
LUCIO TUFANO
Le ristrettezze della vita comportavano agli striminziti una maggiore possibilità di fantasticare un mondo dell’abbondanza e della sazietà. Le stramberie, il farneticare, il compiere imprese eroiche e ardue, solo magari per poter gustare un po’ di carne con maccheroni al sugo, facevano di questa umanità provata la parte più esposta alla violenza della cattiva sorte e dell’egoismo dei più forti.
Per questa gente la vita non era che una girandola dell’onirico e del rischio, della benevola follia di “pacci e piccirielle Dio l’aiuta“.
La festa era l’unico sollievo, un diversivo e una condizione di allegrezza semplice, alimentata dal fermento socializzante della partecipazione popolare. I giorni del Carnevale comportavano una sorta d’illusione del cambiamento, per i mansueti e gli umili, e per gli impertinenti e i rivoltosi, un clima di mimetismo anarcoide, di confusione indulgente ed il rimescolamento delle identità e delle differenze di classe.
Vi si organizzavano beneficenze, elargizioni, banchetti per i poveri, teatralità e convegni di mestieri, dai saltimbanchi ai mangiafuoco, alle donne cannone, ai prestigiatori, ai funamboli, ai burattini, ai venditori di statuine e di “Barbanera“. Si mobilitavano le congreghe di carità, le Opere Pie, gli ospedali e i dormitori pubblici. Persino le locande e le taverne promozionavano l’ospitalità più a buon mercato.
La Chiesa svolgeva, con tutte le sue propaggini organizzate, un ruolo capillare ed esteso di assistenza ai più miserabili e agli storpi, ai malati, agli incurabili.
Non è affatto esagerato riportare quanto scrive Pietro Camporesi ne “La Maschera di Bertoldo“[1], riferendosi ad altre regioni ben più ricche e a due o tre secoli fa: “l’uomo nasceva sotto i segni mutevoli del bizzarro, dell’umorale, del capriccioso e si muoveva come un fantoccio fantastico nella gran gabbia dei matti che formava il mondo, pronto a salpare in sogno per la remota isola dell’abbondanza sulla quale si ergeva una montagna di maccheroni … secondo la geografia immaginaria che l’utopia popolare degli affamati tracciava sulle carte, sulle rotte del mondo”.
Fin quando ha regnato la condizione di sottosviluppo e di disagio economico, la nostra umanità ha soggiaciuto a tali forme di disperata illusoria esigenza della “questua globale“, a seconda dei bisogni da soddisfare. Dalla lettura delle cronache antiche, di quelle del secolo scorso, di buona parte del ‘900, fino agli anni del dopoguerra, anche da noi, una tale psicosi del “bisogno“, non solo di quello primario, ma anche di tutti gli altri, si desume abbia costituito una sindrome dell’emergenza annonaria di massa.
Un grande teatro composto da personaggi di campagna e personaggi di città e da personaggi che avevano nell’abito e nei comportamenti tutti i dati utili per appartenere all’una ed all’altra. Né è faticoso riesumare considerazioni utili per rilevare quell’ironia sorniona dei benestanti rispetto alla disperazione dei miserabili che pur a volte era comicità o sarcasmo, ironia, meno serena e più nevrotica, ma ironia, sarcasmo e buffoneria caratterizzavano l’urlo sghignazzante e lo sberleffo dell’insostenibile condizione. Gli artigiani (barbieri, sarti, falegnami …), gli impiegati e specie i commercianti, consci delle scadenze e dell’inerzia del loro patrimonio, erano piuttosto moderati rispetto all’estremismo della rabbia grottesca, del ghigno, del fischio e dello sfottò, di quella follia vagabonda tra piazza e vicoli, fatta di balletti, di brevi recite, di mimiche, di saluti fascisti e militari.
Nell’equazione “miseria-ricchezza” vi sono delle parti parallele e quasi analoghe. Più nera è la povertà e più impertinente ed inguaribile è la follia di qualche soggetto che, acquisisce una tale vocazione alla libertà, da esibirsi attivamente ed instancabilmente.
Tutto dipende dalla fantasia e dalla vivacità del personaggio, capace di inventare stratagemmi, battute e passaggi di quella finzione ludificatoria come prototipo della maschera più popolare. Ma anche un’esilarante comicità, un’euforia del non possedere nulla, dell’essere nessuno proprio come i tre potenti: “ù rè, u papa e chi nù tene niente“.
Presso i contadini il rito del carnevale rappresenta un’occasione da celebrare con una frugale “crapula”, dando una buona sistemata alla dispensa. La carne, cucinata in tutti i modi, specie quella del maiale che era stata curata con sale e fumo di camino, le salsicce con ricchi pezzi di lardo, i maccheroni e le grosse polpette al sugo, gli arrosti alla brace, i pentoloni di verdure cotte, rape, cavolfiori, “cavoletti“, le trippe col piccante, costituivano la mobilitazione delle papille gustative e della strenua alleanza di stomaco e pancia, rispetto al consueto pasto giornaliero, da consumare la sera, intorno ad un rozzo e modesto desco con la famiglia. Maschere improvvise, popolari, facce intrise di nerofumo, tarantelle da organetto, “zumbi” e pernacchie, bevute al fiasco e risate, grida allegre e espressioni di sfottò, ciprie e coriandoli buttati in faccia alla gente, strisce e “lingue di Menelik“, ritagli di cartone colorato posti sulle facce a mò di copricapo, vecchi indumenti, pezze e occhiali, baffi finti … componevano l’assordante frastuono di via Pretoria.
Chi era bracciale restava tale: anche se non accadde mai che il martedì dell’ultima festa godereccia, portando per le strade di Potenza il “fantoccio” del Carnevale processato e bruciato in piazza, qualcuno avesse pensato o tentato di effigiarlo con le vesti di altrettanti padroni.
Forse è anche per questo – scrive Rutigliano – che da Potenza non è mai emersa una “maschera”, non è mai risultato un “costume carnevalesco” com’è accaduto in altre regioni.
[1] Pietro Camporesi, editrice Garzanti, 1993.