Il “Partito del reduce”, Felice Scardaccione e la sua crisi ideologica

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la mia storia della citta’

LUCIO TUFANO

 

 

          I reduci, delusi dalla disastrosa sconfitta, rientrati in patria, con famiglie distrutte o da mantenere, si organizzano. Viva Trieste italiana! Il Comitato Provinciale affigge manifesti in cui si parla di patria e di fratellanza.

Per opera del reduce Felice Scardaccione furoreggia una vasta opera di reclutamento. Nasce Il Partito del Reduce. Li ha chiamati a raccolta un ex combattente di Al Alamein, avvocato, uomo dinamico e intelligente che nell’ottobre del 1945 ha già costituito il primo comitato reduci in Italia. Dopo pressioni e richieste esercitate sulle autorità della città, Felice Scardaccione ottiene, per avvenuta requisizione un locale al n. 236 di via Pretoria e nel quale “tutti hanno diritto – scrive in un suo documento – di gridare la propria rabbia e di pretendere la difesa dei propri diritti, giacché gli ex combattenti rappresentano, rientrati nelle proprie case, uno dei più miserevoli aspetti di quella parte di popolo più numerosa e più bistrattata[1].  

Osteggiato da un gruppo riottoso nella competizione interna al movimento da lui creato, Scardaccione si candida, come presidente dei reduci, nella lista dell’Uomo Qualunque assieme a Francesco D’Alessio, Rocco Cristalli, Donato Sanità (medaglia d’oro e grande invalido di guerra), Edoardo Stolfi, partigiano e condirettore del quotidiano “Buon Senso”, Gabriele Verri (superdecorato e grande invalido di guerra) (giugno 1946).

La Direzione Provinciale de “Il Partito del Reduce” con circolare n. 416 avente per oggetto le elezioni per la costituente, in data 27 maggio 1946, comunicava a tutti i delegati comunali come, non avendo potuto presentare una lista propria per la Lucania e dovendo appoggiare una lista dell’U. D. N. il cui capolista è il conterraneo F. S. Nitti, reduce dalla prigionia e presidente onorario del partito, invita i reduci a votare per Nitti, Vito Reale, Francesco Cerabona, Bruno Gioia, Raffaele Ciasca ed altri …

Nella circolare si precisa – da parte dell’estensore, delegato provinciale Benedetto Corbo – come “il reduce Scardaccione non abbia più nulla a che vedere col movimento né col partito del reduce …”.

Nel corso del 1947 le sedute del Consiglio Comunale della città sono agitate. I nomi dei consiglieri corrono lungo le colonne de “Il Popolo di Lucania”, diretto dall’avv. Enrico Ajello. Si tratta di democristiani, socialisti, liberalqualunquisti, comunisti e reduci. I nomi vanno da De Bonis (sindaco), Cuscino, Smaldone, Boccia, Ferrara, Laraia, Marotta, Merenda, Sivilia, Scognamiglio, Vinci (De Filpo e Campagna, appena deceduti), a Marsico, Vaccaro, Grimaldi, Misuriello, Basentini, Fantozzi, a Blasi, Calvi, Galasso, Morlino, a Montemurro, Giordano …

Il 24 novembre del 1947 ritroviamo Felice Scardaccione, nelle file del PCI e nelle elezioni del Comitato Direttivo dove riceve 82 voti rispetto a Luigi Grezzi che ne riceve 61. Quel Direttivo è composto dai compagni Donato Logiudice, Giuseppe Sanza, Donato Capitella, Tarquinio Padovani, Franco Trillo, Salvatore D’Angelo, Michele Blasi …

È qui che l’inquietudine intellettuale dello Scardaccione, dopo lungo periodo di militanza e di attività politica nel partito comunista, trova il modo come uscirne a ragione dei metodi dispotici e della assoluta mancanza di democrazia e di umanità[2].

Il 18 novembre del 1956, a proposito dei noti fatti di Ungheria, Felice Scardaccione fa tappezzare i muri della città di manifesti “Non siamo più comunisti!”, in cui si invitano i cittadini ad aderire al costituito “Libero Movimento di Azione Socialista”, firmandosi come comitato promotore.

Ma la grande attrattiva che esercita il carismatico leader democristiano sui professionisti della città e della regione non lascia immune il nostro che aderisce alla politica della Democrazia Cristiana, ne diventa dirigente, si impegna nella attività sindacale nella direzione regionale della CISL e opera con impegno e grande entusiasmo nelle battaglie elettorali e congressuali delle due organizzazioni[3].

[1] Relazione del Presidente del C.P.R., già Presidente del Regionale Reduci. La Voce del 7-9-1947, “Aspetti e termini del problema del reduce”.

[2] Lettera di encomio e compiacimento del segretario provinciale della DC prof. Vincenzo Verrastro del 16 maggio 1963.

[3] “Il Mattino” del 21-11-56 riporta la notizia della uscita di F. S. Nitti dal PCI: «Ho guardato alla umanità che mi circondava, a quella che mi circonda, con animo colmo di altruismo. Qui sta il mio disinganno! Avrei voluto che il partito in cui ho militato fosse aderente ai principii che professa: vi ho notato il contrario, i metodi dispotici, autoritari, discriminatorii e calunniosi, senza tenere in alcun conto la personalità umana».

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
“Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce).
Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987.
Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Lucio Tufano, “Il Kanapone” – Calice editore, Rionero in Vulture.
Lucio Tufano “Lo Sconfittoriale” – Calice editore, Rionero in Vulture.


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