IL PARADIGMA DELLO SVILUPPO LOCALE: ELEMENTI DI RIFLESSIONE

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RICCARDO ACHILLI*

Da che esiste il regionalismo, ci si interroga in sede accademica e politica su come generare sviluppo locale sul territorio, laddove tale espressione, che assume significati plurimi e talvolta sfuggenti, può definirsi come un processo di sviluppo produttivo, occupazionale, culturale e sociale autopropulsivo, basato cioè su “potenzialità” del territorio, o vocazioni dello stesso, non appieno valorizzate. Le vocazioni sono, in termini generali, le traiettorie di sviluppo concretamente percorribili dal territorio, perché coerenti con le preesistenze produttive, di qualificazione professionale, di cultura produttiva ed economica locali, con il genius loci, per così dire. Per sua natura, quindi, lo sviluppo locale è “bottom up”, cioè massimizza le risorse già sedimentate sul territorio, e minimizza gli interventi esterni o dall’alto, perlopiù limitati a generare occasioni di messa a valore di tali risorse del luogo.

Un conference paper di Everardo Minardi (2011)[1] contribuisce a mettere in file virtù e difetti di tale concezione dello sviluppo. L’autore si interroga sul significato da dare al concetto di sviluppo locale, laddove si esca da un paradigma sviluppista tradizionale, perlopiù incentrato su investimenti di tipo industriali mirati alla massimizzazione della crescita, ovvero del valore aggiunto e del numero di occupati.

Il tentativo è evidentemente quello di ampliare il concetto, per tenere conto di aspetti legati ad una maggiore partecipazione dal basso ai processi decisionali, alla qualità della vita, alla prevenzione dei conflitti sociali e distributivi tramite una più equa partecipazione ai frutti dello sviluppo, alla salvaguardia dell’ambiente e dei beni comuni. In questa concezione più ampia, lo sviluppo locale incentrato sui processi di crescita economica sperimenta critiche sempre più incisive in ordine ai fenomeni di abbandono del territorio, fuga dai centri tradizionali della vita comunitaria, emarginazione progressiva delle zone interne, indebolimento della struttura demografica e sociale di aree marginali, disparità distributive e sociali crescenti, creazione di quei fenomeni di “centro” e “periferia” che, metaforicamente, attraversano anche la vita sociale e sono, tra l’altro, alla base di processi politico-elettorali di disgregazione delle tradizionali divisioni destra-sinistra, riconnettendosi ad un conflitto fra emarginati ed inclusi nei processi di sviluppo del post-capitalismo globale e finanziario.

Tali fenomeni sono, per così dire, immanenti ad un orientamento basato sul mero concetto di crescita quantitativa, perché ne rappresentano le ovvie conseguenze in termini di ricerca di competitività. La polarizzazione sulla crescita nelle aree più competitive ne ha poi determinato uno sfruttamento intensivo delle risorse (materiali, umane, infrastrutturali, ecc.) ed una massimizzazione della loro messa in efficienza a partire dalla quale fenomeni di congestionamento umano ed ambientale, migrazioni dalle aree meno sviluppate, limiti fisici ad una ulteriore crescita, aumento dei costi di svolgere attività imprenditoriali in un territorio dove vi è un eccesso di domanda di fattori produttivi rispetto all’offerta hanno generato inevitabilmente uno spostamento del focus della crescita su altre aree, generando disastrosi processi di deindustrializzazione, con enormi costi umani, ambientali, di degenerazione urbana e di cultura locale, affetta da processi di demotivazione di lungo periodo, non facilmente invertibili, legati alla perdita di identità economica derivanti dalla destrutturazione del modello di specializzazione produttiva.

Occorre quindi ripensare i driver dello sviluppo locale, in un sistema economico non più centrato sulla sola industria, in cui al concetto di crescita si sono associati elementi di sviluppo più ampi, e dove lo stesso termine “sviluppo” tende ad essere sostituito con “comunità”, ovvero non più processi di sviluppo locale, ma processi di costruzione di una comunità locale. Ciò sposta il focus dai fattori di crescita economica alle componenti valoriali, relazionali, generazionali di una comunità che è il protagonista del proprio sviluppo, non solo il destinatario passivo dei suoi effetti positivi e negativi.

Dentro questa nuova dimensione entrano nuovi fattori produttivi: accanto al fattore lavoro ed al capitale, entrano la qualità e l’intensità delle relazioni sociali, il grado di fiducia reciproca fra i soggetti, ovvero il “capitale sociale”, che abbassa i costi di transazione e velocizza le negoziazioni economiche, la qualità della vita, che ha effetti sulla produttività e la capacità di attrazione di competenze rare, il bacino di saperi e conoscenze “embedded” nel territorio, base per qualsiasi traiettoria di sviluppo innovativo. Ma anche il grado di partecipazione dal basso ai processi decisionali e di pianificazione, che consente di limitare i conflitti sociali legati a determinate scelte di sviluppo e la solidarietà sociale, che può spingersi fino al dono (rispetto al quale si è sviluppata una teoria economica specifica) come meccanismo per coinvolgere ampie porzioni di società nei processi evolutivi, evitando di creare aree di emarginazione che finiscono per mettersi in contrasto o divenire risorse non valorizzabili.

Senza voler assumere punti di vista decrescisti e quindi mantenendo un approccio che miri all’integrazione dei territori nell’economia di mercato, è evidente che la sola guida della competitività produttiva non basta più, né è sufficiente un punto di vista quantitativo che misuri la dotazione di fattori produttivi in termini di numeri. La smaterializzazione e riorganizzazione delle filiere e delle catene del valore impongono una maggiore attenzione a fattori immateriali di qualità del territorio (quindi bacini di conoscenze, identità culturali come indicazioni delle vocazioni locali, quindi della direzione, settoriale o tematica, verso la quale orientare lo sviluppo, qualità della vita, capitale sociale e relazionale) ed a una maggiore presa in considerazione del ruolo attivo della comunità, abbandonando approcci individualistici tipici della massimizzazione dell’efficienza d’uso delle risorse, con i connessi effetti negativi di distruzione delle potenzialità locali sopra evidenziati, in nome di uno sviluppo comunitario dove le scelte devono necessariamente coinvolgere la collettività, ed essere da questa percepite come vantaggiose.

I principi della Parecon (participatory economics), dell’economia del dono, la capacità di stipulare patti formativi locali che orientino, sin dalla formazione scolastica, verso le competenze necessarie per imboccare una strategia di sviluppo settoriale di lunga lena, la presenza di meccanismi redistributivi ed equitativi, la tutela dei fattori non riproducibili se danneggiati (come l’ambiente), la costruzione delle vocazioni di sviluppo in coerenza con l’identità culturale locale e con la specifica stratificazione di saperi e relazioni socio-economiche di quel luogo, diventano quindi gli ingredienti determinanti di un modello di sviluppo moderno e vincente.

[1] Virtù e paradossi dello sviluppo locale, giugno 2011, reperibile su https://www.academia.edu/32744354/Virtu_e_paradossi_dello_sviluppo_locale

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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