IL PARADOSSO DELLA CURA

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di Caterina Rotondaro*

 

La perfezione dell’essere umano si genera nel suo essere imperfetto. Le emozioni dominano ed agiscono anche nell’apparente agognata razionalità. Incredulità, disorientamento, ansia, dolore, paura, impotenza e rabbia sono elementi che delineano un sistema in cui si muovono le relazioni tra le persone al tempo del COVID-19. Un insieme di lettere e numeri che dettano una legge suprema sin dall’avvio di questo nuovo ventennio.

Echi di dolori lontani, numeri celebrati ogni giorno ed ogni notte dalla televisione, dai social-media, dalla carta stampata. Con il passare dei giorni quello che ci sembrava impossibile, un racconto quasi fantasioso inizia a diventare una pungente ed inaccettabile realtà; i numeri si trasformano in nomi; il nome e la sofferenza che lo accompagna, dona consapevolezza all’ascoltatore che sempre di più diventa attento perché quella realtà, prima lontana, lo sta travolgendo.

Le strade iniziano a svuotarsi e le case a riempirsi. La libertà inizia a vincolarsi. Il contatto cercato ed ambito sembra diventare “peccaminoso”. Oggi  “vicinanza” significa stare lontani gli uni dagli altri. Le famiglie chiudono le porte. Lo “straniero” deve rimanere fuori.

Riemerge la scoperta di quanto sia difficile stare insieme tanto, troppo tempo; contemporaneamente la bellezza della scoperta dello stare insieme.

L’attesa diventa il dominatore comune. La parola “speranza” diventa quella di assoluto maggior uso.

Le case diventano il luogo dove tutto si deve consumare: il lavoro, lo studio, il divertimento, lo sport, l’intrattenimento, il culto, etc. Gli spazi individuali si restringono sovrastati da spazi collettivi.

Si cerca spasmodicamente la cura; l’affidarsi a qualcuno che possa somministrare la cura. Ed ecco arrivare la paura quando emerge il paradosso dell’attuale consapevolezza dell’inesistenza di una cura che possa assicurare e garantire la vita. Ed ecco innalzarsi la rabbia che nasce dall’impotenza  che fa serpeggiare in tutte le menti sfiduciate il desiderio di una rivendicazione. Ma contro chi? Contro che cosa?

La città che mi ha adottato da circa venti anni, ha vissuto sino a qualche mese fa “la rinascita”, dopo essere stata piegata dalla vergona e per la vergona per lungo tempo, ha finalmente alzato il suo sguardo fiero oltre ogni orizzonte, perché la storia gli ha riconosciuto il ruolo ed il posto a lei da sempre destinato. Da diversi anni tutto il mondo ha iniziato a conoscere un luogo magico in cui il passato ed il futuro si sono incontrati creando il giusto connubio, per far vivere un presente mai sperato. Ora era arrivato lo sguardo del mondo; ora erano arrivate le genti del mondo incuriosite da visioni ancestrali di quello che è stato ed ora è conservato nelle membra della pietra, del tufo.

Da venti anni ascolto la parte meno “comoda” di questa comunità, la parte più disfunzionale fatta di tanta sofferenza, problemi di ogni genere e spesso poco propensa a dispensare sorrisi. Ma in questi ultimi anni anch’essa contagiata dalla fierezza, dall’orgoglio di appartenere ad un luogo, ad una terra dispensatrice di promesse per una vita attuale e futura migliore.

Dal più giovane al più anziano hanno partecipato a processi mai pensati. I luoghi più suggestivi della città sono diventati set cinematografici a cielo aperto; i volti di questo popolo, che hanno disegnato il perimetro dell’azione di star del cinema internazionale, hanno fatto il giro del mondo alimentando una speranza.

La speranza è un forte motore emotivo che innesta movimenti evolutivi positivi.

Nei racconti di ogni paziente e utente ho riscontrato, per almeno una volta il riferimento al periodo storico-culturale che il contesto di appartenenza stava vivendo; è sempre stato ben evidente l’effetto più o meno intenso del “contagio culturale” determinato dalla designazione di una tale città e della sua intera comunità a capitale della cultura; tale contagio si manifestava con un’evidenza direttamente proporzionale alla partecipazione personale dell’individuo. I problemi ascoltati sono stati tanti e sempre più diversi. Il bisogno dell’ascolto, per accogliere sofferenze inenarrabili, se non in setting protetti, è sempre più dilagante e la società che “abitiamo” sempre più complessa, per grandi e piccini. La “liquidità” che ormai gli appartiene origina disorientamento e richiede plastiche capacità adattive in cui è sempre più elevato il rischio di costruire falsi se.

Mentre il rumore e lo stordimento per un’esperienza, prima che culturale e storica, sociale ed emotiva, si trasforma per divenire fattore propulsivo e strutturale della vita di una comunità, ecco arrivare un invisibile e terribile nemico dell’intera umanità, che stravolge quel nuovo, apparente equilibrio che albeggia all’orizzonte.   

Repentinamente le aperture si trasformano in chiusure, le strade in cunicoli, le case in potenziali prigioni. Adesso bisogna difendersi trattenendo il respiro, bloccandolo con maschere che trasformano i volti delle persone. Tutti si propongono al mondo attraverso i loro occhi ed il loro sguardo, parte più visibile in questo mascheramento non più carnevalesco. Che cosa incredibile!!!! Siamo ritornati alla nostra origine, ci stiamo riappropriando della nostra parte più infantile in cui gli occhi e lo sguardo ci hanno assicurato nutrimento, protezione, comprensione, sopravvivenza. Ora paradossalmente questa condizione si identifica con un “trauma” la cui fase acuta è condivisa da tanti. Ma quante saranno le drammatiche, dolorose conseguenze?

Il lavoro di trincea mi appartiene; lì si concentra quotidianamente gran parte del bisogno della città; in questo luogo si arriva piangendo, urlando, manifestando la propria rabbia per la condizione vissuta, chiedendo aiuto; i telefoni squillano senza sosta; le reazioni delle persone sono strettamente correlate alle risposte date alle loro domande; i colloqui e le conversazioni si chiudono sempre con un grazie o con una imprecazione o con una parolaccia. La trincea viene avvolta all’improvviso dal silenzio e per qualche giorno gli accessi si interrompono, i telefoni diventano un suono fievole; le strade diventano deserti e le case piccole comunità. E’ palpabile la presenza del virus, la paura che diffonde. Tutti i problemi dell’esistenza sembrano all’improvviso essere meno importanti di fronte alla minaccia alla propria vita. Questa città è abitata da una comunità ligia, che rispetta la regola “dell’isolamento”. Il pensiero comune è la speranza di un termine imminente dell’allarme. Ma l’allarme non cessa e la gente inizia a parlare, non scende in strada ma si affaccia alle finestre, urla, canta, è sempre più attiva sui social. I telefoni della trincea squillano nuovamente, incessantemente e la disperazione e la rabbia diventano dilaganti e sempre più incontenibili. La gente ha bisogno di tutto. Sopravvivere per tanti sta diventando difficile. Oggi in troppi non hanno più lavoro e le promesse o il diritto al non abbandono non confortano. L’impotenza e la speranza si alternano e spadroneggiano segnando gli argini di una grande fiume di rabbia la cui foce non è assolutamente visibile.

E’ difficile gestire un trauma collettivo, le emozioni altrui che invadono la mente di chi ascolta e che non possiede l’immunità dal virus, ma come tale viene trattato.

Tutti si aspettano soluzioni che non arrivano, cure che sembrano ancora lontane.

Il futuro ha accorciato la sua prospettiva. Le soluzioni ai problemi prima del virus non hanno conservato la loro validità. E’ diventato ormai necessario pensare a processi di “ricostruzione”, di riorganizzazione, alla luce anche di confini molto vicini. E’ necessario ripensare ad un nuovo modo di stare insieme, di parlare, d’incontrarsi, di lavorare, di vivere. E’ necessario trovare la “cura”. E’ necessario ripensare la nostra speranza.

Ce la faremo.  È diventato lo slogan del momento, che racchiude la speranza di chi vuole e può continuare il suo cammino. Ma questo slogan si svuota di valore e si riempie quotidianamente di dolore al pensiero di chi non ce l’ha fatta.

* Psicologa e Psicoterapeuta

 

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,

ed io, avrò cura di te.

…”.

(Franco Battiato, 1996)

 

 

Biografia breve

Caterina Rotondaro, Psicologa e Psicoterapeuta. Già Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Potenza. Perito del Tribunale di Matera. Esperta delle Politiche di Welfare. Responsabile del Servizio delle Politiche Sociali e per il Welfare del Comune di Matera dove coordina il Centro delle Famiglie e tutti i servizi alla persona. Referente per il Comune di Matera delle Politiche di Genere e dei Servizi per le donne vittime di violenza.Presidente dell’Associazione ANDE (associazione Nazionale Donne Elettrici)-Sezione di Matera. Presidente dell’Associazione “Psicologi-Matera Capitale”- ONLUS. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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