IL “SENATORE DALLA SCARPE SPORCHE DI CRETA”: DECIO SCARDACCIONE, UN GRANDE MERIDIONALISTA

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Leonardo Pisani

DI LEONARDO PISANI

Meridione, meridionalismo, neomeridionalismo, declinazioni di un tema che rimbalza spesso, sopratutto adesso che si stanno togliendo molti veli ai criteri di spesa pubblica e alla sperequazione che essi alimentano, Argomento sempre più attuale, anche perché il Recovery Found, così consistente arriva con una indicazione di lavoro precisa : ridurre lo squilibrio tra Nord e Sud. Squilibrio che i numeri riflettono come in uno specchio:  il Mezzogiorno, a fronte di una popolazione del 34% rispetto a quella nazionale, ha  fruito di entrata statali per il 22,5% .  Da anni sembra che la nuova “Questione meridionale”  sia solo uno slogan, con qualche contentino ma non con un reale piano di sviluppo, che non può prescindere anche da misure sociali oltre che economiche. Quattro anni fa,per il Mattino di Foggia diretto da Antonio Blasotta, in occasione del centenario della nascita di un illustre meridionalista, scrissi questo articolo con il ricordo di un suo allievo Vito De Filippo, due volte presidente della Giunta regionale della Basilicata e sottosegretario di Stato e attuale deputato del Pd , un articolo  che ho ripreso ed ampliato per l’importanza e l’attualità che una visione meridionalistica riveste per il futuro del Paese. . Ci ritorno perchè la figura di Decio Scardaccione è ancora attuale e molte sue intuizioni sono ancora modernissime. Nato  a Sant’Arcangelo il 28 marzo 1917 dal barone Giuseppe Scardaccione e da Maria Latronico di Tursi, discendente di una antica e nobile famiglia lucana di proprietari terrieri, agli studi tecnici prima alla Scuola Pratica di Agricoltura di Eboli, poi  si diplomò all’Istituto Tecnico Agrario di Lecce. E poi con la laurea  nel 1943 in Agraria all’Università degli Studi di Bari, che ben presto lo portò a diventare docente universitario di Economia e politica agraria nell’Ateneo levantino.

Studioso e propugnatore di un “umanesimo”  anche nella programmazione economica, dove  il produttore, il coltivatore avessero un ruolo importantissimo e non solo valutando il mero profitto, Scardaccione si impegnò sempre e con intransigenza a favore degli stati meno abbienti. Negli anni 60 fu segretario generale della Confederazione nazionale del mondo rurale e dell’agricoltura, dove diede prova della sua professionalità e poi per il lavoro profuso a favore del mondo rurale e del Mezzogiorno fu  nominato Presidente dell’Ente di sviluppo di Puglia, Lucania, Molise ed Irpinia. Il suo rigore intellettuale e la sua coerenza lo portarono ad essere tra i più equi realizzatori della riforma agraria e ricoprì tale carica di Presidente dell’Ente di Riforma Agraria fino al 1968, quando, al termine delle elezioni politiche dello stesso anno, venne eletto al Senato nel collegio di Corleto Perticara.

Nella sua commemorazione nel 2004 ad un anno della sua scomparsa, avvenuta il 29 marzo 2003,  Francesco Delfino già Crpe lo definì il pioniere della programmazione economica in Basilicata con queste parole: “ Scardaccione stava  parte dello sviluppo diffuso, della difesa della piccola impresa coltivatrice, dell’allineamento delle condizioni di vita civile del mondo rurale a quelle del mondo urbano. E arriviamo così alla vicenda della programmazione lucana, alla metà degli anni ’60, con la decisione del governo di Centrosinistra, che aveva fatto della programmazione economica  la sua bandiera. Si istituisce, in ciascuna delle 15 Regioni a statuto ordinario, un Comitato per la programmazione con il compito di delineare – congiuntamente agli organi delle già esistenti 5 Regioni a statuto speciale – le articolazioni del Programma nazionale, svolgendo di fatto anche un lavoro preparatorio delle futuro Stato regionale”. E da economista e meridionalista ebbe vivaci scontri dialettici con altri meridionalisti come Malio Rossi Doria che come intervento principale per la Basilicata proponeva un demanio silvo-pastorale mentre come ricorda sempre Delfino, Scardaccione “Anzi era sua ferma convinzione che partendo di lì o comunque lì saldandosi, con le azioni opportune, sarebbe stato possibile far penetrare la trasformazione produttiva, e con essa lo sviluppo, anche nei fondovalle interni dei quattro fiumi che sfociano verso il Metapontino. Insomma, per Scardaccione l’acqua era “il motore” dello sviluppo diffuso, sicuramente per l’agricoltura in Basilicata,che con quel prevalente profilo planimetrico e con quel regime di precipitazioni altrimenti non avrebbe avuto alternative, ma lo era certamente anche per la vicina Puglia, sua transitoria regione di adozione. Nacquero così la teoria, il modello degli itinerari di sviluppo,  attorno ai quali fu costruito tutto lo schema regionale di programmazione lucano”. In politica entrò con l’elezione al Senato durante la V legislatura nel 1968 e fu senatore nella VI e VII  – dove su sottosegretario agli interni con i governi Moro IV e V dal 1974 al 1976- e nella VIII e IX. Poi fu presidente dell’Esab, incarico svolto con estrema serietà tanto da subire nel 1988 un attentato da parte della criminalità organizzata.  E da senatore la sua famosa frase;  “La Basilicata – affermò con perentorietà – fino a quando non avrà la sua Università, non sarà una regione; non sarà una regione fino a quando i suoi figli, i suoi giovani non potranno studiare, vivere, operare e ricercare in Basilicata e per la Basilicata”.

Negli atti del convegno nel il senatore Giampaolo D’Andrea ricordò : D’Andrea  negli atti del Convegno “Decio Scardaccione. Un’altra idea della Basilicata” del 2005, voluto dall’allora Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata Vito De Filippo: “Siamo di fronte ad uno dei suoi discorsi più significativi, anche perché contiene alcune importanti affermazioni relative alle ragioni per le quali chiedeva con forza l’istituzione dell’Università in Basilicata, partendo dal collegamento tra il cammino compiuto dalla Puglia tra le regioni meridionali e il suo poter disporre di una università nel suo territorio. “La Basilicata – affermò con perentorietà – fino a quando non avrà la sua Università, non sarà una regione; non sarà una regione fino a quando i suoi figli, i suoi giovani non potranno studiare, vivere, operare e ricercare in Basilicata e per la Basilicata”. Come non ricordare il felice slogan dei “centomila più uno”, ideato da Tommaso Morlino, che trasformava l’idea del Collegio elettorale da elemento meramente organizzativo a comunità? Questa immagine della comunità dei centomila non era nient’altro che la traduzione dell’intuizione di fondo del impaginato 14-03-2005 13:50 Pagina 62 63 documento del Comitato Regionale della Programmazione Economica, che era stato presentato nel 1967, su cui la DC, nel ’68, basò la sua campagna elettorale, e che fu elemento non secondario del notevole successo conseguito. Quello Schema di Sviluppo per la Basilicata 1966-1970, che Scardaccione aveva proposto e fatto approvare dal Comitato Regionale per la Programmazione, era certamente fondamentale per le cose che ci siamo sempre detti (lo sviluppo diffuso, gli itinerari di sviluppo, la plurisettorialità, l’apertura agli effetti dell’industrializzazione, lo sfruttamento di tutte le risorse disponibili, il fattore umano, etc.). Ma alla distanza resta importantissimo perché, per la prima volta, delineava un progetto per il futuro della Basilicata, cioè un’altra idea della Basilicata, che non era emersa in forma così nitida e compiuta con nessuno degli studi precedenti, pur pregevoli dal punto di vista settoriale” appunto l’Università, aggiunge il professor D’Andrea:  “Il più celebre, quello sulla istituzione della Università in Basilicata ha segnato una svolta nella vita della regione; sottoscritto da tutti i Senatori lucani, fu presentato nel 1979, all’inizio della VIII legislatura; approvato dal Senato, fu poi trasfuso in un emendamento al disegno di legge di conversione del decreto-legge sulla ricostruzione e lo sviluppo delle aree terremotate (la famosa Legge 219/81),che finalmente dettava disposizioni finalizzate alla sospirata nascita dell’Università in Basilicata. Ma ce ne sono anche tanti altri, come quelli sull’agricoltura ed uno, dal titolo molto significativo, “Intervento straordinario nel Mezzogiorno come presupposto della ripresa dell’economia nazionale (n.758/84), che volle presentare, insieme con altri colleghi, nel 1984 allo scopo di vivacizzare il confronto con una analoga iniziativa promossa dal comunista Gerardo Chiaromonte, alla vigilia della discussione sulla liquidazione della Cassa del Mezzogiorno”.

Vito De Filippo e Decio Scardaccione

IL RICORDO DI VITO DE FILIPPO

Vito De Filippo, anzi il giovane Vito fresco di laurea in filosofia, una tesi su Spinoza ed avviato ad una carriera giornalistica il senatore Decio Scardaccione lo conosceva bene. Frequentazioni di famiglia, il padre Nicola era stato in consiglio comunale con l’economista ma nessun rapporto politico con zio Decio, anzi, il giovane giornalista non ci pensava. “A quel tempo – racconta De Filippo – per studi, frequentazioni culturali ero lontano dal pensiero cattolico sociale. I rapporti con il senatore Decio Scardaccione c’erano, anche stretti ma la politica no poi…”.

Nicola e Vito De Filippo con Decio Scardaccione

Poi un convegno con Scardaccione  al quale De Filippo partecipa e poi l’inizio dell’avventura politica con una candidatura alle provinciali; il giovane non ha nessuna esperienza politica tanto meno di campagne elettorali, siamo nel 1990 agli ultimi anni di quella Prima Repubblica che poi sarebbe caduta sotto i magli di Mani Pulite. Il giovane De Filippo inizia il suo apprendistato politico, inizia a  fare la gavetta assieme ad un personaggio poliedrico e particolare come Scardaccione. Famiglia nobile – gli Scardaccione sono di antico lignaggio normanno, probabilmente discendevano da Angerio consanguineo dei duchi di Normandia e degli Altaviila, strettamente legato a Roberto il Guiscardo, feudatari e cavalieri anche con un esponente alle crociate Folco –  famiglia che conta in Basilicata, lui professore ed economista, esperienze di governo e tante legislature dove ha contribuito al nuovo meridionalismo ma il suo approccio con le persone era diretto, colloquiale, ora si direbbe “friendly”, empatico ma era altro. Scardaccione aveva abolito il “Don” , anche il titolo onorevole o senatore, era per tutto “zio Decio”, lo chiamavano anche “il senatore con le scarpe sporche di creta”. Al telefono mentre conversiamo si capisce che il sottosegretario parla da esponente politico navigato, è abituato ad interviste di ogni genere, anche a quelle dure ma si percepisce commozione nel ricordare “zio Decio”.

Mi spiega che aveva un approccio umile soprattutto con gli umili, di quei lucani di antica razza legati alla “terra” ed ai ricordi ancestrali. “Il senatore Scardaccione – mi spiega De Filippo – faceva parte di quella sinistra di base della Democrazia Cristiana, il riferimento culturale e politico era la dottrina cattolica-sociale della Chiesa, era la politica che lottava per l’emancipazione delle classi  “subalterne”.  Scardaccione era un uomo del popolo, conosceva la sua terra palmo per palmo, amava la Basilicata profondamente.  Ricordo le tante discussioni fatte nelle masserie, conosceva a memoria ogni angolo del territorio e conosceva  chi ci lavorava ed amava farsi capire e parlare con tutti. ” Chiedo se possiamo definirlo un umanista come approccio alla politica. Il sottosegretario mi risponde di sì, mi racconta di Scardaccione  e aggiunge un aggettivo: poliedrico. A 100 anni dalla nascita del senatore con le scarpe sporche di argilla, chiedo se è ancora attuale la sua idea di meridionalismo. “Il senatore faceva parte di quel gruppo di illuminati che mettevano al centro dell’economia l’uomo – mi dice il deputato – alle sue idee – ad esempio aveva una visione dell’agricoltura diversa da Manlio Rossi Doria –  a quelle di  Nello Mazzocchi Alemanni o di Arrigo Serpierio dello stesso nipote Tommaso Morlino.  Univa alla vasta conoscenza accademica e scientifica una sua visione di emancipazione sociale, oltre a schemi idrici o bonifiche o infrastrutture doveva essere il contadino, l’azienda al centro dello sviluppo economico, quelli che semmai prendevano terre incolte e le coltivavano, le trasformavano…”. Parlare di Decio Scardaccione mi ha riportato a mente un passaggio di un romanzo di Raffaele Nigro  “Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway” dove lo scrittore americano nel suo ipotetico viaggio in Lucania a caccia di mammuth bianchi afferma “In questa natura ed in questo posto? Con tutte le cose che mi avete raccontato? Qui non c’è bisogno di uno scrittore che inventi, qui basta  che qualcuno accosti l’orecchio alla terra e catturi il respiro che sale dalle viscere. Le storie sono già belle ed inventate. Da quando siamo partiti non fate che raccontare storie pigliate di qua e di là. Ma cosa è questo, il paese delle mille ed una notte? Uno chiude gli occhi, penetra con la mano una crepa della terra e quando la tira stringe un manciata di storie”

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