui, puntigliosi, catturavano i minuti primi, i secondi e facevano combaciare la marcia delle lancette, nell’angusto quadrante, ai fusi orari della cronaca. Gli orologiai, giudici oggettivi che registravano i battiti del cuore-giocattolo (e parlavano l’esperanto), il tempo ecologico delle foreste, la piena del fiume, le metamorfosi di classe, gli eventi e gli accadimenti, il tempo “durata”, arco di traduzione della Storia, il tempo cronologico, logico, quello che segna lo sviluppo degli eventi.

            Lorenzo Costantino Topazio diplomato in fisica ed orologeria sperimentale all’Istituto “Schurzvanzen” Saint Imier – Svizzera. L’occhio slargato dall’uso del monocolo sugli inquieti bilancieri, bottega di via Pretoria, a Porta Salza, ebbe un primo brevetto per un orologio a pendolo con movimento verticale nel 1936.

            Lavoravano ancora 85 barbieri, prima che il sisma del 23 novembre 1980 scuotesse i vecchi edifici e facesse chiudere i vicoli. I saloni creparono sotto il peso dei solai e dei palazzi. Ma a via Pretoria si affacciavano a sbattere gli asciugamani, e dentro i portoni lavoravano i calzolai; i bastai odoravano di cuoio, ed i negozi di Guttieri, dei fratelli Santoro e dei fratelli Florio erano un’occasione di incontro con la campagna operativa, con quella agricoltura della fatica e dell’ardimento che caratterizzava la nostra fondamentale economia.

            Ecco perché il centro storico è la parte dove si sono svolti i fatti della città, piccoli o grandi, per le piazze nelle quali dilagò il Fascismo ed ebbero luogo gli eventi.

            In esso ebbe ricettacolo il gergo del padre e della madre, della famiglia e degli amici, si svolse la tradizione eroica dei camerieri “piedi piatti”, delle tazzine di caffè con schizzo, dei cocchieri con carrozze ferme sul muraglione.

            La prosopopea media e piccola dei portoni e dei palazzi, ma anche la frugale sovranità di contadini e sottani, dei venditori ambulanti di scampoli a spalla e tappeti, con ombrelli aperti e rovesciati per merletti, fazzoletti e calze, venuti da Noicattaro e da Minervino Murge e, poi divenuti i grossi empori di via Pretoria. Stoffe colorate del deca, droghieri e mercerie, farmacie: “tonico per il pene” e per le vie biliari, venditori di occhiali e binocoli, “calzature” dall’Americana e da Boccia venditori di gomitoli, matasse, ombrelli e guanti, schiera infinita di esercenti a posto fisso. Empori e bazar (Bazarri), beni culturali, alcuni a cielo scoperto, altri con tetto e muri stipati di scaffali, magazzini e mostre; una tradizione levantina che proviene dal gran Bazar di Costantinopoli. I grandi magazzini del millenovecentoventitré, f.lli Giugliani, con ingresso e vetrine moderne, pelletterie e cravatte e con salotto liberty.

            Negli empori si vendeva di tutto, articoli diversi ed oggetti senza la regolamentazione merceologica.

            Affinché ogni bisogno di beni fosse facilmente soddisfatto, negozi e servizi si disposero lungo la via principale, come le botteghe di un’antica necropoli: gli alberghi, il diurno, gli alimentari, i ristoranti, i tessuti, gli ottici ed i fabbricanti di chiavi.

            La città fisica fu la trascrizione della città sociale ed in quanto tale, essa espresse la propria diversità dalla campagna, dalle contrade come insediamento legato all’agricoltura … La “vita urbana” nacque con le funzioni direzionali, amministrative e politiche; con l’uscita dal modello economico chiuso e la lenta circolazione di capitali per la gestione di una centralità amministrativa e commerciale

sulla campagna, dotandosi di quei servizi che non potevano predisporsi al di sotto di certe soglie demografiche.

            Ecco allora che il passaggio dal piccolo aggregato urbano fu più qualificativo che quantificativo. Le attività si dislocarono nella compagine urbana in modo diverso secondo fattori concomitanti ed anche spesso in conflitto tra loro. Non sempre le funzioni più pertinenti conquistarono la posizione di centralità, ma quelle più ricche e prevalenti. Perciò la distinzione tra centro e periferia, la rendita di posizione, le differenze tra vie e vicoli, piazze e rioni popolari, tra città e borgo. La campagna incalzava da Portasalza, presidio di fabbri-maniscalchi come i fratelli Cichidd, da via Angilla Vecchia, dall’arco di S. Gerardo, con il palazzo Scafarelli, affianco al Vescovado, da S. Rocco con i fabbri Piro, ed entrava nelle vie per l’acquisto di attrezzi e di cereali, di cartucciame e polveri, di petrolio e zolfo in via Roma, o da Michelangelo a S. Michele, incontro di boccaporti dei “Ferramenta” di Camillo Santoro e fratelli, di Florio e Guttieri e dei “Mulini” di Calvi e Benvignati. Indugiava sulle porte, con pollastre ed uova, con i prodotti ortofrutticoli, e poi nelle cantine di mezzogiorno, fervevano le piccole attività di Gattucci ed Avena per deposito di ghiaccio e fabbrica di gassose; e per l’abbigliamento le modiste si sono susseguite quasi sempre negli stessi locali: Pellicone, Rosa Pietrafesa e le signorine Brucoli, esponevano feltri e cappellini a colori, corredati di piume, penne e spilloni di corallo e madreperla. L’Industriacalze di Petilli Michele ci legò alle operose industrie del magico nord, e Pappacionn’, don Ernesto Balzano, aranciata, spremuta e limonata nel 1923, primo distributore automatico di bevande appena arrivato dall’America. Una transizione lenta, metamorfosi graduale per una città che da agricolo-burocratica diventava burocratico-terziaria. Un centro storico ancora non proiettato nel futuro, un caos spaziale entro cui il bisogno di realizzare il vicolo e le porte non ha trovata la sua dimensione e per cui gli “spiriti” non potevano raccontare la loro storia.

            Una cosmonave che vaga nello spazio di una città che è ormai un altro spazio e dove i centri di vita fanno parte di un altro pianeta costruito dagli umanidi che tentano di far vegetare altre forme di vita, giacché oggi la specie del centro antico sembra estinta.

Lucio Tufano ( FOTO TRATTE DALLA PAGINA FB POTENZA D’EPOCA)

 

Condividi

Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
“Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce).
Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987.
Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Lucio Tufano, “Il Kanapone” – Calice editore, Rionero in Vulture.
Lucio Tufano “Lo Sconfittoriale” – Calice editore, Rionero in Vulture.


Lascia un Commento