
GIUSEPPE DIGILIO
L’attesa sta per finire. Secondo i più informati, entro marzo, arriverà per i più bisognosi il famoso reddito di cittadinanza, il provvedimento economico e finanziario su cui il Movimento Cinque Stelle ha fondato la impostato la campagna elettorale di marzo
Un provvedimento ambizioso che, a regime, e sperando che non si crei nuova povertà per via dell’innalzamento del debito pubblico, aiuterà oltre 6 milioni di cittadini in povertà, con circa nove o dieci miliardi di euro, a cui si deve aggiungere almeno un miliardo per rimettere in funzione e potenziare i centri per l’impiego.
Cosa sono i centri per l’impiego? Sono quei luoghi fisici, ideali, che la legge Del Rio ha sottratto al controllo diretto delle Province. Sedi nelle quali si sarebbero dovute incontrare domanda e offerta di lavoro ma che, nella realtà, sono serviti ad altro. Precisamente non sapremmo dire.
Del resto è lo stesso Ministro Vice premier Luigi Di Maio che ammette la necessità di rifondarli con il finanziamento in DEF di un miliardo di euro. Insomma non pochi se si considera che, negli anni, i centri per l’impiego, hanno vissuto grazie a finanziamento pubblico in quanto strutture di emanazione provinciale- regionale. Un luogo in cui, nella realtà, si allestiscono bacheche con offerte di lavoro se e quando le aziende, poche in realtà, decidono di reclutare forza lavoro attraverso un ufficio pubblico. Si tengono elenchi aggiornati di persone con disabilità o iscritti in elenchi speciali.
Quasi come le agenzie interinali private, ma con meno possibilità di relazionarsi con domanda e offerta. Agenzie interinali che sono, invece, molto attive nella somministrazione di servizi alle imprese. E’ logico chiedersi che fine faranno dopo che lo Stato rimette in moto i centri per l’impiego. Effettivamente se un’Agenzia dello stato fa concorrenza alle tante agenzie private, un problema, sicuramente, si creerà. Salvo che, i Centri per l’Impiego, che in Basilicata sono controllati dalla LAB, agenzia regionale nata all’indomani della fusione delle due agenzie provinciali di formazione, APOFIL e AGEFORMA, non decidano di esternalizzare i servizi di somministrazione di lavoro. In questo caso, il miliardo chiesto da Di Maio in Manovra di Economia e Finanza, sarebbe un aiuto di stato a imprese private. Del resto l’Italia non è nuova a queste operazioni.
I numeri, però, sono ancora in via di definizione. Da un lato i Pentastellati e dall’altra la Lega che vuole una riduzione delle somme da utilizzare per questo provvedimento. Sette, otto miliardi sono più che sufficienti, per il Carroccio di Salvini. Se però il Movimento, nel 2019, volesse davvero centrare l’obiettivo dichiarato di integrare il reddito di 6,5 milioni di italiani fino a 780 euro al mese, somma che corrisponde alla soglia di povertà relativa indicata dall’Ue, di miliardi, ne dovrebbe cercare più o meno 60. Insomma una coperta molto corta.
Ammettendo che si volesse tenere in conto l’indicazione della Lega , potrebbe ricevere l’assegno di 780 euro al mese una platea formata da meno di un milione di persone. Salvo che non si volesse dare un aiuto al reddito ai 6,5 milioni d’italiani che vivono sotto la soglia di povertà, cui corrispondere solo 115 euro al mese. Una cifra persino inferiore ai circa 300 euro al mese che intascano oggi le circa 270 mila famiglie titolari del Reddito di inclusione, introdotto dal precedente governo.
Nessuna di queste ipotesi però si avvicina a quelle paventate da Di Maio. Sappiamo con certezza che, in queste ore, i tecnici del ministero stiano lavorando per mettere ordine ai numeri e alla modalità della misura. Una cosa è certa, Di Maio e il Movimento, su questo provvedimento, non intendono cedere di un passo.
Probabilmente la scelta di posticipare ad aprile l’emissione dei primi assegni mensili serve a risparmiare 4 mesi sul totale annuo da coprire in finanziaria. I problemi si rimandano così al 2020 quando, il Governo, dovrà trovare la somma per coprire tutti e 12 i mesi dell’anno. A questo punto, si dovrà necessariamente agire sul numero degli aventi diritto all’assegno mensile. Si potrà optare per condizioni di accesso che privilegerebbero il quoziente di povertà familiare e non quello del reddito personale di ciascuno, per esempio. Ma così, si ripropone il Reddito d’inclusione che c’è già e che oggi è percepibile per nuclei familiari con un Isee che non superi i 6 mila euro.
Dalle dichiarazioni Isee del 2017 pubblicate dall’Inps, però, si evince che solo 580 mila famiglie hanno quoziente Isee pari a zero, seguite da circa un milione di nuclei familiari tra zero e 3 mila euro e circa 650 mila tra i 3 mila e i 7.500 euro. Se appunto si volesse andare anche un pochino oltre la platea del Reddito d’inclusione, si dovrebbero coprire almeno queste prime classi di reddito, che sommate fanno circa di tre milioni di nuclei familiari. In questo caso l’importo medio del sussidio, solo per il primo anno, sarebbe di soli 300-375 euro.
Questi sono i numeri.
Ma, per la determinazione di chi dovrà accedere al reddito di cittadinanza, entreranno in gioco molti fattori. Le proprietà immobiliari, per esempio. Si spera possa essere esclusa dal conto la prima casa di proprietà, quella in cui vivono e per la quale molti ancora pagano il mutuo. A prescindere da questo, comunque, precisano da Roma, che la somma sarà versata su una carta di credito e che potrà essere utilizzata solo ed esclusivamente per l’acquisto di beni primari rispetto alle quali spese sarà “caricata”. Non sono contemplati, in questi beni primari, le spese per la casa, le utenze telefoniche, elettriche ecc. per il fitto sì.
Il lavoro quindi per i Centri per l’Impiego aumenta. Gli 8 mila impiegati nei 553 centri per l’impiego, dovranno, oltre che proporre fino a tre colloqui di lavoro, cosa di per se impossibile da realizzare perché, al momento, non esiste una banca dati nazionale sull’offerta di lavoro, dovranno controllare che le somme siano spese coerentemente con gli scopi per cui assegnati, vigilare perché lo stato di indigenza degli utenti sia reale e non fittizio, segnalare eventuali abusi da parte dei fruitori del Reddito di Cittadinanza che farebbe perdere loro ogni beneficio di legge. Tutto ciò in contrasto, evidentemente, con la normativa sulla privacy da poco approvate dal parlamento Europeo. Ma a questo può porre rimedio il solito anti europeismo che spingerebbe i cittadini a evocare un’apposita dispensa per i dipendenti dei centri per l’impiego.
Inoltre, per tutti i fruitori, ci sarà giustamente l’obbligo di rispettare ogni singola voce sottoscritta all’atto della richiesta di inserimento nel provvedimento anti povertà. E non sarà solo un obbligo morale. Le dichiarazioni mendaci o il non corretto utilizzo del reddito di cittadinanza, qualora scoperto, porterebbe alla perdita del beneficio e alla reclusione in carcere fino a 6 anni.
Un avvertimento a quanti stanno progettando un cambio di residenza di figli che si allontanano dalle famiglie, di mariti che lasciano le mogli, di proprietà che passano da una mano all’altre tutto per accedere al Reddito Minimo di Inserimento. Con il reddito di Cittadinanza sarà tutto più difficile.