
LUCIO TUFANO
La lotta alle ingiurie e alle violenze del potere, di governanti, di dirigenti di azienda, d’ufficio, di partito è una fase della tregua, mai conclusa, tra il metus e la insecuritas.
La storia di Brenna, contadino-viticoltore di Rionero in Vulture, oscilla perennemente tra il polo del metus hominis, proprio dello status naturae e quello del metus rei publicae, proprio dello status civilis, e testimonia le interne esplosive tensioni, contraddizioni ed incongruenze della natura umana e della società.
“… È proprio il pessimismo dell’uomo a cogliere e a porre in rilievo, in tutta la sua portata, la paura nei confronti del futuro, della morte, degli altri uomini”.
Non è questa quindi una paura allo stato puro, non è il diapason che vibra al soffio appena percettibile e improvviso che fa abbassare le palpebre, sbarrare gli occhi, il soffio in viso della morte discola che gioca alla sorpresa, lo spiffero che fa spegnere la candela.
È il potere della paura ed è la paura del potere, l’effetto agnostico che il potere gestito dagli altri produce.
In verità non rivendica il potere come leva o strumento, reclama solo la parola, chiede il microfono al congresso del partito per annunciare che lui ha capito, che ha il suo sistema d’allarme, perché crede di aver intuito ormai che la scorza dell’invulnerabilità o il fulcro della vulnerabilità è nel partito, nel partito degli onorevoli e dei ministri, dei presidenti. Brenna pretende di sedere al tavolo delle Presidenze nei Congressi, ghermisce il microfono e scaglia sui delegati il suo drammatico messaggio di avvertimento: il monito, l’apostasia, il socialismo della paura e della premonizione, contro gli errori, le diaspore e le scissioni. Non fa che manifestare senza metafore, senza sottintesi, senza misura, questo insopprimibile suo bisogno di proporsi per entrare a far parte del meccanismo supremo del potere. Quello che organizza la pace. Intanto palesa la sua non fiducia, mostra di nutrire un evidente disprezzo dei detentori attuali di tali facoltà, specie a livello locale, che considera suoi antagonisti, sottomultipli del destino politico suo e degli altri, irresponsabili fautori della rovina generale.
Sembra che voglia penetrare nel sistema nervoso del mostro biblico, il Leviatano, e corroborarne le istituzioni, che voglia uno Stato forte, che può essere potenziato e reso forte solo con il suo ingresso. Vuole assicurarsi che lo Stato regga alla prova, perciò chiede concitatamente di farne parte.
Brenna urla, impreca, chiede la parola. Le sue arterie rischiano di scoppiare per la furia, la globulite rossa, l’afflusso di sangue che giunge al grande archivio delle rivoluzioni registrate nelle meningi, gli scaffali dei documenti e dei proclami, delle letture riflessive, dei microfilms immaginari.
Arteriosclerosi della rivolta? Il ribellismo è una sorta di ipertensione, di ictus di sinistra. La politica, le correnti, le vicende, le roventi liti dei socialisti lo elettrizzano al punto da sentirsi ago della bilancia. Lo Stato per Brenna è una macchina senza controllo, perchè i canali attraverso i quali vi si può pervenire, i partiti, sono ingolfati. Perciò è preoccupato ma è anche dotato di una tale fiducia di sè, da proporsi come aggiustatore ed esperto.
Per lui la pace è una mongolfiera, un pallone che potrebbe scoppiare con la sola puntura di uno spillo e nel momento in cui scoppia non è più una raffica di sottili pellicole di gomma, bensì è la disintegrazione dell’aria e dell’acqua, del fuoco eterno, è la controrivoluzione di Empedocle e di Eraclito, Brenna chiude gli occhi e serra le mandibole, afflitto dell’immane patema di un partito, di uno Stato che si inceppano …
Donato Brenna, nato l’8/3/1920, coltivatore diretto, è marito di Sciammaro Vincenza, coltivatrice diretta, robusta, dalla faccia colorita che lo segue imperterrita e invaghita, che chiede per lui la parola: “fatelo parlare ca ièdde è lu filosofo”, e che alza le dita in segno di vittoria. Da uno scrignetto Brenna caccia una chiave per aprire un cassetto pieno di documenti, proclami, appelli, invocazioni, ultimatum. Ha ricevuto lettere da Bonn e da Craxi, e dialoga quotidianamente con i grandi.
E come loro, questo personaggio epico e meditativo, irascibile, irato, irritato, atterrito, irritabile ritiene indispensabile, impellente, urgente la sua presenza presso il grande laboratorio del mondo ove si affrontano le decisioni importanti, ove si svolge l’attività eccelsa ove si tessono i destini della umanità.
No! Lui non può essere escluso dall’incontro dei ministri economici, non può non partecipare alla sezione dell’Onu sui gravi problemi del sud est asiatico o del Medio Oriente. Brenna è il Kissinger, Mc Namara, il Nixon, è il Gromiko di Rionero in Vulture. Quale potenza profetica, quale intuito, quale vaticinio. La verità è che il demone-disastro afferrerà i partiti, di lì a poco li stritolerà. Gli avvisi di garanzia fioccheranno, vi saranno arresti e suicidi.
Il partito socialista sarà preda delle inchieste giudiziarie, e il suo leader sarà condannato all’ostracismo. La partitocrazia subirà un freddo scossone di morte. La Prima Repubblica vacillerà sotto la martellante bufera degli attacchi giudiziari. Sarebbe stato opportuno, in quei frangenti, consultare il grande oracolo, il profeta delle sciagure politiche, la rivolta di Brenna contro il Leviatano della politica.